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Il profumo del pane caldo
di Elena Carra
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La pioggia cadeva incessantemente da ore, giorni, settimane. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto tempo pioveva con esattezza, ma tutti guardavano le gocce di pioggia che rigavano i vetri delle finestre, i finestrini dei tram, la tela cerata liscia e opaca degli ombrelli gocciolanti.
La gente camminava frettolosa per i marciapiedi, strascicando le scarpe pesanti da pioggia, con i capelli umidi e arruffati che si appiccicavano alle guance, con le dita intirizzite dal freddo che cercavano rifugio nel tepore delle tasche. Ai bambini poco importava della pioggia, se ne stavano in casa al caldo a guardare i cartoni animati e a far merenda con pane e marmellata. Ma agli adulti non piaceva la pioggia. Troppi ombrelli che si scontravano per strada, troppe pozzanghere da evitare, troppa confusione.
Soltanto i baristi erano contenti, con tutta quella pioggia facevano affari d'oro. La gente, con le mani screpolate dal freddo e il naso ghiacciato, il cellulare perennemente squillante in tasca, si tuffava nei bar come naufraghi su una scialuppa, in cerca di salvezza. I bar di tutta la città straripavano, si riempivano e si svuotavano ad un ritmo vertiginoso, i vetri si appannavano per il calore, le tazze danzavano frenetiche sul bancone affollato. Una mattina, un ragazzo sparuto dall'aria persa e ingenua, entrò in uno di quei bar affollati e ordinò una cioccolata bollente, desideroso di calore e di dolcezza. Pensò che era davvero una buona idea, la cioccolata gli avrebbe dato tutto quello che desiderava: la dolcezza e il calore. Si sedette ad un tavolo solitario, aprì il giornale del mattino e tuffò il cucchiaino nel mare di cioccolata densa e bollente. Chiuse gli occhi e si gustò il meraviglioso sapore di dolce sulla lingua, senza fretta, con calma.
Aveva tutto il tempo del mondo. Niente figli da portare a scuola, niente fidanzata che continua a telefonare e a fare mille domande. Niente cani da far pascolare ai giardini. Era una bella fortuna era solo al mondo, pensò il giovane. Dei bambini avrebbero urlato e gli avrebbero tirato le maniche del cappotto tutto il tempo, un cane gli avrebbe sbavato sui pantaloni e una fidanzata avrebbe preteso mille regali e si sarebbe lamentata continuamente. "Sto bene da solo - pensò il ragazzo - non potrebbe andare meglio di così". Sorrise di se stesso e si paragonò ad un'isola in mezzo all'oceano sconfinato. Si sentiva come una piccola isola dei Tropici, piccola piccola, nella vastità del mare. Bevve la cioccolata a piccoli sorsi, diede un'occhiata ai titoli del giornale e alle notizie in prima pagina. Non seguiva un'ordine preciso, le notizie che lo colpivano non erano fatti importanti, erano cose di poco conto, poi diede uno sguardo agli annunci di lavoro. Non aveva un lavoro e ne voleva uno con tutto se stesso. Non cercava qualcosa di preciso, gli bastava poco per vivere ed essere contento. Potendo scegliere non avrebbe nemmeno lavorato, se ne sarebbe restato a casa tutto il santo giorno, in poltrona o sul soffice divano a fiori, ascoltando la radio e leggendo libri. Certo non guardando la televisione, dal momento che non ne possedeva una. Era troppo pigro per comprarla, e non avendo amici e nemmeno parenti stretti, nessuno gliene aveva mai regalata una. Intanto all'interno del bar, la gente andava e veniva, si incontrava e si scontrava, parlava di lavoro, di soldi e di vacanze che non si poteva permettere. Il barista, fintamente gentile con tutti, dentro di se malediceva ogni cliente, e non ne poteva più di servire cappuccini, caffè e aranciate. Tutto quello che avrebbe voluto fare era andare a casa, preparsi un frullato gigantesco e mettersi a letto fino all'arrivo della primavera. Nel bar faceva da sottofondo il consueto chiacchiericcio della gente, insieme al fumo di sigarette senza filtro e al cicaleccio della cassa, che non la smetteva di sputare scontrini.
Ad un tratto gli occhi del ragazzo si fermarono su un annuncio. Non sapeva bene perchè ma si sentiva stranamente attratto da quelle parole. Nell'annuncio si cercava urgentemente un garzone per una panetteria.
"E' buffo - pensò il ragazzo - non mi era mai venuto in mente di lavorare in una panetteria prima d'ora!". Ma tant'è, dal momento che non cercava un lavoro preciso ma solo una cosa qualsiasi che desse un senso compiuto alle sue solitarie giornate, decise che avrebbe risposto all'annuncio e si sarebbe presentato alla panetteria il pomeriggio stesso.
La panetteria non era distante dalla casa del ragazzo, così ci andò a piedi, quel pomeriggio stesso, camminando o per meglio dire sguazzando tra una pozzanghera e l'altra. Pioveva ancora e non accennava a smettere, ma al ragazzo non importava, e mentre camminava sotto l'acqua con il suo ombrello nero, immaginò di essere un capitano di mare che impartisce ordini al suo equipaggio mentre infuria la tempesta. Quasi senza accorgersene arrivò davanti alla panetteria e si ritrovò davanti agli occhi la vetrina più dolce e appetitosa che avesse mai visto. Torte rotondissime e farcite con mille strati ammiccavano invitanti dall'altra parte del vetro.
Una imponente e maestosa torta alla ciliegia troneggiava proprio al centro della vetrina, circondata da un esercito di biscotti e biscottini, gallette e frollini. Biscotti al rabarbaro e all'avena erano stati disposti da mani pazienti in modo da formare la scritta "DOLCI E DOLCETTI", mentre in un angolo grosse e spumose fette di torta di mele erano impilate una sull'altra a formare una colonna. Il ragazzo si perse a guardare quelle meraviglie e per un attimo si scordò del perchè era andato fino a lì.
Lentamente si mosse ed entrò dalla porta. Un piacevole trillo, dato da un piccolo campanello posto al di sopra della porta d'ingresso, annunciò la sua presenza, ma il negozio sembrava vuoto, non si vedeva in giro anima viva. Il ragazzo, timido e titubante, dette un'occhiata in giro. Il suo naso freddo e gocciolante, pizzicava per l'arrivo imminente di un raffreddore, ma percepiva lo stesso un profumo magnifico e soave. Non sapeva da dove venisse quel buon profumo, forse dagli scaffali colmi di pagnotte rotonde e fragranti, oppure dalle brioche calde sul bancone. O magari dai cannoli farciti di crema al limone o dalle crostate. Non era esperto di dolci ma il suo naso gli diceva chiaramente che il posto in cui si trovava era zeppo di delizie. Passarono i minuti e il ragazzo non si mosse, si deliziava del profumo che gli riempiva i sensi e scendeva fino al cuore. Nessuno arrivava e ormai non sapeva se sarebbe arrivato qualcuno. Intanto entrarono dei clienti, signore impellicciate odorose di colonia alla violetta. Senza nemmeno pensare, per la prima volta in vita sua, il ragazzo prese una decisione senza farsi prendere dall'ansia e dai dubbi, si tolse cappello e cappotto fradici e andò dietro al bancone, improvvisandosi panettiere. I clienti chiesero del pane e delle brioche, e non fecero nessuna domanda, come il giovane si aspettava, sulla sua presenza nel negozio. Invece sorrisero felici e salutarono, chiudendo la porta e facendo trillare nuovamente il campanello.
"Resterò qui un po' - pensò il ragazzo - e servirò i clienti finchè non arriva il proprietario del negozio". Per tutto il giorno la gente entrò e uscì dalla panetteria, si immergeva nell'effluvio di pasticcini e ciambelle allo zucchero, di torte al miele e biscotti al cioccolato, sorrideva al ragazzo dietro al bancone e poi usciva, nella pioggia, nell'inverno.
Alla fine della giornata il ragazzo aveva venduto tutto quello che c'era sul bancone e in vetrina, ogni pagnotta, ogni biscotto, ogni brioche alla marmellata era stata impacchettata e portata via, restavano solo le briciole.
Il ragazzo era veramente soddisfatto, non aveva mai venduto niente in vita sua, neppure uno spillo, non aveva mai lavorato e soprattutto non si era mai occupato di una panetteria in vita sua, ma se l'era cavata benissimo, e tutto da solo! Si guardò intorno e decise che era ora di chiudere il negozio e andare a casa. Fuori era ormai buio e oltretutto, se anche fosse arrivato un cliente ritardatario, non c'era più niente da comprare! Così mise un po' in ordine, trovò una scopa poggiata in un angolo e spazzò il pavimento con cura. Tirò giù la saracinesca e ascoltando per l'ultima volta il trillo del campanello, chiuse la porta e andò a casa. Quella notte dormì di un sonno profondo e beato, come mai gli era capitato in vita sua. La mattina dopo si alzò di buon'ora, si vestì e uscì. Pioveva ancora, naturalmente. Andò alla panetteria e arrivato davanti alla porta si sentì d'improvviso impacciato e si chiese se non era il caso di fare dietrofront e tornarsene a letto. Che avrebbe fatto se il padrone del negozio lo avesse sgridato per quello che aveva fatto il giorno prima? Dopotutto era restato tutto il giorno in un negozio che non era nemmeno suo, e come se non bastasse, si era intrufolato dietro al bancone e aveva servito i clienti. Pensò che il proprietario doveva essere davvero furioso, ma decise di entrare lo stesso. La panetteria era di nuovo piena di dolcezze e di profumi, doveva per forza esserci qualcuno, visto che pane e brioche erano di nuovo in bella mostra, caldi e soffici, pronti per essere acquistati. Il ragazzo però non trovò nessuno nemmeno stavolta. Trovò invece un bigliettino proprio sopra al bancone, accanto al vassoio dei bignè. Sul biglietto, a grandi lettere svolazzanti, compariva una sola parola: "Grazie". Nient'altro. Accanto alla scopa stavolta c'era anche un grembiule da fornaio, bianco e pulito. Il ragazzo pensò che si era cacciato in una situazione davvero buffa, ma visto che era di nuovo nel negozio, e che non aveva niente da fare, sarebbe restato anche quel giorno. Si tolse il cappotto umido di pioggia, si annodò il grembiule e inziò a disporre sul bancone fette di pandispagna assieme a frollini ricoperti di zucchero. Nel piccolo frigorifero c'era anche una torta al formaggio e uvetta. La prese, la tagliò accuratamente a fette e la dispose in bella vista. Sembrava invitante e morbida come una nuvola, e certo sarebbe andata a ruba. "E' una fortuna che sia già tutto pronto - si disse il ragazzo - dal momento che non sono capace di cucinare nemmeno un uovo, fifuriamoci se riuscirei e cuocere una torta!". La mattinata era grondante di pioggia, davanti alla vetrina del negozio sfilavano persone di tutti i tipi, passavano cani al guinzaglio, signore distinte che andavano a fare la spesa e anche bambini ghiotti che incollavano le manine e il naso alla vetrina ricca di bontà. Il ragazzo passò tutta la mattina a servire i clienti, a riempire sacchetti di pane fresco e a tagliare golose fette di torta ai lamponi e al ribes nero. Era buffo, ma ormai si sentiva come a casa sua, anzi meglio che nella sua vera casa, perchè qui non si sentiva solo. Appena entrava un cliente, il ragazzo gli rivolgeva un caldo sorriso e con un'occhiata riusciva a capire se si trattava di una persona golosa oppure no. Gli bastava guardare con attenzione le persone per capire cosa avrebbero ordinato. Quando entrò un rubicondo signore dal naso rosso, infagottato in un paltò scuro, che teneva sotto il braccio un cagnolino minuscolo, ad esempio, il ragazzo capì subito che il desiderio goloso del signore era una enorme fetta di torta alla crema, vaniglia e cioccolato. Per tutto il giorno la panetteria si riempì di calore e alla fine della giornata, quando era ormai buio e le stelle cominciavano ad occhieggiare timide, il ragazzo aveva tutto il naso infarinato, il grembiule cosparso di tracce di marmellata ai mirtilli e le mani appicicose di miele. Sembrava un enorme pasticcino appena uscito dal forno! C'era un piccolo specchio nel retro del negozio e il giovane vi guardò a lungo la propria immagine riflessa. Com'era buffo! Non era mai stato tanto in disordine e trasandato, e stanco anche. Eppure si sentiva soddisfatto e felice, come se avesse ricevuto un dono o un premio. Riordinò il negozio, raccolse le briciole sparse su tutto il pavimento e tornò a casa. I giorni passavano, molli di pioggia e profumati dall'odore intenso delle foglie bagnate, e il ragazzo continuava a recarsi puntuale alla panetteria tutte le mattine. Ormai non sperava più di conoscere il proprietario, nessuno si faceva mai vivo durante il giorno. Però, ogni mattina, appena metteva piede nel negozio, il profumo del pane caldo lo investiva come un'ondata, gli entrava nelle narici e lo circondava, avvolgendolo di pace. Ogni mattina, misteriosamente, il ragazzo trovava tutto pronto, le pagnotte al loro posto di combattimento, gli sfilatini in bell'ordine, le focacce odorose di rosmarino già tagliate in quadrati perfetti. E, immancabile, c'era sempre il solito biglietto di ringraziamento. Quell'unica parola scritta sul pezzo di carta, faceva sentire il ragazzo pieno di fiducia e di straordinaria contentezza. Il ragazzo si chiedeva spesso chi fosse a preparare tutte quelle delizie che trovava già pronte e giunse alla conclusione che durante la notte il negozio si animava e arrivavano dei bravi panettieri che, mentre tutti dormivano, si mettevano a impastare, infarinare, cuocere e infornare. Gli sarebbe piaciuto assistere a quello spettacolo, e ogni sera si riprometteva di restare nel negozio per controllare se la sua teoria fosse esatta. Ma dopo aver lavorato tutto il giorno e spazzato il pavimento, crollava dalla stanchezza e le palpebre gli si facevano pesanti, così andava a casa e si tuffava sul letto. Parecchi mesi trascorsero in questo modo, e il ragazzo smise di preoccuparsi e di chiedersi se il proprietario sarebbe mai arrivato, mandandolo via per sempre. La sua vita si era fatta semplice e dolce come un panino al latte. La mattina andava presto al negozio, perchè passavano le mamme con i bambini a comprare crostatine alla marmellata e panini all'uvetta da portare a scuola per merenda. Poi arrivavano tutti gli altri clienti, portandosi via sacchetti colmi di ciambelle, tortine alle mele e lunghe baguette francesi, ottime da tagliare e spalmare di burro all'ora di colazione. Tutto andava bene, finchè una mattina, il ragazzo, entrò alla solita ora in negozio, e lo trovò desolatamente vuoto. Non poteva credere ai suoi occhi. Ma che scherzo era quello? Che fine aveva fatto il pane caldo e profumato che trovava tutte le mattine appena entrato? Il bancone era vuoto e così pure le mensole e gli scaffali che di solito era pieni di dolci e rotondissime pagnotte. Niente biscotti, niente crostate alla marmellata, niente di niente! Il ragazzo era colmo di tristezza e disperazione,cosa avrebbe dato ai clienti che da lì a poco sarebbero entrati nella panetteria? Si guardava intorno, chiedendosi cosa avrebbe fatto, quando all'improvviso notò qualcosa sopra al bancone. Si avvicinò e vide che si trattava di un libro di ricette. Lo prese in mano e lo sfogliò, conteneva tutte le istruzioni per fare il pane, descriveva gli ingredienti che occorrevano per la torta di mele, e per quella di ribes, e tante altre ancora. C'erano anche le foto, doveva essere un libro per principianti, perchè era scritto in modo molto semplice e dettagliato. Proprio il tipo di libro che sarebbe andato bene per chi non aveva mai cotto niente. Il libro giusto per il ragazzo. Non c'era tempo da perdere, il giovane si mise in fretta il grembiule, andò nel retrobottega e trovò tutti gli ingredienti che gli servivano. Li tirò fuori dalla dispensa uno ad uno, in un unico abbraccio afferrò il barattolo della farina, le uova, lo zucchero e il lievito. Allineò il sale e l'acqua per fare il pane, il barattolo dei canditi, il cacao e tutto il resto. Mentre impastava e infornava si chiedeva se i suoi dolci sarebbero stati buoni, se sarebbe stato in grado di farcela. Tagliò il cioccolato a pezzetti per l'impasto della torta, farcì biscotti e pasticcini con creme al limone e arancia, modellò il pane e accese il forno alla giusta temperatura.
Alla fine della mattinata, la panetteria era ricolma di dolci, come era sempre stato. La vetrina traboccava di torte, le ceste erano colme di pane caldo e sul bancone troneggiavano pasticcini e crostate di frutta. Il cuore del ragazzo era colmo di gioia, si guardò intorno soddisfatto e vide che i primi clienti cominciavano ad entrare. Giusto in tempo! Quando un bambino assaggiò una fetta di torta, il cuore del ragazzo ebbe un sobbalzo, chiuse gli occhi e respirò a fondo. Il bambino sorrise e agguantò un'altra fetta. Gli piaceva! Alla fine della giornata, la più lunga e faticosa che il ragazzo avesse mai vissuto in vita sua, tutto era stato venduto, mangiato, assaporato. Il ragazzo non poteva spiegarsi perchè avesse trovato il libro di ricette, quella mattina, al posto del pane già pronto. Non sapeva spiegarsi perchè tutto quello era capitato proprio a lui e restava ancora da scoprire di chi fosse veramente il negozio. C'erano tante cose ancora da fare, e domande a cui trovare una risposta. Ma c'era tanto tempo per farlo.
Dopotutto non era importante sapere tutto subito, deicse il ragazzo.
Così si tolse il grembiule infarinato, si mise il cappotto e si mise il libro sotto il braccio. Il trillo del campanello sulla porta lo salutò ancora una volta, mentre il ragazzo fece per aprire l'ombrello. Poi si fermò. Guardò verso il cielo, fino a dove poteva spingere lo sguardo e fu allora che lo vide. Proprio lì, incastonato in un mare d'azzurro pallido, c'era l'arcobaleno più bello e colorato che avesse mai visto in tutta la sua vita.

© Elena Carra



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