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di Debora Gatelli
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Caro nonno,
ieri era Halloween e sono andata a una festa nella discoteca dove vado sempre. Come ben sai si tratta della notte delle streghe e tutti si mascherano da vampiri, scheletri, mostri vari. Io mi vesto già da strega tutto l'anno così ieri mi sono mascherata da topo per essere un po' originale. Però non mi sono divertita molto sai? C'era troppa gente, in queste ricorrenze c'è sempre una gran folla. Non avevo spazio per ballare, faceva caldo, avevo mal di testa e tutti mi tiravano la coda (eh sì, il mio costume da topo oltre alle orecchie comprendeva anche una bellissima codina pelosa!)
Oggi alzandomi mi sono resa conto che, Halloween a parte, queste sono le feste per i morti e io non le ho mai potute soffrire. A dire il vero ho una certa avversione un po' per tutte le feste comandate, ma non voglio lanciarmi in una polemica infinita sul perché e sul percome di questa mia avversione. Ti dirò soltanto che la ricorrenza dei morti la trovo un po' inutile perché non ci deve essere bisogno di una data fissa per ricordarsi dei nostri cari defunti.
Se fossi morta credo che mi irriterei nel vedere i miei parenti vicini e lontani ronzare attorno alla mia tomba solo in questa ricorrenza, portando mazzi enormi di fiori. Se fossi morta gradirei essere tenuta viva nella memoria di chi mi amava, tutti i giorni e in ogni luogo, non al cimitero davanti a un epitaffio.
Io non vado mai al cimitero a "trovare" i morti, preferisco pensarli quando sono a letto al buio, sola nella mia stanza. In questo modo c'è molto più raccoglimento, non rischi di incontrare il parente del vicino di tomba del tuo parente (che ti attaccherebbe sicuramente una pezza tremenda sugli ultimi pettegolezzi paesani), non perdi la concentrazione distraendoti con i fiori che non vogliono saperne di stare a posto nel vaso, e soprattutto eviti di trasformare la visita al tuo caro in una gita turistica tra le lapidi per vedere chi ha il monumento più costoso e i fiori più belli.
Scusa il mio cinismo nonno, ma su certe cose divento tremenda e potrei capire se qualcuno mi mandasse a quel paese, me e le mie idee strane.
Però quando sei nel letto in silenzio, a volte i morti li puoi quasi sentire; in un soffio d'aria più freddo, in una luce che si accende e si spegne da sola, in un rumore strano. In piedi davanti a una lapide mentre fissi la foto e leggi le scritte sul marmo credo che non succeda molto spesso.

Ti sto scrivendo tutto questo proprio perché oggi, nel giorno dei morti, all'età di 26 anni suonati, per la prima volta ho realizzato che non sono mai stata nel cimitero dove sei sepolto tu. Non so neppure dov'è, so solo che è a Milano. So che quando sei morto io nemmeno ero nata e so che vedere dove sta la tua tomba non cambierebbe nulla. Mi è sempre dispiaciuto molto non averti potuto conoscere; quando muore qualcuno ne conserviamo il ricordo, i momenti passati insieme, le ore felici e quelle più difficili. Di te non ho niente da ricordare. Ho solo qualche racconto fattomi e un paio di foto mostratemi. E' un po' pochetto e mi rendo conto che nella mia vita non ho pensato molto a te. Non mi mancavi perché non ti avevo mai avuto; non so nemmeno immaginare se avremmo potuto andar d'accordo o no. Come faccio a saperlo?
Eppure sono sicura che tu mi hai sempre tenuta d'occhio anche se non mi hai mai vista; sono sicura che mi stai vicino anche se io non ti sento e non immagino che sei tu. Sono sicura che hai già perdonato la mia leggerezza nel non pensarti spesso e sono sicura che vedi da solo come sono, molto meglio di quanto potrei spiegarti io a parole.
Non sono mai venuta nel tuo cimitero e credo che non lo farò nemmeno in futuro; ti ho scritto questa lettera come mio epitaffio personale, tanto non c'è bisogno del marmo per incidere delle parole e non servono fiori per profumare le anime. So che sarai d'accordo con me.

Debora

© Debora Gatelli



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