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Il talismano bastardo
di Françoise Vital
Pubblicato su PBUNIBOOK2009


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Ha gli occhi rossi di quel rosso ocra che ci mangia la vista da generazioni, da quando il sole si è spaccato sulla faccia delle donne, polverizzando la terra, intorbidendo le acque del Niger, da quando ogni sera il cielo rifiuta di spegnersi, bruciandosi fino a divenire cenere impastata di sangue solare. Gli occhi di mia madre sono rigonfi come quelli della raganella dagli occhi rossi. E rimangono fermi, bloccati su qualcosa di stupefacente: il nostro villaggio, il nostro pellegrinare dentro una pentola di oblio. Mia madre dice spesso che il nostro villaggio non esiste, che è solo un'idea di villaggio, un'idea smarrita da qualche popolazione in fuga. Dalle parti di Djénné. Nel Mali.

Mia madre ha pure lunghe dita arancioni come quelle della raganella dagli occhi rossi. Per aggrapparsi alla vita.

Eppure anche se sembra chiuso dentro un libro di fiaba, il nostro villaggio è reale, sai. Le case sono uscite dalle mani degli uomini. Loro hanno amalgamato le erbe secche e la polvere rossa con del burro di karité. Poi, modellando teneramente quell'ammasso con arte, hanno creato le forme incappucciate delle case, morbide come i seni delle loro donne. Nel loro interno nereggiante o bronzeo alleggia un odore di pelle secca, simile a quello del latte delle mucche che vagano, estenuate, fra i cespugli e le cartacce che rallegrano il contado. Mia madre dice che le mucche, da noi, sono prigioniere di un'altra idea, quella della sete dimenticata, che sono fossilizzate nel loro percorso vago, che abbiamo delle mucche fossili. Abbiamo pure un cortiletto, dove lei prepara le palline scure e odorose di farina di néré, macinando meticolosamente i semi. Sotto il mago appisolato che russa là dolcemente, penso dei pensieri che non dico a nessuno.

 Mi chiamo Aminata. Ho sedici anni e voglia di libri e di scuole occidentali.

Ieri sera, all'ora delle nenie allucinanti delle sure e del ciondolamento che s'impadronisce degli uomini, mia madre ha sollevato la faccia verso quel cielo perpetuo e l'ho sentita dire Allah non ama le donne. Ha sospirato, impugnando un bicchiere di birra di miglio come fosse un'arma da difesa. A mia madre, devi sapere, piangere non fa, gli occhi le sono duri come zoccoli di cammello. Ha solo detto domani tocca a tua sorella Awa.

So. So cosa le tocca, alla mia piccola Awa, lo si capisce da qualche giorno, dall'affaccendamento collettivo degli uomini che si dedicano a rinzaffare i muri della nostra piccola moschea, dall'odore dell'aria appesantito dagli effluvi dei semi del néré sventrati e del pesce messo a seccare e dei rivoli nauseabondi delle fogne a cielo aperto dove prospera la batteria Vibrio cholerae. Da qualche giorno i viottoli di terra mi salgono al naso, prepotenti. Sento tutto col naso, io, gli odori e gli accadimenti, perché la stagione delle piogge è chiusa e sveglia la memoria, perché si apre il periodo delle feste puberali.

Escissioni. Circoncisioni.

Mia madre ha discusso a lungo con mio padre, lei non vuole più saperne, di questa macellazione, che è una scemenza bestiale, e ha minacciato di scappare nel Sahel. Meglio vagare come le vacche nella spiaggia di sabbia e bere l'erg e darsi agli scorpioni, ha ragliato, che se le donne sono fatte con la figa innervata, Allah le ha volute così. Non si tocca, l'intimo. Ha pregato questa figlia almeno questa deve vivere a corpo libero.

Mio padre ha una sola moglie, non perché sia povero ma perché l'ama davvero. Lui è davvero gentile con lei, premuroso. A prendere l'acqua al pozzo, ci va lui, perché lei ha la schiena più bella della circoscrizione, con la curva disegnata da un architetto, e non deve rovinare questa bellezza. Però l'altra sera lui ha pronunciato con voce solida è la legge di Allah e del nostro muezzin. Ha voltato le spalle alla speranza della donna ed è uscito per svuotare la sua forza d'uomo con grande bracciate di banco spalmate sul muro più alto della moschea, quella di Allah e del muezzin e dei suoi fedeli.

Il padre vuole bene anche alle figlie, ma è un uomo fossile. Prigioniero di Allah. O di un'idea di purezza femminile declinata al maschile.

Stanotte non ho dormito. Ho pensato molto, agli occhi rossi e duri di mia madre, alla sua voglia di birra, alle parole cariche di rancore marcio respinte dal cielo. Tutto pareva un appello rivolto a me: la voglia di birra, la muta attesa dell'impossibile, il sospiro fetido. Vi era una speranza timida nelle nuove leve, nella disubbidienza provvidenziale delle istruite. Forse mamma sognava ciò che avrebbe fatto lei, al mio posto, al posto della ragazza bambara col computer.  

Non lo sa. Lei non lo sa ma da qualche giorno non faccio che lanciare suppliche al mondo, messaggi in un francese bambaresco come lettere antiche infilate dentro bottiglie sbeccate. Li lancio con un clic nel mare globale, scrivo venite a prendere mia sorella, vuole studiare e fare la dottoressa.

Io voglio far politica. Per cambiare il mondo.

Il mondo è gentile, come mio padre, ma è un mondo fossile. La gente che risponde è inorridita per la mozzatura. Strepitose proteste erompono da bocche democratiche come bombe minacciose mai più mutilate! Però nessuno è venuto a Bougba, il villaggio rosso dove è nata mia madre e la madre di sua madre.

Allora stanotte, è deciso, lascio un biglietto a mamma io e mia sorella andiamo... Preparo un fagotto di sciarpe, banane e manghi e pane e acqua, e il coltello a serramanico di mio nonno morto, in legno di accaccia intarsiato a mano che non posso lasciare. Quando non ci sarò più, mi diceva nonno, sarà tuo. Allora ne ho fatto un talismano che venero più del Corano.

Ho un po' di franchi per l'acqua e per scendere il Bani in pinassa, poi si vedrà. L'itinerario ce l'ho in testa, magari tra una camminata e un autostop dei turisti stranieri ci aiuteranno. Ho questa fede. Che dei turisti ci aiuteranno. E anche nonno ci aiuterà, per via del coltello zeppo di segni magici.

Sveglio mia sorella, con mano ferma sulla sua bocca di bambina bambara. Su alzati, ce ne andiamo. S'impaurisce, spalanca gli occhi sul cattivo presagio che culla nel suo profondo, da quando anche lei sa. Ma ha questi privilegi, della sopportazione e del vivere innocente nel nonsenso. Fidati ti spiegherò andiamo a Bamako, forse in Francia. È brava, può darsi che intuisca, sorride, si veste in silenzio. Poco dopo ci diamo alla fuga nel buio giallo della notte e galoppiamo mano nella mano. Forte, mi sento forte come il baobab, il gigante buono che conquista l'occidente con i suoi frutti, sai, hanno potenza nutritiva e la vita occidentale richiede molta energia.

Ora trottiamo mano nella mano cavalcando i nostri pensieri.

Prendiamo la direzione di Kouakourou, dove il cugino di mio padre porta spesso tutta la famiglia nel suo furgoncino. Kouakourou ha un mercato dove ci divertiamo tutti. È molto frequentato dalle ragazze peul che sono bellissime, e m'incanto sempre a guardare i loro giganteschi orecchini d'oro.

Fuori si sta bene, il buio ci protegge e trovo piacere a scorazzare nel dedalo dei canali fangosi scavati dalle piogge passate, mi piace il loro odore di terra umida e calda che evapora e penetra il mio boubou fiorito. Qui conosco tutto. I terreni di piccole coltivazioni tradizionali, manioca e batata, come le grandi risiere del Delta interno, e so districarmi a occhi chiusi in mezzo ai passaggi. Awa non si lamenta, anzi saltella felice per l'improvvisa escursione. Non parliamo, fiatiamo la nostra idea di libertà nell'alba nascente.

Alle 9.00 Kouakourou rigurgita i suoi colori echeggianti. Troviamo un posticino tranquillo in riva al fiume e beviamo e mangiamo le nostre provviste. Awa si spacca gli occhi, che ha neri come l'iride dei pellicani rossicci, sul miraggio dell'oltrenigeriano, dei paesi visti in TV. Un miraggio a portata di piroga, tra le due rive di un Niger conciliante, beante come un invito. Ci avviciniamo. Osservo le piroghe attraccate a girella che formano un grandioso e rutilante fiore. Dico a Awa ora facciamo una crociera sul Niger, vediamo quanto ci costerà. Adocchio un uomo dall'aspetto mito e paludoso, chiedo se scende verso Bamako, se ci porta quanto vuole. L'uomo fa spallucce e si gira dall'altra parte. Provo un altro, un anziano con il viso a pieghe, lembi di pelle spinti a dune dal vento. Ribatte che vuole parlare con mio padre, dico che non c'è che è morto, faccio vedere i soldi, dice di aspettare lì davanti, che ha da caricare della merce in arrivo, che non va lontano, solo sino a Massina e che non vuole soldi. È un vecchio compassionale. Ci prenderà credo. Aspettiamo sedute in terra.

Il sole si è appropriato del cielo che ora abbassa la sua piastra fumante sulla gente e sul fiume, abbacinando l'attesa e le speranze. Incominciamo a vedere chiazze di utopie che ondulano sull'acqua dietro la piroga. L'uomo non torna, la sua merce non arriva Ma due pugni piombano. Due pugni stretti come due morse che ci investono le spalle abbandonate.

Polizia!

Chi siete, dicono. Balbettiamo i nomi. Ribattono bruschi ah ! venite. E ci catturano come si catturano i minorenni ladri, ci spingono nell'auto, siamo due pacchi fuori legge, capisco che mio padre ha parlato e lo odio. Odio gli uomini, il loro corpo muscoloso e indegno e la loro mente piccina e incartapecorita come un feto di femmina gettato via. Palpo il talismano nell'intento di svegliare il nonno.

Femmine indegne, dicono. Mi guardano con un occhio disgustato e l'altro libidinoso. Ho paura della loro forza, chiedo dove ci portano. A casa, dice uno, sardonico, a casa. Mi umilio nella disfatta, nel tremore di Awa, nel dolore della vita sciupata, non mi sposerò mai, non farò figli di paura che nascano col pisello, figli assassini di padri bonariamente assassini. Lo schiaccio, il talismano, a spremergli l'anima.

 Alle 11.30 siamo a casa. Fuori la famiglia aspetta imbandierata a festa con un grappolo di boubou estasiati, gorgoglianti, dondolanti. Le donne sfoggiano  il sorriso del transfert freudiano della loro ipocrisia, il perbenismo della sottomissione. Odio le donne, i loro corpi teneri da pigiare, le loro menti ottuse e molli come cazzi sbavati.

E il nonno! Che fa? Figurati se non è d'accordo. Anche i morti ci vogliono mutilate.

Piango. Perché due zie tirano malignamente Awa verso di loro, verso casa,  seguite da quattro vicine caritatevoli, sono le aiutanti-tahara, artefici della purificazione femminile. Hi! Seguo. Con il cuore pallido pronto a svenire per l'orrore. Vederla per crederci, all'orrore, subirla di nuovo per via interposta attraverso il cuore di Awa e raccontarla al mondo.   

Dentro casa la cucina puzza già di macellatoio, col tavolo apparecchiato a lettiga di fortuna. Fortuna di merda. In un angolo mia madre eietta a tutto vapore impotenza dagli occhi, annichilita dal volere stesso della sua specie, perché sì, bisogna rendersene conto, sono le donne a trasmettere la tradizione assurda della mutilazione dei genitali. Le donne sono. Con l'erba credulona che la tribù maschilista gli ha piantato in cranio, innaffiandola di rabbuffi e prese in giro.

La tecnica ordinaria è di non dire niente alle mocciose, la cricca di donne fiorite fa quindi ingresso in cucina come se andasse in gita e con scambi d'occhiate e in men che non si dica, ecco Awa agguantata alla vita, depredata da mutande e boubou, che urla e si dimena dominata da braccia come tentacoli polposi. L'exciseuse passa l'uscio per ultima, gli strumenti in una borsetta logora.

Awa rimane mantenuta in posizione ginecologica dalle matrone imperanti e da uno spavento ghiacciale, una sorta di paralisi tremolante.

Ho tutto incollato alla retina, io, il fulmine dell'assalto, la piccola testa bloccata a raso tavolo, piedi, mani, bacino, fissati uguali, e le ginocchia piegate come se la si volesse squarciare in due. La vedi la piccola? Nella sua fragile nudità? Io la vedo la tengo in vita con l'occhio spiritato, con le immagini che si tuffano nell'obbiettivo retinico.

La vampa della lama del coltello, schizzata dal nido delle fabbre carnaie in una luminescenza irreale, mi scotta l'iride sino alle viscere.

A due mani quelle dischiudono gli organi genitali di Awa, l'adorabile minuta valva rosa simile a un tulipano teneramente offerto allo sfondo buio della stanza e delle anime. L'allargano, quel fiore rosa. Tra l'indice e il pollice, rimboccano le grandi labbra della valva, e le piccole labbra si aprono come quelle di un neonato sorridente al primo bacio. Poi di colpo, quei petali di carne vibrano sotto il palpeggiamento dell'exciseuse, rispondono all'emozione naturale. La tagliatrice di testa cerca il cappuccio del pistillo, ne scopre sapientemente gli stigmi.

A questo punto, io ho le traveggole, vedo il pistillo contorcersi di spavento, ho gli occhi che zoomano le urla di quel periscopio ammattito. Ho solo sedici anni ma capisco che il glande del clitoride sopporta secoli di castigo, che ha la memoria zeppa di barbarie e ch'egli sente l'odore del boia. Diamine, quel campione ha naso e cervello, non è mica un seguace dell'oscurantismo!  

Conosci la dimensione del clitoride? Interna? Esterna? Io no. Non saprei. Ciò che vedo è il coltello. Che carogna, l'exciseuse, con una lama di rasoio avrebbe lavorato con minore rozzezza. 

La fabbra carnaia, seduta faccia a faccia alla sua coscienza di illuminata, non vede il virus dell'epatite, non ha occhi che per il lembo di polpa da mozzare, quel piccolo caro che vive di sole carezze. Non oppone resistenza, poverino, se non lieve, dovuta forse al suo gambo ben ancorato. Ma quanti secondi, quanti minuti occorrono per tranciare un clitoride di fanciulla senza sbriciolarlo troppo? L'eternità? L'artista tagliatrice di teste si arroga forse il diritto di personalizzare il prodotto? In nome di una femminilità da perfezionare? Per via di una potenziale bisessualità secondo i Bambara? Ma fino a quando se ne deve patire? Eh? Di queste scemenze!

È quando sprizza il sangue che le aiutanti-tahara intonano i loro canti di gloria. Per prima cosa perché Awa si mette a strillare oltremodo e occorre coprire gli strilli, sai, la tradizione vieta di esprimere il dolore che si prova in quel momento. Urlare è vergogna dicono queste illuminate del paleolitico. Poi evidentemente perché è l'attimo cruciale, quello del passaggio alla vita adulta, la consacrazione. Ora Awa ha quest'altro privilegio, di sapersi donna perfetta, priva d'ambiguità carnale; queste istruite del paleolitico l'hanno sistemata. Il punto G, fortuna sua, si dissimula nel profondo vaginale. Alla faccia di Allah.

Quindi canta a dondolo, la clicca ottusa.

E la mia sorellina, che oggi si è "seduta sul coltello" - favolosa espressione bambara per farti capire il circo - cavalcando un ideale virgineo, dovrebbe cantare pure lei? Le parole dell'endurance? Il ritmo della resistenza? Il tam-tam della donna che secerna segretamente tonnellate di bile e trasuda parolacce?

Silenzio, vorrei intimare, ma nella stanza surriscaldata dove svolazzano brigate di germi patogeni, le donne battono mani mentre l'exciseuse tampona il sangue.

Non ci posso credere, quella sta sfogliando la margherita, le piccole labbra una a una come se ce ne fossero a dozzine. Mi reggo in piedi per merito dell'ipnosi, polarizzata dall'abominazione. La tipa chiude la potatura con due frantumi di carne pietose in punta del coltello. Due brandelli sotto gli occhi di Dio. Due obbrobri. E la tipa deve scuoterlo, il coltello, affinché il suo bottino cada nella pattumiera. Poi, tranquilla e pacifica imburra la piaga di karité sorgente di giovinezza e buon cicatrizzante. La piccola probabilmente prova sollievo perché cessa di urlare, ma lacrime grosse come navi da carico dilatate da un troppo pieno di spazzatura precipitano nelle pieghine del viso contratto.

Mando la mia disperazione al nonno, strozzo il coltello nella mano sinistra come se fosse una scongiura mentre si canta a festa e si fabbrica gioia da offrire alla divina tradizione. Si sguazza nel clitoride di Awa da dodici minuti e la si imbottisce ancora di burro di karité a otturarle la patata.

Questo festival prosegue un altro po', sai, il rituale. Una bella striscia di stoffa passa e ripassa fra le cosce dell'escissa, le donne le impacchettano il regalo. Sono precise, le donne, serie, applicate. Posano Awa sui piedi, divaricata dall'impalcatura di tessuto e traballante, poveretta, le avvoltolano il busto esile in uno sciale bianco per legge islamica, bianco puro insomma, senza tracce del misfatto né pentimenti bagnati.

Tutto sommato la vestizione prende l'aspetto della comunione solenne dei cristiani. Salvo che inghiottire un'ostia non causa indigestione. Devo dire che per Awa poteva andare peggio, la clicca le chiede solo qualche passo di danza, non un ballo vero attraverso il quale le donne novelle esprimono la gioia d'uso. La mocciosa abbozza solo una buffa lambada.

La gang se la gode un mondo, altre vicine fanno ingresso cariche di frutta e di tè alla menta e succo di tamarindo. In qualche modo questa confusione mi libera, posso lasciarmi andare in terra come un burattino di pezze. Awa si stacca dall'allegria folle, titubante viene a buttarsi su di me come una naufraga arrivata in riva senza fiato, ha lo sguardo allampanato, ostruito dal chiasso stravagante perché ora c'è anche musica, qualcuno pizzica le corde di una kora e intona un canto dei jalis.

La voce di Awa ha subito una trasformazione o è il trambusto a ferirla ancora? Ha un timbro grave incastrato nel profondo del cuore.

Morirò? mi chiede, quasi speranzosa. 

 

La notte si è fatta. Mio padre è andato a pescare, dice che la lune è buona, ci porterà dei capitani, sai, chiamano così il pesce persico. Quel brav'uomo è nei pasticci, impegolato nel pensiero losco di Allah che gli grida ‘Awa, Awa' in eco al Dio dei cristiani parlando ad Abraham. Povera umanità in mano agli dei.

Awa ha la febbre, piagnucola sul letto nella nostra cameretta. Io e mia madre siamo mute, non c'è nulla da dire. Lei ha gli occhi rossi della femminilità maciullata. Va a rovistare in cucina, la vecchia credenza poi il frigo. Prepara un gran cocktail con succo di guarana, guaiava, zenzero, al quale aggiunge spirulina e melassa d'uva. Mescola il dispositivo energetico. Ne porta tre bicchieroni in cameretta.

Poi prende Awa, dolcemente, la tiene avvinghiata contro di sé come se avesse pochi mesi. Si accovaccia col suo peso sul tappeto tuareg. Mi stringo a loro. Noi tre formiamo una massa compatta di carne addolorata ma tenace, di fibra biblica che si ricostruisce nell'oscurità della notte maliana. Mia madre imbocca la bimba in braccio.

Beviamo la pozione magica. Mia madre guarda Awa che guarda me. Io sorrido ad Awa che non si lamenta più e sorride a mia madre. Allora mamma scuota i suoi occhi rossi e sorride a  noi.

 

È stata notte bianca. Fa tendenza in occidente, la notte bianca. Lo so dai telegiornali. Per festeggiare qualsiasi cretinata, le municipalità decretano la notte bianca per la gente bianca che esce e va su e giù per le vie dondolandosi sulle anche come tante preghiere ambulanti.

Lascio la cameretta. Entro nell'alba del nostro cortile. Ho un callo nella mano sinistra e una cosa da fare. Pigio da ore, a sangue, il coltello di mio nonno che mi ha tradita. Cosa si può fare di un coltello dall'impugnatura cesellata con cura, piena di finissimi messaggi? Ci sono tre figure femminili tutte curve, separate dal simbolico ‘incrocio', quello che significa mettersi al servizio della comunità. Mio nonno aveva tre moglie, meraviglie della natura le chiamava. Era molto fiero della madre di mia madre.

E, cazzo suo, magari con quel coltello, aveva perfezionato le figlie. Figlie con gli occhi rossi, aveva fatto.

Quel coltello che adoro da anni è un simbolo bastardo. E ora so cosa farne.

Esco esco. Si! Andare sino alla moschea. Trovare un angolo umido d'ombra e di acque fognose. Eccomi. Scavare là, col coltello, un buco di terra abbastanza profondo per servigli di sepoltura rugginosa, putrida. Che possa morire di morte lenta, rosicchiato dall'ossido di ferro. Visto? Mai più coltelli da queste parti.

Inchallah!

© Françoise Vital



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