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Carmilla e le altre. Il mito letterario della vampira da Le Fanu a Anne Rice
di Cinzia Sgambaro
Pubblicato su PB20


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Carmilla e le altre. Il mito letterario della vampira da Le Fanu a Anne Rice

La letteratura fantastica incentrata sulla figura-mito del vampiro incanta da secoli schiere di lettori. I motivi sono molteplici e difficilmente schematizzabili, ma tutti muovono, per varie ragioni, attorno al binomio antitetico di fascino del male e della morte, da una parte, e quello di seduzione e passione dall'altra, dunque, a ben vedere, attorno agli elementi che muovono la stessa esistenza umana. Il vampiro è infatti la voce degli impulsi nascosti, l'opposizione delle tenebre dei desideri, al mondo solare della razionalità.

La donna vampiro, a sua volta, appartiene al perturbante in modo anche più evidente rispetto al collega maschile, in quanto in essa paiono sedimentarsi gli aspetti più provocanti del mito che un filone dell' horror movie, discendente diretto delle fortune letterarie, ha consacrato e spesso ridotto a icone di filmografia dai dubbi contenuti.

Ma per capire a fondo ciò che le continue epifanie di vampire del postmoderno sottendano, occorre richiamare brevemente il passato protostorico e il culto della Dea Madre dell'Europa neolitica (7000-3500 a.C.) - la Dispensatrice di Vita, Terra eterna che si rinnova, Signora di Morte e Rigenerazione- così come evidenziato da Marija Gimbutas, la pioniera dell'archeomitologia.

La Madre e le sue tarde proiezioni, come la greca Atena, la romana Minerva e Diana, la baltica Laima, l'irlandese Morgan, a diversi livelli, erano tutte riconducibili a dee della fecondità. Spesso connotate da spiccati caratteri sessuali, sancivano lo stretto legame tra esseri Dispensatrici di Vita e Dispensatrici di Morte. L'assimilazione, infatti, tra tomba, antro chiuso e buio, con grembo materno suggeriva il connubio tra nascita e morte e passare da questo alle successive trasformazioni dei mostri-femmina, il passo era breve.

Esse sembravano dunque chiamate a rappresentare simbolicamente quegli aspetti esistenziali ineluttabili di nascita, fine della vita e trasformazione del corpo dopo la morte, contenuto nell'immagine triplice attraverso cui la Dea madre era spesso rappresentata.

E' un simbolismo lunare che vede nelle tre fasi di luna nuova, luna piena e quarto di luna, la trinità di fanciulla (che dona la vita), di ninfa (che dà la morte) e megera (che muore per rinnovarsi). Ed è la stessa triade femminile che persiste anche in ambito cristiano con le Tre Marie, le testimoni della Passione e Resurrezione di Cristo, mentre il loro preludio letterario sembra essere le tre vampire del Castello del Dracula di Bram Stoker.

La Dea spazia nei tre regni attraverso una prorompente realtà naturale che sovverte le leggi apollinee della ragione. E dunque sono i misteriosi secreti femminili, i fluidi, i veleni e soprattutto il sangue, ad intrecciare la donna in equivoche sintonie col demoniaco.

Va anche sottolineata la generale sessuofobia del mondo cristiano, in particolare dell'epoca buia dell'Inquisizione, che collega il femminile, discendente da Eva, al vizio, dunque al demonio. La fame di vita dei morti diventa presto voracità sessuale, alimentata in parte anche dai racconti folkloristici sull'amplesso con lo sposo o sposa defunta. La confluenza tra queste arcaiche credenze, l'immaginario di licenziosità dei demoni e lo strisciante sospetto delle civiltà occidentali verso la Femmina, conducono all'immagine delle seducenti vampire immortalate in pagine letterarie indimenticabili, come pure, va detto, a rielaborazioni cinematografiche di basso profilo.

L'anello di congiunzione tra folklore e letteratura fu la poesia. Si ricordi tra le altre la poesia Der Vampir del 1748 di August Ossenfelder e la celebre Die Braut von Korinth di Goethe del 1797.

Va poi citata Christabel di Samuel Taylor Coleridge, divisa in due parti, nel 1797 e 1801. Benché mai definita come vampira, l'enigmatica Geraldine intreccia un languido rapporto di sapore saffico con la protagonista, diventando fonte d'ispirazione per Le Fanu e prototipo per le successive produzioni letterarie.

Nel 1819, l'anno di pubblicazione di Polidori, John Keats metteva in versi una fascinosa femmina dell'oltretomba in La Belle Dame sans Merci. 

Solo un paio d'anni più tardi, nel 1821, Ernst Theodor Amadeus Hoffmann elaborava l'immagine di Aurelia, la gula che tutte le sere narcotizza il marito per andare al cimitero a banchettare coi cadaveri. Théophile Gautier, tra il 1836 e il 1845, dipinge il ritratto della defunta, bellissima cortigiana Clarimonde, attentatrice delle virtù del parroco Romualdo in La morte amoureuse. 

Neppure Charles Baudelaire rimase indifferente al tema della femme fatale e nella sua poesia Vampiro del 1855 celebra proprio il connubio simbolico tra donna e eros visto come un pericolo alla propria integrità.

Altre succhiasangue mirabili accompagneranno il fluire della poesia in occidente e, guardando in casa nostra, non possiamo dimenticare molta poesia italiana, dalla Scapigliatura, con Boito, Praga, Torelli, al Futurismo. Passando invece oltreoceano, è obbligatorio citare, almeno di sfuggita, le eroine diafane e al limite del vampiresco di Edgard Allan Poe.

E' accettato che il primo racconto sul tema vampiresco sia Lasciate dormire i morti (1823?) di Ernst Raupach, anche se spesso viene attribuito a Johann Ludwig Tieck, dove la non-morta Brunehilde viene richiamata in vita dal marito. E' il primo vampiro in prosa dell'epoca moderna ed è una donna, fatto alquanto significativo.

*M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea. Mito e culto della Dea Madre nell'Europa neolitica, Neri Pozza, Vicenza, 1997.

Ma la narrazione più trasgressiva e sensuale, la massima epifania della revenant femminile succhiatrice di vita e icona del desiderio più estremo è di sicuro Carmilla, romanzo breve dello scrittore irlandese Sheridan Le Fanu (1814-1873) che esce a puntate sulla rivista dal titolo biblico, In a Glass Darkly a partire dal 1871-72.

Forse ispirato alle vicende della contessa sanguinaria ungherese Erzsébet Bàthory che tra il ‘500 e il ‘600 avrebbe ucciso e dissanguato oltre 600 donne per prolungare la sua giovinezza attraverso i bagni nel loro sangue, Carmilla racconta di una relazione morbosa e crudele, a chiaro sfondo saffico, tra la giovane castellana Laura e la vampira Carmilla (in realtà contessa Mircalla von Karnstein, nata due secoli prima delle vicende narrate che la ricorda nell'anagramma) che si presenta alle porte del castello della prima, in Stiria, in cerca d'aiuto.

Tra le due donne nasce un' intima amicizia che porta alla lenta dissoluzione di Laura, vampirizzata in un torbido quanto angosciante e languido rapporto.

Le Fanu fa infatti pronunciare alla ragazza:

"...Provavo un'eccitazione strana e tumultuosa che raggiungeva di tanto in tanto la soglia del piacere, restando pur sempre intrisa ad un senso indefinibile di angoscia e di disgusto. In quei momenti non riuscivo a formulare dei pensieri con chiarezza, ma ero conscia di un amore che si andava trasformando, al contempo, in adorazione e in abominio".

Solo l'intervento del Barone Vonderburg porrà fine alla vicenda quando, tornato al castello di Karnstein, troverà nella tomba della Contessa Mircalla la bellissima Carmilla intrisa di sangue e la giustizierà secondo la procedura legale antivampirica, ovvero conficcandole il classico paletto nel cuore, decapitandola e bruciandone i resti. Le suggestioni erotiche e demoniache narrate hanno così la loro catarsi.

Simile ad una necessità fatale, l'annientamento della vampira, la parte buia e incontrollabile di noi stessi, pone fine al simbolismo di una certa femminilità sterile e decadente, lesbica e narcisistica che troppo si allontanava dall'ideale vittoriano della donna materna e feconda.

Tuttavia, a fine racconto, i passi di Carmilla risuonano ancora nella mente e nei sensi di Laura.

"...spesso mi capita di ridestarmi all'improvviso da un sogno con l'impressione di sentire davanti alla porta del soggiorno il passo felpato di Carmilla".

La conclusione è tanto enigmatica quanto inevitabile in un poema erotico incentrato sulla figura del vampiro della malinconia.

Il romanzo è preceduto da un prologo dove l'autore dice di riferirsi al caso clinico tra il neurochirurgo Hesselius e una giovane, che poi scopriremo essere Laura, e dà così al suo racconto una patina di veridicità. Le Fanu riesce pertanto nell'intento di rappresentare stati psicologici malinconici o deviati, proprio quelle morbosità che la psicanalisi iniziava a sondare in quegli anni.

Carmilla incarna le concessioni romantiche verso il sesso e la trasgressione, temi da sempre tabù nell'epoca vittoriana del gothic romance, epoca che trova semmai nel sogno e nel gusto per il mistero e l'oscuro la sua via di fuga da un opprimente razionalismo.

Nel romanzo di Le Fanu, invece, è Carmilla stessa lo specchio del proprio divorante desiderio che rivendica il suo spazio in un mondo intollerante di censure che così si rivolge a Laura:

"...non considerarmi crudele perché obbedisco all'irresistibile legge della mia forza e della mia debolezza.... Nell'estasi della mia enorme umiliazione io vivo nella tua calda vita e tu morirai...con dolcezza nella mia. Non ne posso fare a meno; come mi avvicino a te, tu, a tua volta, ti avvicinerai ad altri e conoscerai l'estasi di quella crudeltà che pure è amore..."

La proiezione letteraria del proibito, camuffata nell'aura erotica della vampira, specchia l'ambiguità in primis del suo autore, che trova nella solidarietà con i cacciatori di mostri la sua incapacità a rifiutare le censure, e quelle dell'epoca, tutta coinvolta nell'intima ribellione tra ciò che è ancestrale e il progresso.

Nella società sessista e sessuofoba dell'ottocento inglese, la Natura sfugge al controllo e alla comprensione dell'uomo e la vampira, la perturbante femme fatale che incarna la paura di sé, torna ad essere la Dea Madre primordiale e annientatrice di cui si è detto.

Il mito di Carmilla, consolidatosi nella letteratura della seconda metà dell'800, non poteva non rappresentare un modello di seduzione erotica dai confini geografici ben precisi, la Stiria, anche per altre opere che da questa presero le mosse.

Il più illustre proseguo letterario, pur con le dovute eccezioni, è di sicuro il Dracula (1897) di Bram Stocker (1847-1912), uno dei romanzi più stampati al mondo. Diremo solo che il racconto di Stocker, formulato in un romanzo vero e proprio, contrariamente a quello di Le Fanu che si risolve in una sessantina di pagine, capostipite a sua volta di un fortunatissimo filone sui vampiri sia in letteratura che nel cinema, da cui discende la figura tipo del conte elegante e crudele approdata fino a noi, mutua dalla nota succhiasangue l'episodio delle tre non-morte del castello di Dracula.

Se Carmilla rappresenta una specie di apice nella tradizione narrativa dei vampiri dell'800, le figure delle non-morte postmoderne tendono invece ad allontanarsi da certi stereotipi.

Il loro segno peculiare è quello della ricerca della propria identità esistenziale all'interno di un quadro etico-religioso in sostanziale crisi. Sono, in un certo senso, l'immagine stravolta ed estrema di un disagio collettivo dell'occidente contemporaneo. Non a caso le nuove vampire rappresentano dei modelli in cui il pubblico si identifica agevolmente e sempre più penne femminili oggigiorno si cimentano in questa impresa.

L'autrice più nota ed acclamata in tal senso è Anne Rice (1941) a partire da Interview with the Vampire (del '73, ma edito nel '76, della fortunata serie conosciuta come Cronache dei Vampiri); le Nuove Cronache e le Streghe Mayfair.

I romanzi della Rice sono innovativi rispetto a quelli delle sue fonti storiche nel senso che essi aggiungono la dimensione intima del vampiro che mancava in quello dell'immaginario maschile. Ora è il quotidiano stesso che tutti viviamo a rivelare i suoi mostri e questi mostri, a loro volta, rivelano risvolti di sé da sempre nascosti.

Il mostro rivela la sua faccia finora preclusa: parla dei suoi dolori e dei suoi sentimenti e lo fa con il linguaggio del suo pubblico, come nella descrizione della bambina vampirizzata e rinchiusa per sempre in un corpo infantile de Intervista col vampiro.

Anche nella letteratura europea più recente ci sono esempi di inquietanti succhiasangue e liquidi vitali dai contorni onirici e fantastici. Ricordiamo la scrittrice francese Alina Reyes, col suo erotico romanzo Lilith (1999), o ancora, Judith, la vampira a capo di una setta torinese ne L'ultima ceretta (2003) di Anna Berra. 

Bibliografia
Arianna Conti, Franco Pezzini, Le Vampire.Crimini e misfatti delle succiasangue da Carmilla a Van Helsing, Castelvecchi editore, 2005
Franco Pezzini, Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira, Ananke ed., 2000
Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, Firenze, 1988
Bordoni Carlo, Conversazioni sul vampiro. Seduzione, malinconia, trasgressione nel mito letterario da Potocki a King, Neopoiesis, 1995

Webgrafia
www.vampiri.net
www.ilgiornaledeivampiri.com
www.letturefantastiche.com
www.geocities.com

A cura di Cinzia Sgambaro



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(2) La sfida (im)possibile del tradurre a cura di Cinzia Sgambaro - ARTICOLO
(3) Carmilla e le altre. Il mito letterario della vampira da Le Fanu a Anne Rice a cura di Cinzia Sgambaro - ARTICOLO
(4) Derek Walcott, Il levriero di Tiepolo, 2004, Libro II trad.di Cinzia Sgambaro - TRADUZIONE
(5) Derek Walcott, Il levriero di Tiepolo, Libro IV trad.di Cinzia Sgambaro - TRADUZIONE


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