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La vendetta
di Pierina Pacucci
Pubblicato su PBSA2021


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Mi vendicherò, parola di Rocco Rammusi. Nella mia testa risuona questa promessa, come una litania. Lenta, ossessiva. Fisso i miei occhi nello specchio, mentre con rasoiate secche tolgo via la schiuma da barba. Chiunque a quella velocità falcia via lembi di pelle, ma non io, “manu e pera”. Non ha mai tremato la mia mano. Mai sbagliato un solo colpo. Ho un dubbio solo. Le altre volte mai un’emozione. Solo lavoro. Gli sguardi delle prede, tutti uguali. Sorpresi, spaventati, rassegnati. Ora c’è tutta questa rabbia. Un'unica, breve incontrollata emozione può rendermi meno preciso. È solo un bagliore di pensiero. Poi sorrido e guardo le mie mani, sono lunghe, magre e forti, “mani di pietra “. Non tremeranno. Rivedo gli occhi verdi di Maria e un serpente di fuoco passa dallo stomaco alla gola. Pulsano le vene del collo. Cerco una camicia bianca nell’armadio. Fa caldo. A Palermo è ancora più caldo. Maria è a Palermo, finalmente l’hanno trovata, sta con l’avvocato Tano Scicrì. Stanno in una villa bianca nascosta da un aranceto, a Castellammare del Golfo. Antonino sta con loro. Sono cinque mesi che non lo vedo. La testa mi rimbomba. Bum, bum, bum. Mi guardo intorno. La casa è in penombra. Il silenzio pesante come la calura. Sento il riecheggiare dei miei passi venirmi appresso nel corridoio e poi anche nel soggiorno. Spalanco le persiane del balcone. La luce entra con tutta la ferocia del sole siciliano a mezzogiorno, fottutamente bianca. Accecandomi. Il profumo delle zagare penetra prepotente, si sparge per tutta la casa e mi invade il cervello. Riapro gli occhi e il mare è lì come sempre, eterno. Sembra non sia cambiato nulla, ma quel silenzio crudele mi dice di no, che è cambiata ogni cosa invece. Maria non c’è più. Tutto questo era per lei. Tanti anni fa - eravamo ancora ragazzi- lei mi raccontava che ogni volta che passava davanti a Villa delle Zagare, fantasticava di salire le scale, entrare dal portone di noce pesante, per poi fermarsi nell’ingresso e togliersi i guanti bianchi e il cappello di paglia davanti allo specchio della mensola dorata. Una volta aveva spiato da dietro il portone e aveva visto la moglie del notaio Caruso, fare quei gesti. Allora i Caruso abitavano alle Zagare. Il cellulare vibra improvvisamente nella tasca dei pantaloni facendomi sobbalzare. - Dimmi, Ma’. - Roccuzzu, non vieni a mangiare? Carmela t’ha preparato la pasta con le sarde. Vieni? - Si, si, Ma, tra poco, tranquilla. Mia madre pensa che devo mangiare o morirò per il dolore, ma non parla mai di Maria, né di Antonino, piange con Carmela, quando pensa che io non senta. Basta guardarla, per capire che a morire sarà lei. I capelli bianchi raccolti a crocchia, il viso color del coccio, tramato dal sole, le rughe scure ai lati dei suoi sorrisi tremuli e la stanchezza che accompagna tutti i suoi movimenti. Sembra stia per spezzarsi da un momento all’altro. Esco fuori. La strada riflette il calore, lungo il marciapiede. Davanti al bar, i tavoli sono vuoti. Le case tutte bianche e serrate sembrano deserte, mute. Così pure le strade che si aprono sulla piazza e che sembrano le ore sul quadrante di un orologio. Io, il deserto, il mio odio. Di colpo da una strada laterale sbuca correndo un ragazzo. Istintivamente agguanto la pistola infilata nella vita dei pantaloni dietro la schiena. È per questo che porto la giacca anche d’estate. Il ragazzo capisce il gesto e si ferma trattenendo il respiro, gli faccio segno con la testa di andarsene. Si dissolve in un lampo. Questa volta non mi ha divertito. Sono di cattivo umore. Ho finito il pranzo e ho onorato la pasta con le sarde di Carmela. - Roccuzzu, già te ne vai? - Sì Ma’, devo andare a Palermo, ma torno stasera. L’abbraccio, prima che possa farmi altre domande. Lo stupore per questo gesto insolito la lascia impietrita. Non mi guarda più, fissa il vuoto. Chissà se si spezzerà. Carmela sulla porta mi saluta con la mano. Salgo in macchina. Il caldo mi schiaccia sul petto come un sacco di sabbia. Non devo correre, non deve succedere niente. Palermo è là e mi aspetta. Devo arrivare alla villa dopo le quattro. Scicrì va in studio allora e Maria e Antonino restano soli, tranquilli in piscina. Mi accendo una sigaretta. Ho smesso di fumare, quando è nato mio figlio. Ora riecco le sigarette nella mia vita. Una cosa va e l’altra torna. Il ferro freddo sulla schiena sta lì al posto di sempre, però questa volta sento la sua presenza come un corpo estraneo. Non accendo nemmeno la radio, la musica rilassa e io non voglio che l’odio perda d’intensità. Non accendo il condizionatore che il caldo mi rende nervoso. Così, quando arrivo a Palermo avrò tutte le api sotto la pelle. Devo sentirle sempre muoversi veloci ed incessanti prima di uccidere. Scendo adagio, curva dopo curva. In uno spiazzo scosceso disseminato di fichi d’india, c’è un vecchio curvo, con una roncola in mano. Che taglia? Alza il viso verso me e mi fissa severo. Per un attimo mi sembra il vecchio Rammusi, mio padre. Pelle scura, sguardo serio e grandi mani callose. Che vuole ancora? Gli lancio uno sguardo rabbioso che lui abbassa gli occhi. Mi accendo un’altra sigaretta, il piacere mi placa. Le sigarette sono come le donne, andrebbero accese, gustate e buttata via prima di essere finite. Poi, laggiù c’è il mare. Qualcuno si commuove a guardarlo. Io non ho mai avuto tempo di pensare al mare, però ci andavo sempre con mio figlio, giocavamo e pensavo che mi volesse bene. Io pensavo di volergli bene. Ora non conta più niente, tradimenti, solo tradimenti. I ricordi, non riesco a cancellarli. Lui e Maria che giocano in giardino. Lui salta e le dà baci e poi ridono forte. Io sto al balcone e li guardo. Ora il giardino è vuoto. Manca più di un’ora per Palermo. Penso alla nostra storia e devo farla stare tutta in un’ora. Così alla fine c’è l’offesa, la delusione, e sarà una liberazione sparare tutta la mia umiliazione, la mia rabbia e il mio amore. Non posso immaginarmelo veramente quel momento. Mi viene da pensare che non sarà mai come vorrei. Mi piacerebbe che fosse come una bomba al napalm, esplosa nella mia testa. Frammenti di colori. Un occhio verde. Una manina col dito mignolo storto, il medaglione con la testa di leone del nostro fidanzamento. Troppo caldo. Tanto che m’innervosisco. La villa è completamente invisibile, da fuori solo alberi d’arancio. La macchina l’ho lasciata lontano, intanto tornerò indietro camminando piano. Nessuno si accorgerà di me. L’inferriata bianca è alta e gli alberi la sovrastano protettivi. Devo trovare il punto giusto per scavalcare. Giro in giù verso il mare. C’è un lungo ramo che sporge, ce la posso fare, è robusto e mi reggerà. Sono dentro, arrivano delle voci dall’altra parte della casa dove c’è la piscina. Sono loro. Li riconosco. Mi fermo sotto il porticato per prendere fiato. La camicia è bagnata, la giacca anche. Stranamente le mani sono asciutte, “manu e pera”, e la pietra non suda. Mi sporgo appena dall’angolo della casa, sono loro, sono soli e stanno giocando nell’acqua. Ora cammino adagio, la pistola in tasca. Ridono e non mi sentono arrivare. Sono sul bordo della piscina sopra di loro e ho la pistola in mano. Maria si gira, mi vede e spalanca la bocca per urlare, ma non esce che aria, si precipita verso Antonino e gli si para davanti. Io le sorrido come uno squalo e con la pistola le faccio segno di uscire. Lei sente lo scatto della sicura ed obbedisce. Siamo a tre metri. Antonino mi guarda impaurito, ma con odio. Lei invece ha la sfida negli occhi, come a dire “uccidimi”. In quell’attimo capisco che quella sarebbe la sua vendetta e non la mia. Il ricordo dei loro occhi mi rovinerebbe il resto della vita. Invece, io voglio distruggere per sempre le loro vite. Voglio che non possano dimenticare mai e che di notte, anzi ogni notte, preghino di non addormentarsi, perché l’incubo non ritorni. La mia mano è ferma e gelida, la testa invece sembra l’Etna. Devo pensare, pensare in fretta. - Manu e pera! Una voce mi arriva da dietro le spalle e mi gela. Non posso voltarmi, devo tenerli sottotiro. - Chi cazzo sei, figlio di puttana? Non fare niente se no li ammazzo subito. Fatti vedere, - Sono Scicrì, bastardo. Posa la pistola. Sento i passi di Scicrì dietro di me, il mio dito preme il grilletto, leggermente. Basta una piccola pressione e li centro in pieno. Scicrì si sta avvicinando. Sento la voce di Maria “Fermo! Fermo Tano! Non sparare” e poi la voce di Antonino “Ammazzalo Tano! Fai presto! Fai presto! Le parole di Antonino arrivano come proiettili. Allora penso che quello che devo uccidere sono io.

© Pierina Pacucci





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(2) un paio di scarpe rosse col tacco a spillo di Pierina Pacucci - RACCONTO



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