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Amore senza spazio
di Dario Fani
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Da quindici anni vivono insieme. Sposati con due belle bambine. Li incontro per caso. La macchina è grande, lunga, nera e affollata di buste colorate. Prima scende lui, poi lei. Un abbraccio e un bacio. Le bambine, loro non scendono: le saluto attraverso il vetro della macchina. Un saluto forzato che le distrae dal piccolo videogioco. È sabato, rientrano dal loro abituale giro al centro commerciale.

Lei ha una faccia stanca, sfibrata.
Lui l’espressione vinta, rassegnata.

Io sono arrivato fin lì per prendere un gelato, siamo di fronte alla migliore gelateria romana. Li invito a unirsi a me. Lei mi fissa con aria infastidita. Mi dice che non è l’ora per proporre un gelato. Ha ragione. Strattona lui, lo rimprovera: faremo tardi per la cena! Poi fissa le mie scarpe: una diversa dall’altra. Sbuffa: sei l’uomo più disorganizzato che abbia mai conosciuto! Ha, nuovamente, ragione. Ma vorrei spiegarle che abbiamo piedi diversi che hanno uguale diritto di abitare in identiche comodità. Rinuncio: dal modo in cui tira lui verso la strada capisco che non può esserci il tempo per un tale discorso. Lui però sembra non voler tornare nell’auto. Si aggrappa al mio braccio, così come ci si afferra a qualcosa per non precipitare. Mi dice che non dovevamo perderci di vista, dovremmo tornare a vederci più spesso; lei parla sopra le sue parole: fa capire che la macchina è in divieto di sosta, che le bambine sono rimaste sole, non è questo non il momento, abbiamo i telefoni. L’aria è scocciata.

Il secondo saluto è frettoloso, imposto. Senza baci. Già mentre attraversano la strada li vedo discutere fra loro. Le parole non le sento, ma posso immaginarle. Risalgono nella grande auto nera. Immagino che la discussione continui. L’automobile è di per sé uno spazio troppo angusto dove poter ritrovare un accordo. Le bambine si voltano, mi fissano. Le saluto agitando tutte e due le mani. Non mi rispondono. Rapidamente la macchina svanisce nel traffico delle altre vetture. Se non sarà nuovamente per via del caso, non credo che ci sarà modo di rivederli. Ma la scena ha lasciato un sapore amaro che neppure il buon gelato riesce a mitigare.

Così appena rientro in casa, tolgo le scarpe e decido di scrivere d’amore. Scrivere d’amore? Una follia, ma è fatta. E penso che devo farlo senza tradire troppo quelle che sono le mie reali competenze, sono uno che sa muoversi prevalentemente nella narrativa.

E allora?

Allora mi dico che è giusto partire da ciò che amo: il racconto.
Perché lo amo? non lo so.

Forse perché il mondo nel suo divenire mi pare non possa fare a meno di raccontare.
Non racconta magnifiche storie: un albero, un sentiero, un tramonto, una luna, un colpo di vento, una pietra, una foglia, un ruscello? Eccome! sono narratori capaci di rivelare grandi storie. Come tutti i narratori che non usano le parole. C’è solo da prendersi un po’ di tempo, il tempo necessario, e mettersi lì… ad ascoltare.
Ecco allora che se il mondo è un racconto – e lo è – amando il racconto forse mi illudo di poter amare un poco e meglio il mondo. Forse è per questo.

Ma non di questo, ero intenzionato a parlare. Non di me e del mio modo di amare.
L’idea folle era di parlare dell’amore più conosciuto e generale. Di quello che qualche sociologo avvezzo ai libri di Alberoni indicherebbe come il risultato di uno stato nascente di un movimento collettivo a due (l’innamoramento) felicemente portato a stabile maturazione: l’amore – appunto – fra due individui.
Inteso in tutte le sue possibili combinazioni sessuali. Senza dilungarmi sulle combinazioni. L’amore di coppia, a farla breve: senza stare troppo ad indagare su quale tipo di coppia. Perché se c’è l’amore, ogni tipologia – a mio modo di vedere – si equivale. Voglio insomma parlare di quello speciale affetto che unisce una persona con un’altra persona, in modo profondamente diverso da come normalmente l’affetto unisce fra loro le persone.
L’amore tout court.
Bene, ma cosa dire di questo amore che sia degno di attenzione e al tempo stesso pertinente alle mie competenze di narratore e soprattutto: che non sia già stato detto?

Difficile.
Una sola cosa mi viene. Lo spazio.

Partiamo da una certezza, la più ovvia di tutte: l'amore è dentro il mondo. Ma se è dentro il mondo, deve necessariamente essere anche parte del suo racconto.
E la parte di un racconto è racconto essa stessa. Ecco allora, se l’amore è racconto, deve sottostare almeno alle regole basilari d’ogni narrazione.
Caratteristica d’ogni narrazione è la necessità di spazio. Non c’è storia senza spazio.
Cos’altro è una storia, se non un vuoto che viene riempito? Una pagina bianca che viene scritta? un personaggio che va ad occupare mondi immaginati? una trasformazione, una metamorfosi che muove sviluppandosi da A fino a B?
Ora non voglio far diventare queste poche parole che dovevano essere sull’amore parole sulla narrazione, ma non posso fare a meno di dare seguito al mio ragionamento: sento che ha un suo perché.
Sempre più spesso vedo amori ingombranti, che si trascinano con fatica di anno in anno.
Questa idea mi aiuta a chiarire: quando la sovrapposizione è perfetta, quando ogni riga è stato scritta, quando ogni angolo del foglio è stato riempito, quando il personaggio ha realizzato tutte e dodici le sue fatiche, non c’è più possibilità per nessuna forma di racconto. Quanto tutto è compiuto è terminato anche lo spazio. Ed è vero il contrario. Quando non c’è più spazio: tutto è compiuto. Vale per ogni racconto. Bene, allora deve valere anche per l'amore. Quando ci appiccichiamo, quando colmiamo per intero la distanza, quando ci sovrapponiamo. Quando non siamo semplicemente vicini – intimi – ma attaccati uno all’altro, quando non esiste più uno spazio seppur minimo per il movimento, allora non esiste più alcuna possibilità di relazione.

Manca il tempo per lo stupore.
Tutto diviene fermo. Inalterabile. Già raccontato.
Ecco, all’amore evidentemente questo duole.
Come al racconto.

E duole anche a me. Perché molta, troppa gente vedo appiccicata, soffocata dentro una relazione che non può più essere tale, perché privata di qualunque distanza. Abitata in ogni sua minima parte.
Soffocata e soffocante.
Gaber direbbe: obesa.

Una relazione che ha straripato oltre il suo corpo, oltre il suo spazio. Una relazione che non ha più possibilità di dialogare, perché non ha più un luogo seppur piccolo dove posare parole nuove.

Una relazione che i proprietari ancora si sforzano di chiamare amore, ma non lo è più. Perché l’amore è racconto. E il racconto vive nella continuità di un cambiamento. Nella possibilità di un nuovo inatteso stupore.

Il racconto può esistere solo nell’occasione meravigliosa che offre un rigo che tiene viva ancora la sua parte di bianco.

Non c’è tempo per lo stupore senza uno spazio.
E dove non c’è spazio, non c’è più amore.

Un bravo narratore lo sa: è il momento di scrivere a quel racconto la parola fine.

© Dario Fani



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