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Come una madre
di Maria Cristina Piazza
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Il treno stava rallentando, dopo  fughe di mare sterminato, montagne  velate dalla calura estiva, campagna piatta, desolata. Quasi all’improvviso i binari  si dipanavano tra le case; le finestre spalancate alla speranza di un’ illusoria frescura mostravano ai viaggiatori sprazzi di vita domestica: donne opulente che  scuotevano  fragili ventagli,  uomini in canottiera bianca, stravaccati sui  davanzali. Poi un odore inconfondibile, misto di polvere, grasso, motori e rotaie incandescenti,  annunciò prima dei megafoni, l’ingresso della motrice  nell’ombra della stazione Termini. Sembrava un sogno…

Finalmente il lungo viaggio da Catania era terminato: niente più gambe gonfie,  sedili appiccicosi, madri esasperate, bambini smaniosi, piedi  impolverati da schivare. Basta! Ecco Roma, così  lontana dalla Sicilia da   sembrare un luogo fantastico, irraggiungibile. E invece la grande città, la capitale, la città del papa era là, appena fuori dalla rumorosa  stazione. Agata scese rapidamente dal treno, scaricando  sul marciapiede i bagagli che Melina le porgeva, un braccio intorno alle spalle della sorella, come a proteggerla dalla folla disordinata e vociante, poi in fretta si incamminarono verso l’uscita. Un sole accecante infuocava piazzale dei Cinquecento, quasi deserto in quel pomeriggio di settembre, torrido al punto da sembrare più  un’imprevista estensione di agosto,  che un doveroso inizio di autunno. I duri sedili di legno del tram numero 5 sembrarono un’oasi inaspettata alle due ragazze, intimidite dalla frenetica e sguaiata umanità romana, alle prese con la ricerca di un posto, anche in piedi, al sicuro dalle frenate e dai borsaioli, piaga costante di quella linea tranviaria, gremita per lo più da operai,  impiegati e massaie con le sporte gonfie della spesa appena  fatta nell’economico mercato di piazza Vittorio. Agata si guardava intorno, attenta a cogliere le chiavi di lettura di quel mondo sconosciuto, mentre  Melina, rincantucciata nel suo sedile, gli occhi fissi sulla scura nuca ricciuta della sorella, lanciava rapidi sguardi furtivi di sotto in su alle persone accalcate, che incombevano su di lei con i corpi sudati, il fare invadente, il linguaggio sgangherato. Agata, dopo l’ennesima occhiata al foglietto con le indicazioni di percorso della zia, afferrò contemporaneamente il polso di Melina e le valigie, scendendo velocemente alla fermata di piazza dei Gerani .Le esclamazioni di benvenuto di  zia Veneranda, da ore in attesa dietro le serrande della sua casa al  pianterreno, orientarono le due ragazze siciliane e rilassarono per la prima volta dopo tante ore l’espressione contratta di Melina, che sentiva in quella voce l’eco della casa paterna, da poco lasciata e già rimpianta. Poi i giorni si susseguirono:  le escursioni nella giovane borgata Centocelle, nei negozi e nel mercatino rionale, dove Agata scopriva un’impensata attitudine alla contrattazione, al  commercio, mentre Melina trascorreva intere giornate con la  zia e due suoi vicini, una coppia veneta senza figli, imparando  ricette, attaccando bottoni e rammendando strappi, mentre i tre anziani giocavano  interminabili partite a briscola. Dopo qualche mese, arrivò per Agata la comunicazione dell’attesa assunzione all’ONMI, l’istituto fondato in epoca fascista per l’assistenza alla madre e al bambino: si realizzava la speranza sua e della famiglia, il posto fisso che avrebbe garantito il futuro a lei e a Melina, il pane sicuro; la sede di lavoro si trovava nella vicina borgata di Quarticciolo, resa famosa vent’anni prima dalle imprese criminali  di un insolito malvivente, denominato per le sue fattezze fisiche “il gobbo del Quarticciolo” In quelle poche stanze, alle prese con poppanti, divezzi e semidivezzi, Agata apprese un mestiere assurdo per lei, zitella conclamata, quello di mamma, assistendo per dieci ore al giorno i figli di povere donne della borgata, spesso abbandonate o prive del tutto di un marito, impegnate a cercare, in modi più o meno leciti, di tirare avanti. Sviluppava intanto le sue doti commerciali, acquistando e rivendendo alle vicine di casa e alle colleghe prodotti di vario genere, scovati a prezzi convenienti in negozi e mercati delle più diverse zone romane. Aveva anche trovato il modo di incrementare i suoi modesti risparmi, prestava piccole somme di denaro ad amici e conoscenti, applicando un modesto interesse, non per lucro ma per gusto, una sorta di gioco d’azzardo con se stessa. Lenti  e sempre uguali passavano i giorni e, impercettibilmente trascorsero gli anni: uno dopo l’altro morirono zia Veneranda e i suoi due vecchi amici, assistiti amorevolmente da Melina, mentre Agata correva da una guardia medica a una farmacia, praticava iniezioni, massaggi e clisteri,  evitando alla fragile sorella  le incombenze più faticose e sgradevoli, le emozioni violente Melina ereditò ogni avere dei cari defunti: da un giorno all’altro fu ricca di beni, mobili e immobili, nella più completa incapacità di gestire, poverina, lei così mite e modesta, l’inatteso patrimonio. Allora Agata, preoccupata che la cagionevole salute della sorella potesse essere  messa in pericolo dal sopraggiunto cumulo di responsabilità, scrisse e chiese soccorso a un cugino del ramo materno, Giuseppe, maestro elementare in servizio in un paesino della provincia etnea, il quale ottenne il trasferimento in una scuola romana, così da poter aiutare le cugine. Cominciò così una convivenza a tre: Agata, governante al nido d’infanzia, sempre addetta alla gestione economica familiare,  Melina angelo del focolare, devotamente attenta alla cura dell’uomo di casa, impegnato nel suo lavoro e nella cura dei beni di lei. Ogni tanto Giuseppe si prendeva una vacanza, una gita con i colleghi, diceva: giorni frenetici precedevano la partenza: Melina lavava, stirava e sistemava premurosa nelle valigie biancheria, camicie e pantaloni, Agata visitava tutti i negozi di sua conoscenza per acquistare saponi, dentifrici, acqua di colonia per l’esigente cugino. Dopo la partenza, la casa sembrava intristire, Agata guardava la sorella silenziosa, smunta, come  malata e cercava di scuoterla, proponendo passeggiate, visite ai conoscenti, un gelato da Fassi ma niente sembrava entusiasmare Melina, quasi ottusa nella sua svogliatezza. Poi, finalmente, tornava Giuseppe e la vita riprendeva, il sangue ricominciava a scorrere nelle vene di Melina, i suoi occhi brillavano, il viso si coloriva; tutta la casa si risvegliava: la cucina si riaccendeva, friggeva, esalava aromi, i panni centrifugavano nella lavatrice, la radio cantava, ogni cosa ritornava al suo posto. Un giorno, dopo il ritorno di Giuseppe da una vacanza particolarmente lunga, Agata, risoluta, chiese al cugino di accompagnarla per una commissione. Al rientro a casa, dopo un paio d’ore, Giuseppe chiamò Melina in salotto e le chiese di sposarlo.Diventarono marito e moglie ma la loro vita rimase la stessa di prima, inalterati i compiti e i comportamenti di ciascuno di loro, costanti i viaggi di Giuseppe e le attese di Melina, sotto lo sguardo vigile di Agata. Si susseguirono gli anni e nulla cambiava, a volte qualche sconosciuto suonava alla loro porta, cercando Giuseppe, che lo riceveva nel suo studio, poi lo accompagnava alla porta e lo congedava, senza presentarlo alle due donne e rispondendo in modo vago alle loro domande in proposito. Una sera, dopo cena, mentre tutti e tre guardavano un film in  televisione, Giuseppe chiese a Melina una camomilla, aveva male allo stomaco; lei allarmata, accorse con sollecitudine ma  poi tutto precipitò: la ricerca affannata del dottore,  la corsa in ambulanza al Policlinico, l’attesa, i camici bianchi, l’ odore di disinfettante,  le parole definitive: un infarto aveva reso Melina vedova. Agata dovette impegnare tutte le sue energie e risorse per strappare la sorella alla tomba del marito e trattenerla nel mondo dei vivi e, ancora una volta dovette affrontare tutte le incombenze  e occuparsi del patrimonio di Melina. Ma quale patrimonio? Non c’era più nulla! Il povero Giuseppe aveva dilapidato tutto… quei viaggi che per anni avevano sconvolto il fragile equilibrio della moglie, suggerendo avventure amorose, avevano avuto sempre la stessa meta: un casinò in Slovenia, che aveva ingoiato la dote, gli appartamenti, le terre, ogni bene di Melina. E, come se non bastasse, quasi ogni giorno qualche sconosciuto bussava alla casa delle due donne ed era Agata, ora, a riceverlo nello studio e a congedarlo rispondendo evasivamente alle domande di Melina. La situazione diventava sempre  più difficile, problematica e Agata non sapeva come risolverla, come difendere sé e la sorella dalle visite sempre più frequenti, minacciose. Aveva dato fondo a tutti i suoi risparmi, impegnato buona parte del suo stipendio, per tenere a bada i creditori più esigenti e non era riuscita a salvare dal disastro neppure la casa in cui da tanti anni vivevano. Pensieri, ricordi, domande si accavallavano nella sua mente, Giorno e notte si poneva sempre la stessa domanda: - Che fare?  Come salvare la sua sfortunata, inerme sorella dal disastro imminente?

Due sedili sul tram della linea numero 5, le valigie accanto ad Agata:  gente accaldata, frenetica, voci alterate; Melina aggrappata al braccio della sorella:  piazzale dei Cinquecento, il sole, la folla, il treno

© Maria Cristina Piazza



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(1) Speranze di Maria cristina Piazza - RACCONTO
(2) Come una madre di Maria cristina Piazza - RACCONTO



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