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L'urlo cieco della notte
di Lara Gregori
Pubblicato su PB18


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Ancora una volta si svegliò nel cuore della notte con quell’urlo nelle orecchie.
Non sapeva più nemmeno se ne avesse paura.
Mentre aspettava che il cuore rallentasse il ritmo dell’improvviso risveglio si preparò, rassegnato, a concludere il tempo del sonno. Accese la luce sollevandosi sulla testiera del letto e cominciò svogliatamente a sfogliare l’ultima uscita di Dylan Dog, ma il silenzio tra le finestre accentuava l’insofferenza della veglia e allora, come sempre, si trascinò in cucina per bere una tisana.
Luca sentì il caldo profumo del tiglio sulle scale e capì che sua madre era già là. Avvolta nella vestaglia di seta e con i capelli sciolti sulle spalle, stava versando l’infuso nelle tazze.
“Mari, non devi alzarti tutte le volte” protestò debolmente, avvicinandosi al bancone. Marisa si voltò con un sorriso amorevole: “Ti ho sentito rigirarti nel letto... il solito incubo?”.
“Sì”, le disse stancamente, sedendosi.
Gli fece una carezza sulla testa. “Ma non ti ricordi proprio nulla? Nessuna immagine?”.
“No, niente di niente. Solo il solito urlo nelle orecchie. E’ straziante, davvero straziante”. Scosse la testa, mentre il tintinnio del cucchiaino suonava lento, raschiando il fondo della tazza.
“Forse, tesoro, dobbiamo prenderci una vacanza. E’ da quando stai preparando l’esame di diritto penale che non riesci più a dormire. Chiedo le ferie in ufficio e partiamo. Che ne dici?”.
“No, Mari, tra tre settimane devo consegnare la costruzione dell’arringa difensiva sul caso Rizzo, lo sai”.
“Appunto, tesoro, lo so. E’ da quando lavori su quel caso che hai gli incubi. Farai l’esame alla prossima sessione. Sei stanco, e forse dovresti farti cambiare il caso. Ti coinvolge troppo. Il docente capirà”.
“No, Ma’. Ho quasi trent’anni e non ho ancora finito l’università, mi sento già abbastanza stupido. Sono stanco di questa situazione e voglio laurearmi entro la fine dell’anno”.
Marisa non replicò: sapeva bene che quando Luca la chiamava Ma’ ogni tentativo di dissuaderlo avrebbe cozzato con la sua ostinazione. Gli avrebbe preparato l’arrosto per cena e, magari, sì, avrebbe invitato anche Angelo, suo fratello: Luca adorava lo zio, gli aveva fatto da padre in tutti questi anni e ogni volta che c’era un problema aveva un forte ascendente sulle riflessioni di Luca. Sarebbe stato più facile convincerlo a lasciar perdere quel caso, a rimandare l’esame.
Luca posò la tazza nel lavandino, notando l’espressione assorta della madre: “Non preoccuparti, Mari, sto bene, è solo un po’ di tensione, ma ormai sono agli sgoccioli; tra un mese, vedrai, dormirò come un ghiro”. La baciò affettuosamente sul naso: “Ora vado a farmi una doccia, poi vado in biblioteca a studiare, tanto apre alle otto. Ormai la bibliotecaria mi aspetta a bere il caffè e si allarmerebbe se non mi vedesse arrivare”. Le diede anche un buffetto sulla guancia, ridendo, e si rintanò nel bagno.

Il solitario salone era illuminato dalla fredda luce dei neon, riscaldato debolmente dal tepore mattutino che filtrava dalle vetrate tutt’intorno. Cristina, la bibliotecaria, non aveva ancora posato la borsa sul tavolo. “Ciao Luca, arrivi sempre più presto... se continui così un giorno ti troverò sulla porta ad aspettarmi!” gli disse, stentando un sorriso tra i denti, mentre sentiva la porta aprirsi alle proprie spalle. La infastidiva quella presenza repentina: da quando quello studente veniva in biblioteca era come se si sentisse inseguita da un’ombra; non le lasciava nemmeno il tempo di abituarsi alla giornata di lavoro.
Luca rispose distrattamente al saluto e si diresse, deciso, al solito tavolo in fondo alla sala. L’intimo deserto delle prime ore del giorno aveva scortato la sua ricerca degli ultimi due mesi; amava quel silenzio accogliente: attenuava il tratto nervoso dei suoi appunti.
Aprì il fascicolo del suo caso: Carlo Rizzo, dopo aver legato la moglie, nuda, ad una sedia, aveva ammazzato di fronte a lei Alfio e Giuseppe, due gemelli di tre anni, suoi figli, a colpi d’accetta. I carabinieri l’avevano trovato che vegliava sullo scempio tre giorni dopo, chiamati dai familiari preoccupati della loro scomparsa. La moglie era morta d’infarto, sulla sedia.
L’aveva scelto lui quel caso, non gli era stato affidato dal docente: sfogliando il regesto delle sentenze alla ricerca di una vicenda per la sua relazione, ne era rimasto folgorato; le mani avevano cominciato a tremargli, faticava a deglutire ed il cuore sembrava scoppiargli nel petto. Una reazione spropositata: certo, un crimine efferato, agghiacciante, ma non meno di altri che aveva consultato; eppure quella storia gli risuonava impazzita nella testa, come un’attrazione morbosa cui, istintivamente, si era sentito intrappolato.
La voce di Elisa lo distolse dai suoi pensieri: “Sapevo di trovarti qui! Ti sta cercando Gadoni”.
Luca alzò gli occhi: “Ciao Elisa, grazie. Vado subito nel suo studio”.
“Dio Santo, Luca! Hai una faccia distrutta! Ma che hai?”. Elisa lo guardava preoccupata.
“Mah... niente. Dormo poco in questo periodo”.
Elisa lo incalzò: “Come dormi poco? Ma se non esci mai di casa!”.
“Non ho detto che esco, ho detto che dormo poco. Ho l’insonnia” rispose seccamente Luca.
“Come mai?” riprese Elisa, guardandolo mentre raccoglieva la mole di documenti sparsi sul tavolo. “Ancora il caso Rizzo? Ma non è che ti stai lasciando prendere un po’ troppo? Devi simulare una difesa, mica devi discuterla in tribunale. Deve essere un lavoro di qualche pagina, non un trattato, l’abbiamo fatto tutti in tre giorni. Forse quel caso è troppo difficile, non ti conviene cambiarlo? Oppure se vuoi ti do’ una mano”.
“No, grazie, Elisa. L’ho quasi finito” le rispose alzandosi. “Scusami, ora vado da Gadoni prima che scappi dal suo studio. Ciao”. Si allontanò in fretta, senza lasciarle il tempo di interferire oltre; Elisa era una ragazza intelligente e carina, sapeva di piacerle e la trovava attraente, ma aveva un carattere troppo irruente per la riservatezza di Luca. Aveva ragione Mari, con Elisa spesso si sentiva a disagio.

Il professor Gadoni era al telefono. Quando vide Luca, gli fece un cenno con la mano, indicandogli la sedia di fronte alla scrivania. “Ah, eccolo! Aspetta che gli chiedo conferma.” Mise una mano sul ricevitore e si rivolse a Luca, con aria interrogativa: “Ha impegni domani pomeriggio?”. Luca fece no con la testa. “Sì, è ok. Grazie Fabio, alle tre da te allora. Ciao, a presto”. Chiuse la cornetta e continuò la conversazione con Luca. “Buongiorno Tonti, la cercavo per quell’aiuto che mi ha chiesto la scorsa settimana. Ero al telefono con il Dottor Fabio Montecchi, lo psichiatra che ha steso la perizia del caso Rizzo. Come avrà già capito, l’aspetta domani pomeriggio alle tre per la consulenza che aveva richiesto. Il suo studio si trova in via Tirandi 4, in centro. Questo è il suo numero, casomai ci fosse qualche imprevisto”. Luca prese il biglietto che gli tendeva Gadoni: “Grazie, professore, è stato davvero prezioso”.
“Di nulla, Tonti” concluse. “Sono incuriosito dal suo notevole interessamento alla vicenda. E’ la prima volta che mi capita di trovare uno studente che non sostiene la tesi con me, ma che vuole approfondire un’arringa difensiva con questa dovizia di particolari. Sono impaziente di leggere il suo lavoro. Mi faccia sapere com’è andato l’incontro”.
“Senza dubbio, professore” rispose Luca e, stringendogli la mano, si congedò.

Quando tornò a casa quella sera trovò l’arrosto, lo zio Angelo e sua madre che lo aspettavano.
“Ciao zio!”, esordì abbracciandolo. “Che sorpresa! Come mai da queste parti? Che si festeggia?”.
“Ciao Campione! Sono rientrato stanotte da Barcellona e, quando ho chiamato Marisa oggi pomeriggio, mi sono invitato a cena”.
Luca si avvicinò a sua madre, baciandola: “Mmmh, Mari, senti che profumino! Hai fatto l’arrosto! Per me o per lui?”, le disse scherzoso.
“Per i due uomini della mia vita! Con una preferenza per il mio tesoro”, ricalcò Marisa in tono brioso, abbracciando teneramente Luca.
La cena si consumò in un chiacchierio vivace e in divertenti aneddoti di viaggio. Angelo era un uomo di mezza età, ma con l’energia di un adolescente. Lavorava come dirigente marketing di una multinazionale americana e rinnovava fidanzate ad ogni cambio di stagione. Colto, brillante e acuto osservatore della vita aveva insegnato a Luca il gusto estetico dell’esistenza. L’aveva portato spesso con sé in viaggio, l’aveva fatto studiare all’estero per due anni e lo aveva seguito a tutti i concerti in cui si era esibito come pianista. Di famiglia agiata, insieme a Marisa avevano cresciuto Luca accontentando ogni suo desiderio, ma educandolo ad assaporare questa sua fortuna come ricchezza di esperienze, evitando di coltivare l’arroganza che di frequente germoglia nella prosperità. Luca lo adorava, si confrontava molto con lui e si fidava dei suoi consigli. Era così anche con sua madre, con la quale condivideva numerose passioni. Forse, proprio per questo, non si accorgeva di avere pochi amici.
Dopo la cena, si sedettero sul divano nel salotto, sorseggiando un amaro.
“Senti Campione”, esordì lo zio, “la prossima settimana devo andare a Capoverde per un mese. Ho degli affari da concludere e mi serve una persona fidata che mi dia una mano. Che ne dici?”.
Marisa ascoltava in disparte. Luca rimase sospeso per un attimo nel silenzio. “Accidenti, zio”, rispose poi. “Mi spiace, ma non posso! Ho l’esame di diritto penale”.
“Beh, che problema c’è? Lo farai la prossima sessione”.
“No, no, non posso. Se rimando perdo il diritto di ammissione alla tesi e voglio concluderla entro l’anno”.
“Ma che storia è questa?” insistette Angelo. “Nessuno ha mai fatto questioni perché tu finissi l’università quest’anno”.
“E’ vero, tesoro”, rimarcò Marisa dolcemente. “Lo sai che non è un problema. E poi mi sembra una bella occasione: Capoverde è splendida. Dai una mano a tuo zio e, nel frattempo, ti riposi”. La voce suadente di Marisa cercò la complicità negli occhi del figlio.
Luca ignorò la supplica della madre e, rivolto allo zio, terminò: “Mi spiace, ma questa volta non posso aiutarti”.
La risolutezza di Luca sorprese Angelo, che incrociò lo sguardo deluso di Marisa. Accavallò le gambe, rompendo l’impaccio silenzioso nel cigolio del divano, e sorrise affabilmente al nipote. “Ok, campione, non fa nulla. E’ giusto che tu faccia come credi. Sarà per un’altra volta. Ma raccontami un po’, come va la preparazione dell’esame?”.
Luca rispose vagamente: “Sì, tutto bene. La tesi è quasi finita, devo solo perfezionare alcuni particolari. Domani ho appuntamento con il Dottor Montecchi, lo psichiatra...”. L’urlo strozzato della madre non gli consentì di finire la frase.
“CON CHI?”. Marisa aveva gli occhi sbarrati. Lasciò cadere il bicchiere e l’amaro si sparpagliò per terra.
“Mari, che ti succede?”. Luca si alzò di scatto, spaventato, correndo verso di lei.
Angelo lo seguì, guizzandogli davanti: “Marisa! Che hai? Calmati! Cosa ti senti?”. Fermò lo slancio di Marisa, che stava per strattonare le braccia del figlio.
Marisa si accasciò sul divano e il pallore del suo viso divenne improvvisamente rugoso e avvilito, come se quel nome le avesse annunciato una tragedia. “Niente, niente… scusate.. mi gira la testa”. Marisa farfugliava parole sconnesse come un eco lontano. Angelo, che la sosteneva tra le braccia, ordinò a Luca di prepararle una camomilla.
Luca corse in cucina, sconcertato e confuso, cercando di mettere ordine a quanto stava accadendo. Tornò poco dopo e trovò la madre ricomposta, in un’espressione spossata. Angelo era seduto accanto a lei. “Va meglio, Luca. Marisa si sente meglio, probabilmente ha avuto un calo di pressione”.
Luca li guardava perplesso: “Un calo di pressione? Ma se ha urlato quando ho citato il Dottor Montecchi. Chi è? Lo conosci?”, disse, rivolgendosi poi alla madre.
Angelo cercava di distoglierlo da quelle domande: “Ma no, Luca, è stata la combinazione del caso. Tu stavi parlando e lei non si è sentita bene”.
Luca continuava a guardarli con poca convinzione. “E’ strano, zio, la mamma ha urlato “con chi”.. mi sembra un’associazione piuttosto illogica. Ma’? Mi state nascondendo qualcosa?”.
Marisa raccolse le braccia e gli fece cenno di sedersi accanto a lei. Lo abbracciò con forza, trattenendo a stento le lacrime.
“Mari, ma che succede, che c’è?”. Luca le accarezzava i capelli e le baciava il viso. Marisa respirò profondamente: “Ascolta, tesoro, hai ragione. Conosco il Dottor Montecchi. Ho…”.
Angelo la interruppe allarmato, stringendole il polso con fermezza. Marisa non si voltò e continuò a parlare: “Ho avuto una breve relazione con lui molti anni fa. Ecco perché ho reagito così”.
Luca si ritirò, incredulo, con un moto istintivo del corpo. “Una relazione? E quando? Non ti ho mai visto uscire con un uomo in tutti questi anni!”.
“Lo so, tesoro, è successo quando eri piccolo”. Le ultime parole di Marisa si ruppero nelle lacrime copiose che bagnavano il collo di Luca. Il frastuono dei singhiozzi rimbombava nella stanza e chiudeva ogni tentativo di indagine. Nel turbamento di Luca, lo strazio della madre prese il sopravvento: cercò di consolarla, minimizzando l’accaduto e rimandando all’indomani la sua voglia di sapere. Salutò lo zio e accompagnò Marisa a letto, fermandosi da lei per unire le solitudini del buio.

La notte trascorse muta e insonne per entrambi. I pensieri di Luca scandivano l’oscurità nel lento ticchettio della sveglia: suo padre Dario era morto quando lui aveva due anni, in un incidente stradale, e di lui serbava soltanto il ricordo del nome e qualche album di fotografie, dimenticati da qualche parte in soffitta. Si rese conto che non aveva mai animato quelle immagini e, nell’estraneità della sua memoria, aveva sostituito le proprie origini con la presenza dello zio. Anche Marisa non l’aveva aiutato: tranne che per l’incidente e qualche informazione distratta, non parlava mai del marito. Anzi, non ne aveva mai parlato. E, nonostante fosse una bellissima donna, non aveva mai avuto altri uomini. Almeno era ciò che credeva fino a quella sera. Eppure a Luca tutto questo sembrava naturale: si erano sempre bastati nella vita, avevano goduto insieme di quella complicità che aveva reso tanto armonioso il loro rapporto. Più che madre e figlio erano due fratelli. Sì, due amici. Ed ora questa relazione inaspettata: sua madre aveva avuto un amante.
Un amante? Lo smarrimento gli serrava il respiro, come quell’urlo ossessivo che gli braccava le notti.

La colazione mattutina si svolse in un silenzioso imbarazzo; le piccole convenzioni affettuose accentuavano il disagio e il rimorso di sentirsi improvvisamente alieni. Soltanto poco prima di uscire la supplica di Marisa fermò Luca sulla porta: “Luca, ascolta. Non puoi rinunciare a questo incontro?”. Lo guardava implorante.
Lui respirò profondamente: “Perché? Senti, Ma’, non ti preoccupare. Montecchi non sa chi sono, non mi ha mai visto e vado da lui per il caso. Non c’entra niente con noi”.
I sussulti di Marisa tradivano l’angoscia disperata. “Forse, forse.. potrei venire con te..Potrei..”.
Il secco “no” di Luca troncò le parole sul tonfo della porta chiusa.

Lo studio si trovava al terzo piano di un palazzo storico. Mentre saliva le scale, Luca sentiva il cuore montare vertiginosamente il rullio delle sue emozioni.
Il Dottor Montecchi era un vecchio sulla sessantina, tarchiato, cortese e distante. Lo fece accomodare ed iniziò a parlare con tono accademico: “Gadoni mi ha spiegato che si sta occupando del caso Rizzo e che desiderava consultarsi con me per comprendere le dinamiche psichiche che portano a questi crimini”.
“Sì”. Luca tambureggiava le mani sulla gamba.
“Lei avrà sentito parlare del complesso di Edipo”, continuò Montecchi. “Nell’accezione più comune siamo soliti individuarlo solo come stadio dello sviluppo infantile, ma esiste anche in età adulta. E’ detto Edipo II°, cioè una sessualità-aggressività inconscia di uno o dell’altro genitore verso il bambino. Ecco, Carlo Rizzo è un caso tipico. Le ho fatto preparare dalla mia segretaria la copia di alcuni articoli di approfondimento e anche la copia dell’indagine che ho eseguito”.
Luca ascoltava morboso. Le parole di Montecchi gli rimbombavano nelle orecchie come un fischio acuto e incessante. “E uccidono sempre i figli?”, domandò tremando.
“No, no. Le reazioni variano nei soggetti psicotici, dipende dal grado di conflitto e dalla manifestazione simbolica che questo assume. Possono esserci abusi, oppure persecuzioni maniacali, oppure ancora suicidi”.
”Suicidi?” ripetè Luca, disorientato.
”Sì, suicidi. La trasposizione dell’omicidio, a causa della colpa del figlio. La colpa di essere nato. Ho trattato un caso simile anni fa. Interessante…”. Si alzò guardando sugli scaffali: “Vediamo…Come si chiamava?”.
“Mi scusi”, lo interruppe Luca, stordito. “Non credo di aver compreso. Che cosa sarebbe la trasposizione di cui parla?”.
Il professore si voltò, guardandolo di sottecchi: “Mi riferisco al caso di un padre che si uccide di fronte al figlio vivendo la propria morte non come un suicidio, ma come un omicidio. Mi rendo conto che è un po’ contorto. Ma provi a immaginarsi un trasferimento per cui, uccidendosi, un padre sente la propria mano come quella del figlio. Come se fosse l’altro, il rivale, che muove la sua mano, come se se ne fosse impadronito”.
”Impadronito?”. La voce di Luca suonava smarrita.
“Sì, impadronito” riprese il professore, tornando a voltarsi verso gli scaffali: “Ma dove l’ho messo? Dicevo… Impadronito, come se si fosse impadronito della sua vita e quindi del suo ruolo, del suo corpo, della sua mano. Ah, ecco dove si era infilato”. Tornò alla scrivania, estraendo dal raccoglitore un fascicolo di cartone: “Sì, eccolo qui. Tonti. Il caso Tonti”.
Luca Tonti sussultò impietrito.
Il buio calò lucido e potente addosso a Luca, mentre gli occhi allucinati e furiosi del padre lo inchiodavano gridando “Assassino!”; e poi, il colpo sordo, e un liquido caldo che gli colava addosso dai sonagli tintinnati appesi alla culla. Luca svenne.

La flebo scendeva lenta nel suo braccio mollemente appoggiato sul letto. Luca guardava sua madre tra le luci ovattate della stanza, mentre dormiva con la testa accucciata ai suoi piedi. Le contava le rughe tra i capelli arruffati: non le aveva mai viste così numerose e profonde. Anche le sue mani, incavate e smunte, segnavano affrante le tracce del tempo passato. No, non le aveva mai viste prima.
“Luca! Ti sei svegliato!”. Marisa sollevò la testa, scattando agitata.
“Già”. Una piega cinica tagliava le labbra di Luca.
Marisa si avvicinò, ma la mano di Luca si alzò come un muro: “Vattene”.
“Luca…”
“Vattene, Marisa”.
“Ti supplico, Luca, lasciami spiegare!”.
Gli occhi estinti la attraversarono fermi, indicando l’uscita. Piegata, sua madre si trascinò alla porta. Indugiò ancora alla maniglia, voltandosi come ad implorare un ultimo appello. Ma gli occhi di Luca, inflessibili, la spinsero fuori.
Luca osservò la porta chiudersi lentamente, fino a quando il silenzio tornò orfano dentro la stanza.

© Lara Gregori



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