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Il grande gioco
tratto da "Lo scrittore"
di Giuseppe Cerone


Mi giunge una lettera da Milano. Dice:

"Gentile Cerone,
ho letto le sue poesie e ne ho apprezzato la dignità etica. Testimoniano di un lavoro impegnato. Un cordiale e buon lavoro. Antonio porta"


Sono felice. Lo vedo come un giudizio positivo.Sono riuscito a stabilire un contatto con un poeta famoso. Devo pensare bene a cosa scrivergli, ora.

E' il mio compleanno. Nessuno mi festeggia e sono depresso. Ripenso alla mia posizione di scrittore. Scrivere mi sembra niente altro che un estremo rifugio, una forma di espiazione, una denuncia dei propri crimini. Sì, perché l'uomo è colpevole per il fatto stesso che esiste, che si nutre a scapito di tutte le altre creature. Questo mi pare che sia il senso del peccato originale ereditato dalle antiche religioni. Un'anima in vera armonia col cosmo è quella mai nata. O, se nata, lo è quando muore. Il suicidio potrebbe essere una deliberata aspirazione all'armonia. Gli altri , quelli che lottano e resistono, sono le belve più feroci. Alcuni si avventurano in politica, altri formano le mafie, altri nelle altre cose, tutte uguali comunque. E c'è anche una strana categoria che ha inventato un grande Gioco, la letteratura organica. Le parole sono diventate anch'esse una religione, e quindi un peccato. Faccio parte del gioco "mon semblable, mon frère". Anch'io tento di utilizzare le parole come "panspernia", per spandere il mio seme, cioè, allargare la brama di comando oltre i confini imposti dalla semplice fisicità corporea.
E' un gioco, ma pericoloso, perché suscita fanatismo. Il fanatismo che sgorga copioso quando si è sicuri di interpretare la verità. E se io non ho questo fanatismo, perché aggiungermi alla lista? A che serve? Per dire e ridire sempre le stesse cose? Ricordo che a 18 anni, volendo comunicare agli amici la mia paura esistenziale( era il tempo in cui ci si doveva abbassare alla stupidità altrui, alla mediocre vita di gruppo- il gruppo è un gregge- e bisognava inventare lazzi per essere accolto) scrissi: " Quando tutto è stato fatto, quando tutto è stato detto, vivi la tua vita. Auguri". Sbagliavo. Perché , pur essendosi dette e fatte tante cose prima di me, quei tentativi erano passati, trascorsi con le persone che li avevano partoriti, e ora io ero il presente. Il presente ha sempre qualcosa in più del passato, per il semplice che è nuovo, anche se simile o addirittura identico all'antico. Altrimenti la vita sarebbe esclusivo appannaggio di chi ha più esperienze, di chi è venuto prima. Invece il presente è come un figlio appena nato, che attrae le attenzioni con i soli vagiti e nasconde alla vista, li oscura, gli uomini grandi, quelli importanti, parlanti. Per cui, se ritengo che non ci sia più spazio per me, per la mia poesia, per le mie forme espressive, sono in errore. Ora ci sono io, questo solo conta. E come me ce ne sono tanti ancora, scoraggiati, che se solo sapessero di essere vivi, di non dover dipendere dai fantasmi del passato, camminerebbero spediti. Perché questa è la vita: è una magia che si ripete. Una inesauribile energia che rimbalza e ti tocca un momento, quando è il tuo momento, senza rispetto per il passato, che riposa, sia pure indimenticato. C'è posto, allora, per nuovi pittori, artisti e scrittori, giornalisti, contadini e artigiani, medici e politici, avvocati e insegnanti. La presenza di mostri nel passato non può intimidire. Abbiamo parole che non conoscevano, problematiche che neanche sognavano, orizzonti più vasi. Ecco perché il ricordo di tanti non mi fa più paura; caso mai mi dovrebbe far male il pensiero di chi verrà dopo di me, perché saranno loro a scalzare il ricordo di me. Ma adesso non ci sono. Io sì, ci sono, sono il presente, con la potenzialità di annullare il passato, con una forza tanto più grande in quanto non ancora espressa. Io posso ancora raccogliere tutta l'energia della vita intorno a me. Ogni giorno lo posso fare. Ogni nuovo giorno. Non sono prigioniero.
Metto un nastro nello stereo e ascolto per molte volte la mia canzone preferita.
E' baker Street di Gerry Rafferty. Mi ricorda una ragazza in Inghilterra, nel Surrey. Mi commuovo fin quasi alle lacrime.

Dai giornali apprendo della morte di Antonio porta, per un infarto. Aveva 54 anni e si trovava a Roma, in attesa di partecipare al Maurizio Costanzo Show. Ricordo una sua poesia, "Una mendicante". Nell'ultimo verso dice: "un giorno, quale non si può dire, tutto accadrà spontaneamente". Leggo l'articolo di Giuliano Gramigna sul Corriere della Sera e , nelle pagine interne, i necrologi. Non posso fare a meno di pensare che ho perduto il primo interlocutore di prestigio che avevo trovato. La sua sfortuna diventa la mia.

A cura di Giuseppe Cerone

 

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