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Scorrete lacrime, disse il poliziotto
di Philp K. Dick
Pubblicato su SITO


Anno 2007- Fanucci
Prezzo € 15,00- 320pp.
ISBN 9788834712375

Una recensione di Fabio Orefice
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 Scorrete lacrime, disse il poliziotto

Dickotomìe E Lacrime: “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” − Philip K. Dick e l’insostenibile leggerezza dell’Io − a cura di Fabio Orefice Carlo Pagetti, professore di lingua e letteratura inglese all’ Università di Torino, nonché “vate” della fantascienza e dei suoi risvolti culturali, ha scritto la prefazione a “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” di Philip K. Dick, riedito pochi mesi fa dalla Fanucci (che in occasione dei venticinque anni dalla scomparsa, sta ripubblicando l’intero catalogo del criptico autore americano). In essa ci fornisce le spiegazioni più lucide e rivelatrici su questo importante capitolo della narrativa fantascientifica, che lo stesso autore non esitò a definire con orgoglio " my Doubleday novel". In un futuro non troppo lontano da Noi per cronologia e sfondo, Jason Taverner è un celebre cantante e show man televisivo. Un giorno, mentre la sua vita di glorie e successi continua a scorrere tra applausi, dirette TV, fan e corteggiatrici talora ossessive, finisce in un baratro inatteso, il peggiore che chiunque, specie qualcuno nella sua posizione di " Celebrità ", possa immaginare di vivere: Taverner diventa, senza alcuna apparente spiegazione, un perfetto sconosciuto. In questa realtà “orwelliana” in cui il dissenso − esemplificato dai gruppi di studenti universitari clandestini − è bandito e perseguito come un’ “anomalia del sistema” (perfetta metafora della repressione “maccartista” messa in atto dal Governo USA e dalla CIA tra i ’50 ed i ’60 e che causò non pochi problemi ad intellettuali outsider come Dick, in termini di emarginazione sociale e paranoie), e dove vige un ferreo sistema di controllo marziale, Jason è ora un fuggiasco, un “estraneo alla massa” perso in un reale del tutto simile a quello che costui conosceva… tranne per il fatto che nessuno ha più memoria di lui. D’accordo con le riflessioni di Pagetti, si osserva quanto Taverner sia l’esemplificazione del dio greco del vino e dell’estasi dei sensi Bacco, in quanto rappresentante di un universo, quello dello spettacolo, fatto di vanità, perdizione, piacere ed autoreferenzialità spinta ai confini dell’egomanìa. Ed anche quando il mondo, il Suo mondo, soffre di mono-amnesia verso di lui, egli continua ad essere la trasfigurazione del dio Bacco, ma nell’accezione di icona osannata della dissolutezza, eppure emarginata da un “regno” basato sull’ordine e la disciplina. Qui entra in gioco l’altra figura chiave della storia: il "poliziotto", ossia il generale Felix Buckman, colui che con maggiore alacrità ed efficienza darà la caccia al non identificato Taverner. Buckman, sempre secondo l’esaustiva analisi di Pagetti, è invece la rappresentazione di Re Lear. Proprio come il sovrano shakespeariano, infatti, costui si fa autorità intransigente e morigerata in un Paese precariamente sorretto da una dittatura che è sempre sul punto di cedere alla corruzione, al narcisismo e ad ogni cosa in cui piacere violenza siano ormai fusi assieme. Per quanto riguarda la mia esegesi, il protagonista si ritrova chiuso in una sospensione soffocante tra essere e non essere. Lo “straniero” − quale miglior’ termine per spiegare la condizione apolide, interiore e fisica, di Taverner − si ritrova avvinto ai margini di un sistema dove chi sei viene definitivamente misurato in base a come e quanto appari sugli schermi televisivi. Ecco il punto, il significativo “subplot” di Scorrete lacrime: la frammentazione dell’Io nel mondo moderno; Jason Taverner è in bilico tra apparenza e contenuto, percezione pura ed interiorità; si fa “ambasciatore” dell’uomo che da sempre tenta disperatamente di lottare contro le ombre spaventose delle pure apparenze e delle proprie insite debolezze; ombre che di volta in volta si manifestano attraverso la religione, le convenzioni sociali, la retorica, o i mass media. Per tale ragione l’uomo Jason non può prescindere dal personaggio che conduce il "Jason Taverner Show". Svettando fulminei attraverso pagine e parole come i "cavilli volanti" sui tetti luminescenti dei grattacieli, scopriamo, quale che sia il finale, che Io è solo una definizione di comodo, un prisma insanabile forgiato purtroppo più dalle percezioni esterne che dalle caratteristiche personali innate; Io è una contesa ormai impari tra la libera scelta ed un TV color che non si spegne mai. A causa dell’ esasperato progresso che incatena d’assuefazione il libero arbitrio, l’autocoscienza scorre via come un flusso inarrestabile che anziché rompere gli argini delle imposizioni e dei “totem” ne rimane soffocato, lasciando che in essi anneghino anche le minime certezze sul proprio essere. Ed allora "scorrete lacrime" .


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