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Un possibile viaggio di ritorno
di Luigi Panzardi
Pubblicato su SITO


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I racconti di Progetto Babele

Anno 3001, fine gennaio. Il Capodanno era stato festeggiato come la pace stipulata dopo una guerra mondiale. Balli parossistici di folle felici si erano scatenati per le vie, fuochi pirotecnici avevano incendiato il cielo. L’umanità era uscita decimata da un susseguirsi di pandemie che si erano rinnovate sempre più virali per tutto il millennio precedente. Solo durante gli ultimi anni del 2900 la salute fisica dei popoli si era ristabilita con un soddisfacente grado di benessere.
Ma se i malanni del corpo per il momento sembravano fugati, una paura tacita, sotterranea agitava le coscienze umane.
Astrofisici astronomi matematici, scienziati di ogni nazione si dedicavano da mesi ad una strenua ricerca sulle cause dell’affollato ed inusitato giro di asteroidi intorno all’orbita terrestre. Per giunta, sciami di corpuscoli spesso sfioravano i tetti ad antenna e le terrazze dei grattacieli incappellate di giardini pensili. I ricercatori in genere sospettavano, intuivano, come in luoghi inaccessibili dell’universo più supernove insieme fossero esplose espellendo nell’etere materia e gas. Ma della causa effettiva per cui la Via Lattea e segnatamente la Terra fossero i bersagli preferiti persino le ipotesi erano latitanti.
Nonostante il nuovo scudo di particelle ad alta densità fosse integro e mostrasse di poter resistere agli assalti più massicci, nell’umanità non si affievoliva lo stato di ansioso malessere. In taluni settori sociali il panico era a stento contenuto entro i limiti accettabili dalla comunità.
Improbabili scienziati in cerca di notorietà occupavano quotidiane tavole rotonde televisive. Si mostravano al pubblico con occhi spiritati, preconizzando l’imminenza di collisioni distruttive, che suffragavano con l’esibizione di immagini artatamente costruite, pure alquanto verosimili. Ed era proprio la congerie di informazioni discrepanti a magnetizzare la pubblica attenzione, a tenerla sospesa sopra il baratro oscuro della fine del mondo.

Fisime fantascientifiche che presso gli abitanti delle nazioni meridionali diventavano a tratti parossistiche.

All’opposto, fra i popoli nordici più ricchi era diffusa la boriosa nozione di una vispa terra vissuta con una certa tranquillità per un numero incalcolabile di anni, e che per altrettali anni e ancora altrettali sarebbe vissuta sia pure a periodi alternati tra pace e guerra.

L’universo, in gran parte avvolto nella nuvola di una cosmica ignoranza, non aveva mai smesso di sedurre gli scienziati. Le missioni spaziali con astronavi sempre più sofisticate si ripetevano ogni lustro, ma anche nei periodi di mezzo si spendevano grandi energie per penetrarne i recessi più lontani. Periodicamente navi con equipaggi umani varcavano i confini della Via Lattea. Una Via che aveva ormai poche novità da offrire. Un’immensa quantità di informazioni giungeva sulla terra, ingolfava le esorbitanti memorie di immense schiere di computer. In quanto però a estrarre la sovrabbondante quantità di dati e tradurla in una letteratura accessibile all’intelletto umano, o a come trasformare il diluvio incessante di messaggi elettromagnetici che giungeva ai terminali terrestri in conoscenze scientifiche, utilizzabili per illuminare l’universo ancora non esisteva tra ricercatori e scienziati un metodo valido per tutti loro. Da molti decenni era attivo il progetto Penelope, un complicato sistema di difesa del pianeta che si sarebbe acceso in caso di un possibile catastrofico nuovo Evo. Si simulavano collisioni con corpi vaganti nello spazio per verificarne le possibilità distruttive. Ma mentre la conoscenza dell’etere allargandosi si approfondiva, cresceva lo smarrimento dovuto alla sempre più chiara coscienza di vivere sopra un corpo stretto e fragile. La morale drammatica di tanta congerie sperimentale era la stessa che alligna da sempre beffarda all’interno di ogni uomo: niente prova come e perché la terra possa essere immune da definitive catastrofi.
Accadeva, come sempre, che le certezze di ieri diventassero già all’alba del giorno successivo falsità lampanti. L’interpretazione dei dati trasmessi dal vasto apparato difensivo, prima convincente e magari condivisa, venisse poco dopo attaccata dal virus del dubbio, di modo che il fortino delle teorie si apriva a mille ipotesi discordanti. E gli scienziati, come bambini che non cessano mai di chiedere, si riproponevano le stesse domande. Insomma, indugiava nella coscienza dell’umanità vivente un triste presentimento.

Il limite della ragione è che essa non conosce l’essere di tutti i problemi. Ma, Alles Leben ist Problemilösen, pensava un antico filosofo di una ancora più antica nazione.

Il confine dell’inconoscibile si era allontanato a dismisura eppure di poco rispetto alla incalcolabilità della sua distanza.

Dal confine tra il conoscibile e l’ignoto all’inizio del 3001 ebbe origine il probabile viaggio di ritorno.

L’aggregato s’avvicinò al pianeta. La terra si staccò dall’orbita intorno al sole e s’avviò per lo spazio.

Come una fragile canoa, che realmente altro non era, nel mezzo preciso dell’oceano etereo.

I popoli furono stritolati dal peso immane dell’atmosfera, l’involucro d’aria che li aveva protetti per centinaia di migliaia di secoli. Tempeste d’inaudita violenza erano esplose all’improvviso sopra a una tranquillità gaudente, la temperatura variata da picco a picco, bruciando e congelando allo stesso tempo tutto ciò che esisteva. Una forza cosmica teneva imprigionato il piccolo pianeta terra e lo portava a passeggio per l’universo, come fosse una tenera nuvola di polvere.

«Allora! Sicuro che sia stato Apophis a collidere con la Terra? Lo scontro preconizzato mille anni fa! eppure, a quanto pare, nessuno, neppure noi dormienti nel nostro vanitoso sapere, che sia riuscito a scongiurarlo!»
«Il temuto Apophis da solo non sarebbe mai stato in grado di giocare a biliardo con noi».
«Ma, per dio, cosa è successo, allora? Siamo scienziati, perché siamo così ignoranti?»
«L’imponderabile. Un fenomeno puro elude matematica e fisica. Accade fuori del tempo. Esula da paradigmi, coordinate, funzioni. Neanche la fantasia più sfrenata è in grado di concepirlo. Posso avanzare un’ipotesi, la più fantastica possibile, la più irrazionale partorita da una mente razionale: in qualche regione dello spazio, fuori della nostra galassia, una stella gigante, una delle tante, deve essere esplosa, come succede d’ordinario nell’universo. La supernova avrà vomitato una quantità esorbitante di materia che ha invaso lo spazio dilagando, colpendo altre entità, ingoiando oggetti piccoli, penetrando in quelli più grandi, modificando o distruggendo le preesistenti strutture. Un evento di tale inestimabile potenza, come l’esplosione di una stella, non può non avere conseguenze altrettanto inestimabili sull’universo più prossimo. Conoscere il momento dell’esplosione non ci serve per ora, neppure per calmare la nostra fame di conoscenze. Possono essere trascorse centinaia di migliaia dei nostri anni da quell’evento. Forse allora si era al tempo della Repubblica Romana. Così, per dire una celia. Solo un residuo, un infinitesimo gigante dalla muffa del tempo è venuto a invadere il sistema solare, accostandosi alla nostra atmosfera, schiacciandola, come aria compressa in uno dei nostri tubi sperimentali. E purtroppo, solo quando ha intersecato l’orbita di casa nostra il genere umano ha avvistato l’immensa ombra nera che intanto già ci avvolgeva in un buio perfetto con un gelo mostruoso. Da questa ciclopica compressione saranno scaturite conseguenze terrificanti, picchi di temperatura elevatissimi che devono aver prodotto la distruzione di ogni forma di esistenza. Anni di studi su deflessioni di orbite, impatti prefigurati, esplosioni atomiche indotte sono diventati inutile zavorra intellettuale. L’agglomerato alieno dalle dimensioni più grandi, forse doppie o triple del nostro misero, sappiamo benissimo che nel cosmo non possiamo essere pignoli in quanto a misure, si è inesorabilmente alzato sull’orizzonte e ora giganteggia e spinge la terra sradicata dalla sua originaria orbita verso chissà dove!».

 

Fotocellule e sensori posti sui dorsi del Gran Sasso avevano trasmesso alcune immagini del cosmico evento su uno schermo che copriva una intera parete della sala, fino a quando non erano stati distrutti. E da quelle terrificanti immagini era stata ispirata la terribile teoria.

«Stupefacente! La crosta dev’essere stata schiacciata e levigata. Al di sotto di essa però sembra che la vita non abbia subito danni. Perché mai la terra non si è disintegrata?»
«Perché non si è verificato un vero impatto».
«E che cosa allora sarebbe accaduto, secondo il tuo fantasticare?»
«Posso azzardare: poni due gigantesche bolle nell’oceano, lontanissime fra loro. All’improvviso una forza, di origine ignota, spinge la prima bolla verso la seconda più piccola, il mare ribolle, sorgono onde altissime che si frappongono fra i due corpi e contrastano la forza. Infine, giunte alla opportuna distanza, senza che avvenga un urto fra le due, anche la seconda bolla subendo la spinta dell’intero sistema incomincia a correre.
«Forse è per questo che siamo vivi e che qualcosa all’interno del pianeta parrebbe essersi salvata».
«Forse. Forse tutto ciò che stava sulla superficie è distrutto, forse anche ciò che si trova a una qualche imprecisabile profondità. Solo pochi privilegiati gruppi di esseri umani avranno avuto la fortuna, o sfortuna? e il tempo di correre nei rifugi. Come il nostro, dove per la corazza che ci riveste, sepolti nelle viscere del Gran Sasso, potremo vivere ancora e fino a quando non credo ci sia qui qualcuno di noi in grado di predirlo. Siamo degli eletti! Dài, sembra che tutti i laboratori operanti nel centro siano salvi, il monotono ronzio dei motori ci arriva ben distinto. Qui i pannelli a led del soffitto sono illuminati. Respiriamo, quindi l’impianto di produzione dell’ossigeno è ancora efficiente. Da tutto questo dobbiamo arguire che i mille e quattrocento metri di roccia sovrastanti ci hanno salvato la vita!».

«Quanto potrebbe durare questo viaggio?»
«Impossibile fare previsioni!»

Questo dialogo si era svolto tra l’anziano e canuto professore Lorenzo Calelli, matematico, fisico e astronomo, al quale appartenevano i dubbi e le perplessità espresse a stenti, e il giovane allievo, biondo e aitante Simone Faranelli, la cui età gli regalava una fervida fantasia, un opportuno ottimismo e l’esuberanza tipica della genialità che gradiva spesso l’esercizio dell’azzardo. Il professor Calelli era un uomo smilzo, basso, fragile; una chioma bianca, eternamente ribelle, gli copriva il cranio irregolare. Agiva a scatti, gli occhi neri guizzanti verso ogni direzione, come in perenne ricerca di novità. Faranelli gli doveva la vita perché, essendo stimato quale promettente giovane ricercatore, era stato invitato dal noto scienziato nel centro di ricerche sotterraneo del Gran Sasso, sottraendolo così alle devastazioni avvenute in superficie. Lo scopo primario dell’invito era stato di mostrargli le meraviglie tecnologiche dei laboratori e le stimolanti attività delle ricerche. Vi era arrivato da appena sei giorni, quando assistendo agli esperimenti del professore avvertirono vibrazioni prolungate insieme a scosse rapide e violente. Il cassettone di pannelli luminosi del corridoio che collegava la sala Nera alla sala Azzurra era crollato insieme a una valanga di rocce. La sala Nera, dove si trovavano i due ricercatori, era infondo ad una intricata serie di corridoi. La frana li aveva sigillati nel laboratorio e li separava dai grandi spazi delle sale Azzurra e Rossa. Nel momento della collisione operavano in queste due sale poco meno di quattrocento scienziati e una schiera imprecisabile di tecnici.

Dopo il silenzio dovuto ad una lunga attonita sospensione, il Faranelli riprese a dire quasi con veemenza:
«Ora scaviamo, apriamo un varco! Dall’altra parte sono vivi, ne sono sicuro!»
«Calma e ragioniamo: qui c’è sufficiente ossigeno, la galleria intera è lunga svariati chilometri, ingresso e uscita potrebbero essere stati suggellati da detriti e rocce e se così fosse sarebbe meglio per noi, siccome si eviterà la dispersione o la contaminazione del nostro ossigeno. Oltre questa frana non sappiamo cosa si trova, forandola non potremmo far altro che anticipare la nostra fine. Se poi anche di là ci fossero sopravvissuti si troveranno più o meno nelle stesse condizioni nostre. E se sono in salute potrebbero loro spianare le macerie!»
«Professore, se quelli son morti, moriremo anche noi! Le risorse di questa che potrebbe diventare molto presto una camera mortuaria prima o poi finiranno, i frigoriferi delle scorte alimentari sono dall’altra parte, come anche gli alloggi, tanto vale cercare altre soluzioni. Quelli di là, se sono sopravvissuti sono numerosi, noi solo due: cosa potremmo fare io e lei contro gli ignoti pericoli che, data la situazione, non tarderanno ad arrivare?»

Eppure, nonostante queste poco eroiche riflessioni, il professore Calelli già pensava di collaborare col giovane, che nel frattempo si era buttato sull’ammasso di rocce e lastre di cemento, dalle quali spuntavano minacciose le armature di acciaio. Si diresse verso la parte opposta del tunnel senza dire una parola. Simone Faranelli, siccome intento a smuovere con le mani un grosso pezzo di roccia, non si avvide del suo allontanarsi.

L’anziano professore percorse parte del corridoio illuminato, ma presto dovette inoltrarsi nel buio per via di pannelli luminosi che da quel punto in poi erano spenti. La solitudine acuiva la sensazione di un fruscio profondo, di materia che scorre senza attriti negli spazi immensi dell’universo. Pensò un po’ a quella originale coppia di pianeti generata dalla fantasia del giovane collega che, se fosse stata vera, stava viaggiando probabilmente a una velocità di molto superiore a quella della luce. Sorrise pensando alle ormai superate teorie della vecchia fisica, quasi ruderi geniali del precedente millennio, che però erano stati il pedale potente, la base di lancio per le successive scoperte. Intanto si ricordò dell’esistenza, accanto all’ingresso, di un gigantesco condotto cieco trasversale, una sorta di rimessa con cumuli di materiale accatastati, congegni e strumentazione di vario tipo. Il luogo era lontano. Si accostò alla parete di sinistra, allungò il braccio fino a sfiorare il muro ruvido. Quasi incollato al muro che gli fungeva da guida camminò ancora parecchio, finché sentì contro il palmo della mano il metallo d’una porta. Doveva essere arrivato. Mise a fuoco nella memoria come se fosse una pellicola fotografica la posizione del groviglio di attrezzi e vi si diresse staccandosi dalla ruvida guida. Le mani brancolarono nel vuoto, urtarono corpi metallici. Si fermò un attimo per raccogliere i ricordi, poi con i polpastrelli analizzò i profili di quegli attrezzi. Finalmente sfiorò denti aguzzi e robusti. Brillò un lampo nella sua memoria, ricordò uno snello e minaccioso automezzo, lo scavafosse una volta visto in azione, piccolo e agile, ma efficiente. Presto e a tentoni trovò l’interruttore del mezzo e accese un potente motore. Il fragore aveva qualcosa di allegro, era il risultato, amico in quell’ora, “di una tecnologia raffinata ma cieca, dato che non ha un faro per illuminare la strada”. Pensò deluso. Del resto il mezzo con un motore alimentato a plasma non aveva mai avuto bisogno di un faro.

Ora bisognava stare attenti a non sbagliare direzione per tornare nella sala Nera. Il centro di ricerche, oltre alle tre sale, aveva una ragnatela di corridoi d’ogni misura. Avendo svoltato a sinistra per entrare nella rimessa, uscendone per riprendere la giusta direzione avrebbe dovuto svoltare a destra. Così gli sembrò e proseguì per un tempo che percepì improvvisamente più lungo di quello impiegato nell’andata. Si sentì collassare dentro, l’angoscia si stava trasformando in panico, la razionalità di una mente esercitata al pensiero astratto e matematico veniva sopraffatta da una materia oscura e informe; stava per essere invaso da una violenta depressione per il pensiero alla recente catastrofe, per il buio circostante e la perdita di ogni certezza. Percepì con acuta amara delusione il peso dell’età avanzata, della vacuità insensata del sapere al cospetto del nulla, della morte. Per un movimento maldestro sfiorò con la mano il pulsante dell’interruttore digitale posto sul cruscotto dello scavafosse e il motore si spense. Con il silenzio il buio sembrò ancora più profondo. Fu come se fosse stato artigliato da una paura nera, spinosa. Gli pareva di avere un istrice ballerino nella cavità dello stomaco. Cadde sul pavimento gelido, perdendo i sensi.

Il giovane si arrabattava con le mani sulla frana. Distratto da questo impegno ancora non si curava dell’anziano collega. Continuò con frenetica ostinazione a estrarre materiale. Percepì sì il rumore di un motore, ma pensò che fosse il Calelli a trafficare con le imponenti macchine della sala che erano servite, e forse sarebbero servite ora più di prima, per gli esperimenti sulla materia oscura. Nel momento in cui si trovò ad estrarre una grossa lastra di conglomerato, si rese conto di avere bisogno d’aiuto e allora scoprì di essere solo. Dopo aver chiamato più volte il professore, si guardò in giro, rovistò negli armadi delle attrezzature, quindi afferrò una grossa torcia elettrica e andò alla ricerca dello scienziato. Lo raggiunse e si commosse vedendone il corpo a terra raggomitolato come un fagotto. Si piegò per scuoterlo, con delicatezza.

«Professore, come sta? si sente male?»

 

Intanto lo toccava, lo scrutava con le mani per accertarsi che non fosse ferito. Fu dopo un minuto che riascoltò la flebile voce dell’uomo:

«Mi restituisca il sistema solare!»

«Non sono il padreterno!»

 

Il ricercatore, aiutato da Faranelli, lentamente si rimise in piedi, quindi tornarono nella sala sul mezzo guidato ora dal giovane che lo diresse subito contro i rottami della frana. Le lame affondarono nel grande ammasso, respingendo sui volti dei due scintille e polvere. Il professore stava al fianco del giovane immobile a guardare. Faranelli manovrava abilmente la macchina robusta, i cui coltelli d’acciaio sibilavano e scintillavano quando aggredivano il calcestruzzo e le maglie metalliche. Era necessario allargarlo almeno di altri cinquanta centimetri per creare un comodo passaggio. Quando le lame entrarono per tutta la loro larghezza nella frana si fermò, spense il motore e rimase in ascolto, quindi esclamò con l’entusiasmo di un bambino:

«Sono vivi, professore, sente le voci?»

Il Calelli stava ancora immobile intento a guardare il buco nella frana, quando si sentirono cupi tonfi provenire dall’altra parte, picconate inferte in corrispondenza del varco. Faranelli allora riaccese lo scavafosse e continuò con più lena a manovrare e scavare.

Caduto l’ultimo diaframma, nella sala Azzurra del laboratorio ci fu un’esplosione di gioia, di abbracci di congratulazioni e strette di mano. Erano sorpresi e felici di ritrovarsi vivi, sani ma smarriti nello sforzo vano di frenare e nascondere la paura.

«Quanti siete? Ci sono tutti? Siete tutti illesi?»

Chiedeva ai più prossimi con ansia il professore.

 

Il centro di ricerche del Gran Sasso era già dalla originaria edificazione il più grande del mondo. Nel corso dei secoli si era sviluppato ancor più con l’ampliamento della terza galleria, dei corridoi e delle sale. Tanto da essere diventato ormai una città della scienza, con numerosi edifici e vere lunghe autostrade che la percorrevano. Gran parte dei nuovi spazi era occupata da gigantesche macchine intorno alle quali si svolgeva una ragnatela di grossi cavi multicolori. Le ricerche mirate alla conoscenza della materia oscura esigeva l’impiego di ordigni sovradimensionati e straordinari edifici di piombo.

«Vedere particelle che appartengono a un altro universo sensoriale, grani infinitesimali di entità estranee a ogni percezione umana, significa far apparire l’indizio di una nuova forma di esistenza nelle nostre ampolle».

 

Aveva detto il professore a Faranelli quando questi appena arrivato si era meravigliato del numero delle strutture e delle loro dimensioni.

Stefano Alzotelli era un uomo gigantesco, cinquantenne calvo, il cranio rotondo e lucido, faccia quadrata e rossiccia, occhi grandi ovali, quasi sempre ostili. Era stato incaricato dal dipartimento universitario di astrofisica e fisica delle particelle elusive, che dipendeva direttamente dal Ministero della Scienza, di dirigere il centro di ricerche del Gran Sasso e ne svolgeva la funzione con una serietà che era apparsa subito energica più del necessario.

Finite le felicitazioni per essersi ritrovati tutti in vita, il direttore riunì nel suo ufficio il personale tecnico dal quale aveva sempre preteso l’assoluta condiscendenza, se non propriamente cieca obbedienza. Sapeva che nessuno degli scienziati si sarebbe piegato fino a tributargli un uguale ossequio, se l’avesse esatto con l’autorità della funzione. Li considerava esseri dalla personalità infantile, dotati tuttavia di un cervello straordinariamente attivo e intuitivo. Un cervello concentrato in attività peculiarmente astratte e per questo lontano dal corpo e dai suoi bisogni. Lo scopo della riunione riservata ai tecnici era di chiedere le loro opinioni su quanto era e stava accadendo, e, per quanto era possibile, sulle condizioni di tutto il complesso. Considerava essenziale possedere la maggiore quantità di informazioni per la organizzazione di una qualche strategia di sopravvivenza. Ebbe risposte poco tecniche, anzi vaghe, ipotesi contraddittorie ed accettò allora il suggerimento più concreto che fu del Faranelli, il quale, incuriosito, era entrato nella sala della direzione. Il giovane, dopo aver ascoltato le opinioni dei presenti esclamò:

«Bisogna inviare fuori del centro dei volontari per esplorare quanto più territorio è possibile. Ma che i volontari siano degli scienziati!»

Non costò al direttore Alzotelli la benché minima fatica a organizzare la squadra di volontari. Si offrì per primo proprio il professor Calelli, poi il suo giovane discepolo che aveva avanzato la proposta, due altri ricercatori, dei quali lo smilzo esperto di fisica delle nanoparticelle, il bruno egiziano Amon, tra l’altro profondo conoscitore della millenaria civiltà egizia e uno svizzero biondo elegante sotto il camice, Gerardo Ghirler matematico e biologo, studioso dei nucleotidi degli organismi unicellulari reperiti sul suolo di Venere. Insieme a loro altri tre tecnici scelti per supporto dall’Alzotelli. Il professore Calelli, eletto responsabile della missione, conosceva per fama i due scienziati aggiunti e fu felice d’avere la loro compagnia. Si rifornirono di torce, corde, scavatrici in miniatura, elmetti forniti di un concentrato di tecnologia. Inoltre, ciascuno portava sulle spalle uno zaino di materia trasparente in cui alloggiava, quasi dormiente come un felino grigio, la solita tuta speciale, leggera e che se indossata aderiva al corpo e al viso come una pelle supplementare. La straordinaria divisa era stata già ampiamente sperimentata durante le numerose missioni spaziali dell’ultimo millennio. La sua virtù più preziosa consisteva nel lasciare libero l’esploratore di muoversi a piacimento, mentre la respirazione veniva assicurata dal convertitore in ossigeno di un liquido verde circolante attraverso i sottilissimi capillari della tuta stessa. Si avviarono verso l’uscita dal tunnel in direzione di Laquila. La luce proveniente dal laboratorio dopo cinquecento metri si affievolì, i grandi lampioni fotovoltaici che illuminavano la strada dei tir erano spenti. Per questo un buio assoluto ora avvolgeva il drappello di luminari. Tutti insieme accesero le torce. I fasci luminosi volteggiando schiarirono un ambiente assolutamente normale. Non vedevano crepe nella volta, non sulle pareti. L’asfalto come al solito ruvido, privo di fessure. Arrivarono davanti alla grande porta verde militare, spessa solo cinquanta centimetri ma che sigillava con blindatura inscalfibile la città della scienza. Indossate le tute il professore sfiorò il bottone del telecomando che si trovava nell’alloggio della vigilanza. I due battenti si aprirono silenziosi. L’autostrada deserta si manifestò ai loro occhi, desolata. Di anomalo c’era, e si notava chiaramente alla luce delle torce e al calpestio, una deformazione della superficie che faceva pendere il nero asfalto verso il lato destro. Lo stupore di Faranelli era violaceo al riverbero della torcia che agitava nella mano.

«Dove sono finiti i mezzi? Non c’è neppure la carcassa di un veicolo!»

«Entrata e uscita. Gli automezzi provenienti saranno stati stritolati ancor prima di arrivare all’ingresso, penso molto prima. Quelli che si trovavano nel tunnel saranno arrivati incolumi all’uscita, dopo di che si sono disintegrati». Ipotizzò l’ingegnere svizzero.

«Là fuori la pressione atmosferica deve essere immane. Già da qui si fa fatica ad avanzare?» Aggiunse Amon ansimando.

Si procedeva a stenti, era come trovarsi davanti a una resistente elastica parete, ma la luce delle torce non illuminava ostacoli. I primi a fermarsi per difetto d’energia furono i tecnici che costituivano l’avanguardia, schiacciati da una pressione irresistibile. In quel preciso momento il professor Calelli mormorò:

«Spegnete le torce!»

Gli altri sei esitarono, la paura del buio li frenava, poi intuirono più che videro. Allora uno dopo l’altro, tutti accolsero l’invito dello scienziato. Nel buio, lontanissimo, apparve un buco enorme pullulante di stelle. Nel mezzo di quel fremente luminoso pullulare, tre astri splendidi rifulgevano in una ben precisa configurazione:

«Alnitak, Alnilam, Mintaka!»

La voce di Amon pronunziò questi tre nomi con un profondo sussurro. I suoni contratti dalla pressione atmosferica furono percepiti cupi. Proseguì:

«È antica e nota la teoria secondo la quale solo rappresentanti, emissari o semplicemente visitatori, di una civiltà grandemente più evoluta della terrestre qual era a quei tempi, avrebbero potuto progettare e realizzare, sul suolo dell’antico Egitto, le stupefacenti innumerevoli strutture che noi abbiamo di recente cinto per proteggerle con lo speciale involucro composto di nanoparticelle. Fra tutte quelle le più mirabolanti si è sempre concordato fossero le tre piramidi: Cheope, Chefren e Micerino. Ebbene, come certo saprete, esse sono perfettamente allineate alle tre stelle più grandi e luminose che ora vediamo davanti a noi, stelle della Cintura di Orione. Di recente quella teoria è stata resa più credibile dalle altre ricerche e misurazioni effettuate con i nostri moderni mezzi. È quindi ancor più convincente l’ipotesi che gli esseri autori di così complesse perfette meraviglie dovevano provenire, data la speculare posizione delle famose piramidi alle tre stelle che ora quasi ci accecano, da un qualche pianeta della Costellazione di Orione. Sarete d’accordo con me che se questo fosse vero e se realmente viaggiamo in direzione di quegli astri, come attratti da un pianeta padre, il nostro potrebbe essere il viaggio di ritorno alla patria originaria».

Dall’interno del suo ufficio, il direttore Zalotelli, che in ogni occasione si gloriava di confessare come avesse da giovane imparato a memoria tutta intera La Città del Sole, vedendo anch’egli la costellazione di Orione e le famose tre stelle attraverso le immagini trasmesse dai fotorilevatori appiccicati alle tute del drappello, mormorò recitando l’opera del Campanella: «Dunque si sa chi ha da esser Sole, e se non passa trentacinque anni, non arriva a tal grado; e questo offizio è perpetuo…», calcando forte la voce soddisfatta sulla parola PERPETUO.

Nello stesso preciso momento il professor Calelli, spazientito, alzò quanto più gli fu possibile la voce, rimproverando i suoi compagni per quell’inutile indugiare:

«Il fatto è che nessuno di questi archeologi, nonostante le loro intelligenze ed esperienze, hanno mai prodotto prove inconfutabili. Sono illazioni. Così ora niente prova, tranne una vaga visione, che siamo diretti verso la costellazione di Orione. Se lo sarà sbarcheremo su qualche suo pianeta e forse saremo più felici. Per il momento non possiamo andare avanti. Pertanto torniamo ai laboratori prima che ci capiti qualche altra disgrazia!»

Allora accesero tutti le torce e voltarono le spalle alle tre fulgide stelle.

© Luigi Panzardi



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