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Dal dottore. Racconto-resoconto con riflessione finale
di Valeria Di Clemente
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Dal dottore.
Racconto-resoconto con riflessione finale

La sala d’aspetto di uno studio medico, un giorno qualunque, poniamo, oggi giovedì ventisette febbraio 2008, alle quattro di pomeriggio. Sono tra i pochi pazienti al disotto dei cinquant’anni, insieme a una ragazza più o meno della mia età ed un giovane sui trentacinque.
La procedura seguita dal mio dottore è la seguente: durante la prima ora di ricevimento, compila esclusivamente ricette; quando le ricette sono esaurite, passa alle visite e al controllo degli esami medici. Ci sono dodici persone che aspettano in questo momento, nove per le ricette. E già incominciano le occhiate storte; una signora si avvicina alla porta dello studio, ma un vecchietto salta su con velocità incredibile e la rimprovera perché tocca a lui. La signora fa: “Ma, veramente…”, e subito un’altra paziente, una donna che accompagna la vecchia madre, interviene: “Ma sì, signora, il signore c’era prima, solo che lei non l’ha visto”. Alla signora non rimane che tacere. “Tanto, è solo una ricetta!”
Bene: il vecchietto, quando arriva il suo turno, scompare nello studio del medico, e ricompare dopo mezz'ora. D’accordo, le persone anziane vanno dal dottore anche per fare quattro chiacchiere, con i figli non parlano, i nipoti non li vogliono sentire, coi loro coetanei è tutto un mostrarsi a vicenda acciacchi e ricordi… come Dio vuole, alla fine entra anche la signora, e subito dopo qualcuno, a bassa voce, fa qualche commento sui furbi che vogliono passare davanti. Un paio di teste annuiscono.
Mi sono seduta sulla prima sedia libera e ho preso da leggere. Tutte riviste femminili: io leggo riviste femminili solo quando aspetto dal parrucchiere o di fare qualche visita medica. Mi diverto un mondo a leggere di attrici che fanno cento figli e a due settimane dal parto sono già tornate secche e vanno a tutte le feste; delle tendenze della moda; di persone comuni che dietro anonimato raccontano la loro vita sessuale (sembra che facciano solo sesso, che sia la cosa più semplice del mondo, che gente con cui farlo si trovi ad ogni cantone: ma beati loro!, mi viene da pensare).
Intanto alcune signore, ex vicine di casa, hanno intrecciato una conversazione.
La prima incomincia a dire che sua figlia ha studiato design a Milano e poi ha fatto un corso come assistente di dentista, e ora lavora presso una professionista di M.
L’altra risponde che uno dei suoi figli è avvocato e ha fatto pure un master ed è fidanzato con una ragazza che è ingegnere. E nonostante la laurea eccetera, ha faticato non poco a trovare lavoro.
Allora la prima ribatte che la fidanzata di suo figlio maggiore dirige la filiale di una grossa banca nella città di C. E non si vogliono sposare, perché sono troppo presi dal lavoro.
Si inserisce una terza signora, sulla sessantina, fisico ben conservato, capelli tinti di chiaro dal taglio liscio e media lunghezza, occhiale alla moda con montatura colorata e stivali, dice che i giovani d’oggi si sposano troppo tardi, e invece i figli si fanno da giovani. Tutti le danno ragione, ma obiettano che non c’è lavoro, e che i ragazzi d’oggi sono abituati troppo bene dai genitori, e che col divorzio è facile lasciarsi ma le conseguenze economiche sono pesanti…
Entra una giovane bionda e si dirige senz’altro verso lo studio. Tutti saltano su: “Dove va???” La ragazza ribatte: “Ma c’è dottore?” Una signora le chiede: “Devi fare la ricetta o la visita?” Risposta: “Io non so. Devo far vedere foglio”, e riparte alla carica verso la porta dello studio. Ci manca poco che l’afferrino per la giacca e la tirino indietro. “Bisogna aspettare!” strillano tutti ad una voce. “Stiamo tutti aspettando da più di un’ora”. La ragazza risponde stizzita: “Ma io solo volevo chiedere!” “Non fa niente, aspetti come tutti!” La ragazza fa un sospiro e si siede. Dopo dieci minuti, si alza e se ne va: e siamo ancora in otto ad aspettare.
Passa più o meno un quarto d’ora. Quando la porta si apre rumorosamente, e un adolescente sui diciassette anni, sneakers e casco della moto sotto il braccio, entra sparato, attraversa sparato la sala d’aspetto e sparisce nello studio del medico senza bussare, qualcuno incomincia ad agitarsi.
“No, no” dice il solito bene informato “quello è il figlio del dottore!”

Passano due ore e mezza. Due ore e mezza per delle ricette? I pazienti rimasti incominciano a speculare: “Macché ricette! Ne approfittano anche per farsi visitare. E noi fessi qui ad aspettare il nostro turno”.
“Non credo” replica una donna “il dottore è severo su questo punto; se uno cerca di fare il furbo gli fa fare la fila due volte; una per la ricetta e una per la visita. A me è successo! Una volta volevo approfittare per fare la ricetta e mostrargli alcune radiografie, ma lui m’ha detto: o ripassi un altro giorno o aspetti!”
“Però” ragiona la signora che accompagna la sua vecchia mamma “sa, magari arriva una persona anziana, e a lui non basta il cuore di farla aspettare o di mandarla via…”
“Sì, ma chi ci rimette sono gli altri… mica è possibile stare tutto un pomeriggio qui”.
La vecchietta tira la figlia per la giacca:
“Perché ci passano tutti davanti?”
“Mamma, non ci passano davanti, devono fare la ricetta, noi dobbiamo fare la visita; non tocca ancora a noi”.
“Sarà! Ma io non ci credo!” E intreccia le gambette rinsecchite, destra davanti e sinistra dietro, poi sinistra davanti e destra dietro, quindi ancora destra davanti e sinistra dietro; si stringe in grembo la sua borsa a due manici vecchio stile. Mi guarda di sottecchi, poi chiede sottovoce alla figlia: “Ma quella signora là non somiglia a Bianca?”
“Sì, mamma, sì”.
“E quando entriamo?”
“Non ancora, mamma, non ancora”.

Siamo rimasti solo in tre e l’orologio a muro della sala d’aspetto, in perfetto accordo con il mio swatch, segna le sette meno un quarto.
La signora bionda incomincia a raccontare: ha letto La casta di Rizzo e Stella, ed è rimasta sconvolta. “Basta che qualcuno abbia un po’ di potere, lo esercita in modo arbitrario. Anche nei concorsi pubblici, anche per un lavoro temporaneo di tre mesi”. Poi parla dei ragazzi d’oggi: lei ha insegnato in una scuola media ed ha visto cose pazzesche. “Pensa, una ragazzina di dodici anni aveva paura di essere rimasta incinta!” Conclusione: “Una volta era tutto più serio. Adesso anche la scuola è scaduta! Una volta dovevamo fare un concorso nazionale; adesso hanno queste cretinate, queste SSIS…”
“Mah” rispondo con aria casuale “a me risulta che la SSIS non sia poi una gran cretinata. Si seguono dei corsi, si fanno esami, c’è la parte pratica e un esame di stato…”.
La signora mi guarda male.
“Sì” dice “però queste scemenze del tirocinio…”
Il tirocinio una scemenza? Come fa a dirlo se ai tempi suoi manco c’era, il tirocinio.
Ed è a questo punto che mi chiedo: voglio mettermi a litigare per la SSIS? Ma chi se ne frega, signora, pensi quello che vuole!
“No” riprende lei “ai giovani bravi non resta che andare all’estero! Io lo dico sempre alle mie figlie: andatevene! Che state a fare qui? Loro sono tutte e due avvocato, ma avvocato sul serio, non come un sacco di gente che neanche è procuratore”, e qui mi scocca un’occhiata “stanno a Roma e guadagnano milleduecento euro al mese; e che ci fai a Roma con milleduecento euro al mese? Glielo ripeto sempre: andatevene!”
Tra poco è il mio turno: meno male. La mia interlocutrice continua a parlare, io le tengo gli occhi in faccia cortesemente, e mentre fingo di ascoltarla, seguo il filo dei miei ragionamenti. Anche a scuola facevo così; essendo condannata al primo banco, proprio quello sotto la cattedra, non potevo mettermi a giocare a battaglia navale durante le spiegazioni come facevano Maria, Fabrizio e i gemelli. Allora mi piazzavo coi gomiti poggiati sul banco, la testa poggiata nel cavo di una mano, e tenevo lo sguardo fisso sul professore, mentre in realtà pensavo ai fatti miei. E non mi hanno mai beccato.
Penso: chi sa se è mai passato uno psicologo sociale per uno studio medico pieno di persone in attesa. Se ha mai studiato le interazioni, come dicono i tecnici, che avvengono in questo posto. Studiano i genocidi, che cosa ha fatto il carnefice e che cosa ha fatto la vittima: farebbero prima a venire qui, un giorno qualunque, diciamo oggi giovedì ventisette febbraio 2008, muniti di blocco per gli appunti e di registratore. Si risparmierebbero la fatica di preparare schemi e questionari: i dati, direttamente da un segmento di realtà. Forse ad un certo punto avrebbero brividi di freddo, nonostante la presunta e pretesa oggettività del ricercatore. La SSIS, i figli avvocati, le nuore dirigenti, e chi cerca di fare il furbo, e chi sta sul chi vive per non essere sorpreso da chi fa il furbo, e prima io, no, prima io, e perché tu, e chi te ne dà il diritto, e chi lo dà a te, e il mondo di ieri, e i giovani d’oggi…
Alla fine è il mio turno.





© Valeria Di Clemente



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