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La luna blu
di Alessandro Abate
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Non gli chiesi come si chiamava. Forse era turco. Forse no. Le probabilità di ritrovarlo in un nuovo viaggio su un treno notturno OBB Nightjet non erano molto elevate. Nel caso si fosse verificata tale remota eventualità posso dire, con margini di certezza quasi assoluti, che lui non avrebbe riconosciuto me, ma io avrei riconosciuto lui. La vita notturna di un conduttore di un vagone letto non consente molti svaghi. Dienst ist Dienst. Non può certo intrattenersi a lungo con ciascuno degli occupanti di ognuno dei dodici scompartimenti del vagone. Specie se, come nel caso del presunto turco, doveva occuparsi con ogni probabilità anche del vagone seguente, una carrozza cuccette.

Che ne sarebbe di un dottore che si fa coinvolgere emotivamente da tutte le vicissitudini, tristi e talora dolorose, di ognuno dei suoi pazienti? 

Quella sera di metà febbraio viaggiavo da solo in uno scompartimento di un vagone letto diretto da Venezia a Stuttgart. Il vagone era quasi pieno. Un ambiente gioviale e familiare sembrava regnare, in una atmosfera rilassata. I due ragazzi dello scompartimento accanto al mio stavano chiacchierando allegramente in tedesco; successe che uscimmo in corridoio contemporaneamente e mi salutarono in tre lingue, tedesco, inglese e italiano. Sorridenti, mi chiesero se avevo visto il conduttore, volevano bere ancora qualcosa. Gli indicai la fine del corridoio. C’era anche un padre che viaggiava con sua figlia, ad occhio e croce una bimba di quattro o cinque anni. Dovevano essere inglesi. Ci salutammo a vicenda quando ci incrociammo in corridoio.

Arrivò il mio turno: il conduttore si presentò nel mio scompartimento per darmi il benvenuto e controllare il biglietto. Paziente, ascoltò le mie numerose domande su interruttori, luci, maniglie, riscaldamento, tavolini e armadi. Rispose a tutto calmo e professionale. C’era un che di rassicurante nel suo modo di fare. Parlammo in tedesco e in inglese. Prima di andarsene mi mostrò, per ben due volte, come aprire e chiudere la porta dello scompartimento. Fece gesti decisi ma mai aggressivi. Si prese il foglio della colazione, dove avevo indicato che cosa intendevo mangiare e bere, e mi disse che sarebbe passato con il vassoio delle prelibatezze ben dopo le sette, lasciandomi intendere che potevo dormire tranquillo. Poi se ne andò, come farebbe un maestro zen che lascia il suo allievo dopo aver portato a termine il suo compito. 

Decisi di meditare prima di dormire. Fui interrotto dal pianto della bambina che viaggiava con il padre nello scompartimento accanto al mio. Il padre chiamò, in un ottimo inglese, il conduttore e gli parlò di un certo net di cui aveva bisogno. Non so cosa accadde, ma il risultato fu che, come per incanto, la bambina si addormentò e non la sentii più fino all’indomani mattina, quando, svegliatasi, parlottava allegramente, quasi cantando.

Era notte. Lo sferragliare del treno si sentiva appena. Era buio fuori, era buio dentro allo scompartimento. La solitudine nell’oscurità della notte mi ha sempre reso alquanto inquieto, anche quella sera, nonostante mi trovassi disteso in un letto che non aveva nulla da invidiare a quelli delle migliori stanze d’hotel. Ad un tratto notai che una luce tenue faceva giochi di ombra e penombra sulle lenzuola: alzai lo sguardo, vidi, sul soffitto dello scompartimento, una luna piena, blu. Mi sentii già meno solo. Non mi abbagliava, non m’invadeva di chiarore, era solo una presenza amica che mi accompagnava durante la notte, con la massima discrezione. Meditai. Capii che potevo stare tranquillo tutta la notte: sentivo che, pochi scompartimenti più in là, un angelo custode avrebbe vegliato su di me fino all’arrivo. Quello di cui non sapevo il nome e che mi sembrava turco.

© Alessandro Abate





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