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Non sanno che mi piace ballare
di Massimo Martinelli
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A volte succede che uno vive e per tutta la vita cerca qualcosa o semplicemente la rincorre e neanche capisce cosa sia e nel frattempo si innamora o così gli pare, perchè con l’amore sei sicuro mai.

Fumo lunghe sigarette bianche, eleganti di per se, votate al gesto languido. Le fumo quando sono solo stando attento a non farmi vedere. Nessuno sa che mi piace ballare. Ballo da solo nelle due stanze ammobiliate di un seminterrato da quattrocento euro al mese. Ballo sulle pagine sparse del romanzo che mai finirò, che forse non ho mai cominciato.

Per me sono così tanti quattrocento euro al mese che a volte smetto di ballare e vado in bagno a guardarmi allo specchio. Allora, se ancora ne ho, accendo una sigaretta ed osservo l’eleganza del gesto... invento pose...

Sono così tanti quattrocento euro che a volte mi prostituisco. Non mi piace, ma a volte vado al parco e comincio a camminare avanti e indietro lungo l’argine, fino a quando qualcuno si fa avanti. Allora scendiamo l’argine verso il boschetto di canne sulla riva del fiume. Quando la cosa è finita l’altro risale in silenzio ed io resto sulla riva, seduto sui talloni a lanciare sassi nell’acqua. E’ così che funziona. A me piacciono le donne, ma non è facile farsi pagare dalle donne. Bisogna essere nel giro. Non chiedetemi quale che non lo so. So soltanto che devi avere almeno un paio di camice pulite e una macchina sportiva. E poi occorre parlare. Sull’argine invece tutto si svolge in silenzio: tutto si svolge secondo un rito più o meno consolidato, non immune dagli errori di quelli nuovi, che si confondono con la rapida e rude destrezza dei gesti di chi non ha granché da perdere. Gli occhi dei partecipanti al rito sono opachi. E sfuggenti. Sono coperti da un velo che nasconde la vita che dovrebbe esserci dietro. Non so se per l’eccitazione o per la vergogna. Capita che qualcuno scavalchi il muro per la prima volta.

La notte, prima di addormentarmi siedo nudo sul bordo del letto e osservo i lividi sul mio corpo. Me li procuro da solo urtando contro i mobili durante la danza. Non è facile muoversi in così poco spazio. Non è facile ballare in così poco spazio con un occhio bendato e la testa appesantita dal vino cattivo. Sono uno sperimentatore da due soldi: ho scoperto  che osservare le cose con un occhio solo aiuta a concentrarsi. L’assenza di prospettiva mi tranquillizza. Con l’occhio sinistro coperto da una maglietta arrotolata sulla nuca osservo il mondo, chiuso nel seminterrato e penso al modo più efficace e misurato per  togliermi  la vita. I miei orizzonti non hanno estensione se non in profondità.

In profondità. Ieri pomeriggio sono uscito. Non uscivo da un mese e sono uscito. Ho fatto tre passi nella via e sono rientrato come se avessi visto uno a cui devo dei soldi o avessi dimenticato l’ombrello. Ieri era il venti di luglio, le due del pomeriggio ed ovviamente non pioveva.

In casa per lo meno c’è fresco. C’è odore di muffa anche d’estate... non credo che ce la farò a passare un altro inverno qua sotto.

Ieri pomeriggio, dopo essere rientrato mi sono messo a scrivere. Il computer è guasto. Si è spento una settimana fa e non sono più riuscito a farlo ripartire. Mi sono messo a scrivere su di un blocco per appunti, con una penna. Ho dovuto cercare una pagina bianca. Ho cominciato a sfogliare le pagine e sulla prima ho trovato il disegno di un lupo con cinque zampe, zampe fini come quelle di un insetto e una coda fine da topo. In ogni caso era un lupo ed aveva cinque zampe. Ho proseguito e nelle altre pagine ho trovato dei pesci senza occhi e un sole con gli occhi e la bocca e dopo un drago con tre zampe che sputava fuoco verde arancio e dopo una casetta che in realtà era un semplice triangolo rosso con una fessura grigia che era la porta e accanto alla casa c’era il disegno di un albero con la chioma tonda e sotto l’albero, che era più alto della casa, e sotto dicevo c’erano un uomo e un bambino, entrambi molto magri. Si davano la mano sotto quel grande albero. Andando avanti ho trovato una pagina bianca, ma non proprio bianca, perchè c’erano su alcune lettere asimmetriche e tremolanti, come piovute lì. Guardando bene ho visto che erano la prima parte di un nome scritto in stampatello. VAL, c’era scritto. Alla fine ho trovato una pagina veramente bianca, in mezzo ad altre pagine piene di disegni. Ho cominciato a scrivere qualcosa. Ho scritto il nome di mio figlio, Valerio. Il blocco e la penna li ha lasciati lui l’ultima volta che è stato qui, ventisette giorni fa. Ha sei anni e fra un paio di mesi andrà a scuola. Lui è fiero di me.

In montagna gli ho insegnato a costruire arco e frecce e gli ho fatto un bersaglio con un pezzo di cartone, a forma di uomo. Abbiamo passato qualche giorno dentro una vecchia capanna di pastori in una conca sotto il crinale. L’ho sistemata. Ho rinforzato i montanti e rivestito il tetto e le pareti con frasche di faggio e felci appena tagliate e ho messo delle altre felci sul pavimento, su cui abbiamo steso i sacchi a pelo e dentro la capanna c’era un buon odore di bosco e di pioggia. Valerio era entusiasta e la prima notte ha respirato profondamente alla luce della lampada ad olio, prima di infilarsi nel sacco a pelo. Con la testa appoggiata al fagotto dei vestiti che avevo messo sotto l’estremità del sacco per farne un cuscino, Valerio mi ha detto che era fiero di me. Gli dispiaceva solo aver dovuto mentire alla mamma. Tu non hai detto nessuna bugia, gli ho detto. Sono stato io, gli ho detto. Lui ha sorriso e si è girato dall’altra parte.

 

Per anni ho mentito. Prima di tutto a me stesso, poi sono come morto ed ho cominciato a mentire agli altri. E’ stato proprio in quel periodo che ho cominciato a fumare. La prima volta che ho respirato come si deve una sigaretta, bè, è stato bello. E’ stato come farsi dell’erba anche se è durato poco. Quella volta ho finito il pacchetto in due ore e alla fine non provavo più niente se non un gran mal di testa. Ora fumo quattro o cinque sigarette al giorno e nessuno mi ha mai visto fumare, tranne una volta, ad una festa larga da comunisti.     

Avevano organizzato la festa in questo paese di montagna, vicino al fiume. Le bandiere rosse sventolavano appesantite dall’umidità della sera lungo il perimetro e all’ingresso. All’ingresso una ragazza ti attaccava sulla camicia l’adesivo con il simbolo del partito. Aveva delle mani bellissime. C’erano villeggianti con le camice chiare e pullover pastello sulle spalle e gente del posto con facce rubizze e camice a quadri e pantaloni di velluto a coste. Il centro della festa era la pedana con l’orchestrina di ballo liscio, tutta attrezzata e in ghingheri. In mezzo alla pedana ballavo da solo facendo giravolte fra le coppie, sfiorandole. Non facevo niente di male e non ero sbronzo. Ad un certo punto è salita sulla pedana una donna sulla cinquantina con un bel vestito di lino color lilla e uno scialle color lilla che le copriva le spalle. Era magra e aveva lunghi capelli neri raccolti in due trecce che da una certa distanza la facevano sembrare una ragazzina, così magra e con quelle trecce. Non portava il reggiseno e i capezzoli le erano diventati duri per il freddo che stava risalendo dal fiume. Salì sulla pedana e cominciò a ballare seguendomi e facendo gli stessi passi e le stesse mosse che facevo io. Passavamo fra le coppie, io e lei, girando la testa in modo da guardare sempre una coppia anche quando il corpo scartava in un’altra direzione. Eravamo entrambe sudati e lei si tolse lo scialle e se lo legò ai fianchi.  Quando smisi di ballare lei fece lo stesso e mi seguì fino alla staccionata che segnava il limite della festa. Oltre quel limite, la notte stava allungandosi sulle cose come un animale da preda. Mi appoggiai al traverso di legno sotto una delle bandiere rosse e lei sedette sui talloni accanto a me. Avevamo entrambi il fiato grosso ed eravamo sudati. Metti lo scialle, le dissi e lei lo fece e io indossai la maglia che tenevo legata in vita. Guardammo per un po’ le coppie ballare, senza dire una parola, respirando l’aria fresca e bagnata della sera ed ascoltando quella musica in sette ottave. Mi chinai a prendere la sigaretta dalla sua mano e la fumammo a mezzo. Aveva i denti sani e ci provai.

 

Ieri pomeriggio dopo avere scritto il nome di mio figlio sul suo blocco da disegno, nell’unica pagina veramente bianca che ho trovato, ieri pomeriggio ho scritto qualcos’altro, forse una lettera. La lettera che ho scritto è questa:

“ Colline lontane, irraggiungibile orizzonte. Solitudine e tristezza infinita. Può contenerle il mio cuore modesto? Dove i capelli ricadono umidi c’è la mia fronte e nello sconcerto di un doppio finale, dai polsi stilla tepore racchiuso. Ecco un sogno contrastato, una realtà latente, in limine vita e follia e il decoroso abbandono alla morte. Salvo poi risorgere nello sguardo di una donna incontrata per caso, capace di tenerti alto il cuore e lo stomaco, come un viaggio da preparare.

Lenti mattini dal sapore di canfora,  nella foschia che si indurisce al giorno. E intorno vibra la galassia e corre lanciata verso il margine estremo ed esposto dell’universo, in un ronzio di macchine e di uomini affaccendati ed esausti. Il telefono delle rane piomba in lieve malore d’esistenza a ridosso della mia voracità caparbia. E passano le automobili risucchianti aria, eiettanti fuoco, nel polmonare infausto clamore d’occidente. Credo che se uno - ad esempio adesso-   gridasse il nome di Dio, gettandolo fra gli edifici, fin sotto le stuoie muffite dei tetti, fin sugli scendi letto dei malati, nelle minzioni purulente e trattenute della notte, se qualcuno gridasse questo nome, ebbene, un niente assoluto e totale accadrebbe e di un millimetro non si sposterebbe un milligrammo di polvere e questo mattino continuerebbe ad esistere, opprimendoci. Sono così solo e così scontento di me che rabbrividisco ogni volta che scorgo la mia ombra”

In sostanza, una lettera d’amore. Dopo averla scritta ho preso una sigaretta e l’ho accesa. Fumando, ho aggiunto questa frase:

“ Ho, per dirla tutta, perso il beneficio della rassegnazione e adesso mi è difficile vivere questa vita senza amore.” Ho strappato la pagina e me la sono ficcata in tasca, poi con la sigaretta tra i denti sono uscito. Faceva caldo e per strada non c’era anima viva.

Sopra di me, sopra il seminterrato dove vivo, sopra, c’è una panetteria. Questa è una buona cosa per chi soffre d’insonnia. Verso le due del mattino  arriva il gestore della panetteria ed accende il forno e dopo poco arriva il ragazzo che gli da una mano. La moglie del gestore sta dietro il banco di giorno. E’ una ragazza carina e gentile che segna su un taccuino quello che non riesco a pagare subito. Ha una penna verde con un falchetto verde appollaiato in cima. Con quella penna scrive quanto le dico di mettere in conto, incolonnando i numeri in perfetto ordine.

E’ dunque alle due che arrivano. La serranda di metallo crivella la notte scorrendo sui cuscinetti arrugginiti e il frastuono cessa all’improvviso come è iniziato e sembra che qualcosa di importante per la città sia rimasta in sospeso. Dopo un paio d’ore, dalle bocche di lupo che danno sulla strada, arriva l’odore del pane appena sfornato e si accomoda morbido nelle due stanze dove vivo. A questo punto anche l’accenno di sonno svanisce e se ne ho voglia mi metto i pantaloni e salgo di sopra. Il gestore è un tipo simpatico, come sua moglie e bene in carne come sua moglie. Si chiama Saverio. Il ragazzo invece è un po’ scontroso, ma credo dipenda dal fatto che non sia ancora abituato a quel lavoro notturno. In ogni caso mi sembrano a posto e quello che fanno è lavorare, così salgo per fare due chiacchere. A volte preparo del caffé con la moka e salgo su con il thermos e le tazze.

Beviamo il caffé e mangiamo il pane appena sfornato e dopo ci fumiamo una sigaretta sulla porta parlando del più e del meno, come si dice. Si, ora che ci penso anche loro mi hanno visto con la sigaretta in mano. Che strano non averci pensato. Il fatto è che tutta la faccenda della notte io la vivo come un sogno e le sigarette fumate nel sogno non contano.

Ma è vero che sei uno scrittore? Mi chiede una notte il ragazzo che da una mano. Si, rispondo. E cosa scrivi? Ma, per lo più scrivo di cose che mi sono capitate. Ma anche favole per bambini, dico. Anzi, gli unici soldi che mi hanno dato fino ad ora in cambio di quello che scrivo, me li hanno dati per le favole. E nelle favole di cosa parli? Bè, direi che parlo di quello che mi capita, ma lì capita ad orsi permalosi o a farfalle convalescenti o a principesse sprovvedute. Poi ometto o aggiungo qualcosa che stia bene nelle favole.

E quanto riesci a farci, con le favole ed il resto? Sempre il ragazzo, mentre il capo finisce la sigaretta buttando in strada il fumo dopo averlo fatto passare per i polmoni. Non molto. Diciamo che in questi ultimi tre anni ci ho fatto si e no duemilacinquecento euro. Dai! Già. Il ragazzo si ficca le mani in tasca come se cercasse qualcosa, ma non cerca niente. Stiamo sulla porta e siamo praticamente tagliati in due dal caldo della panetteria e dal freddo della strada. Il capo e il suo aiutante indossano calzoni corti e maglie a mezze maniche. Io ho su un vecchio maglione e sento caldo solo sulla schiena. Allora sei costretto a fare altri lavori? Si. E cosa fai? Correggo tesi per i laureandi, faccio qualche traduzione per manuali di istruzione. Dall’inglese. L’altro anno ho fatto anche la vendemmia e la raccolta delle castagne sull’Amiata. Sull’Amiata non si guadagnava molto. Mi davano vitto e alloggio e quindici euro al giorno. Però  si stava davvero bene. La mattina una nebbia densa ti bagna come pioggia, ma verso le dieci la coltre si alza e il sole scintilla sui prati fradici e sullo spesso tappeto di foglie. Nella nuova luce carica d’elettricità, vedi fumare il terreno sotto i tuoi piedi e vedi il fumo sulla testa di quelli senza cappello o quando se lo tolgono. Nelle case c’è sempre un buon odore di legna bruciata e di cucina.

Parliamo così, del più e del meno. Parliamo fino all’alba, poi arriva un furgone e i miei amici ci caricano su alcune ceste di pane. Il resto è per i clienti della bottega.

Qualche mese fa, verso la fine dell’inverno, ho visto Saverio lungo l’argine. Io stavo cercando di tirar su qualche euro e passeggiavo senza fretta su e giù calpestando l’erba umida. Ad un certo momento lo vedo venire verso di me, ancora distante. Cammina lento e si guarda intorno, poi guarda nella mia direzione. Tiene le mani  ficcate in tasca e sorride come uno scolaretto. Quando si accorge chi sono il sorriso gli scompare dal viso e lo vedo cambiare direzione. Lo vedo prendere per il viale risalendolo in fretta. In quel momento arriva un tizio che mi passa accanto e comincia a scendere verso il canneto, si volta, mi guarda ed io lo seguo. Con Saverio non ne abbiamo mai parlato e a me non interessa farlo. Non credo sia un frequentatore abituale. E’ stata l’unica volta che l’ho visto lì, ma io non ci vado spesso, non sono un marchettaro.

 

Bendarmi gli occhi e danzare è il mio gioco preferito. In effetti è l’unico che mi sia rimasto. Per tirarne fuori le gambe dovrei buttare al macero tutti questi fogli sparsi sul pavimento e trovarmi un lavoro come si deve. Così potrei andare da mio figlio nei fine settimana e portarlo al mare o da qualche altra parte con l’automobile nuova. Ma a questo punto ho inghiottito tanti di quei rospi, come suol dirsi, che mi sentirei un vigliacco a mollare. In fondo lui è fiero di me e non c’è motivo che cambi opinione.

© Massimo Martinelli



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