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Jean Rhys
(1890 -1979)


Un background familiare quantomai vario, una vita piena di esperienze vissute sempre al limite del buonsenso per le ragazze dell’epoca, un talento innato per dipingere personaggi. Tutto questo è Jean Rhys, scrittrice forse sottovalutata, molte volte ignorata, ma dagli interessanti risvolti.
Nata nel 1890 a Roseau, nell’odierna Repubblica Dominicana, proviene da una famiglia in cui si mescolano radici indigene, gallesi e scozzesi, radici che condizioneranno per sempre la sua vita e che ritorneranno prepotenti in tutti i suoi romanzi e racconti.
All’età di diciassette anni venne mandata dal padre a vivere presso una zia in Inghilterra; lì frequentò la Perse School a Cambridge e la Royal Academy of Dramatic Art di Londra. La morte del padre la costrinse ad abbandonare gli studi, e a lavorare prima come corista per una compagnia itinerante, poi come impiegata e, durante la Prima Guerra Mondiale, come volontaria alla mensa militare.
La sua travagliata vita sentimentale fu scandita da tre matrimoni e due figli (di cui uno morto in tenera età), che le permisero di vivere nelle principali città d’Europa, come Vienna, Budapest e Parigi, fino a stabilirsi poi definitivamente in Inghilterra.
Per un certo periodo si allontanò dai circoli e dal mondo letterario, finchè ritornò ad esserci un certo interesse nei suoi racconti e la BBC adattò per il piccolo schermo il suo Good morning, Midnight. Fu allora che Jean Rhys riprese a scrivere brevi racconti pubblicati su London Magazine e Art and Letters.
Nel 1966 esce quello che viene considerato il suo capolavoro: Wide Sargasso Sea. È un interessante esperimento letterario che vede come protagonista Antoinette Bertha Cosway, la moglie pazza di Edward Rochester di Jane Eyre. La Rhys traccia la vita di Bertha dall’infanzia fino al matrimonio con Rochester, con il successivo trasferimento in Inghilterra. Lì la donna finisce confinata in un’ala della casa, da dove poi appiccherà il fuoco che distruggerà l’edificio e causerà la sua stessa morte.
La Rhys affermò di aver scritto questo romanzo perché incuriosita dalla figura di Bertha in Jane Eyre, e perché aveva la sensazione che Charlotte Brontë avesse qualcosa contro le donne delle Indie Occidentali. Da lì il desiderio di riscattare l’una e le altre con questo romanzo che, nel linguaggio moderno, potrebbe essere definito un eccellente spin-off.
Nei racconti e nei romanzi di Jean Rhys appare sempre la figura di una protagonista donna, spesso emigrata dalle terre caraibiche, con una vita intensa e tanti uomini sbagliati sulla sua strada. Donne che non riescono a proteggersi dagli eventi della vita, che non trovano un uomo che sappia renderle felici, dedite all’alcolismo (come del resto lei stessa) e all’autocommiserazione. La stessa Jean Rhys molte volte ammette di preferire le donne di colore, perché più forti di quelle bianche.
I suoi personaggi si sviluppano ai due lati dell’Oceano Atlantico, tra due mondi forse un tempo legati da interessi economici ma completamente diversi come cultura e mentalità. Da questa differenza nascono donne instabili, che vedono scontrarsi il sangue caldo dei Caraibi con la freddezza inglese, e che non riescono a sopravvivere all’urto.
È una fetta di storia che molte volte non conosciamo, e che potremmo riscoprire proprio attraverso gli occhi di una scrittrice che non giudica i suoi personaggi, ma li descrive così bene perché in fondo…sono lei stessa.

(c) Silvia Vacca

Un estratto da “The Lotus” di Jean Rhys.
Traduzione a cura di Silvia Vacca

[…]
«Ehilà», disse Ronnie, «e così è già qui».
«Non sono riuscita a trovare quel Porto».
«Non fa niente. Non si preoccupi».
«Ne avevo un po’avanzato».
«Non fa niente…Mia moglie non si sente troppo bene. È dovuta andare a letto».
«Me ne accorgo quando non mi vogliono, Signor Miles», disse Lotus. «Facciamoci solo un altro drink. Scommetto che ne ha un altro nascosto da qualche parte».
C’era dello sherry nella credenza.
«Grazie mille».
«Non si siede?»
«No, me ne vado. Ma mi accompagni di sotto. È così buio, e non so dove sono le luci».
«Certo, certo».
Andò avanti, accendendo le luci su ogni pianerottolo, e lei lo seguiva, reggendosi alla ringhiera.
Fuori la pioggia era cessata ma il vento soffiava ancora forte e gelido.
«Mi aiuti a scendere questi dannati scalini, per favore. Non mi sento molto bene».
Egli le mise una mano sotto il braccio e scesero gli scalini. Lei tirò fuori la chiave dalla borsa e aprì la porta dell’appartamento nel seminterrato.
«Venga dentro un minuto. C’è un delizioso fuoco nel camino»
La stanza era piccola e imbottita di mobili. Quattro sedie con gli schienali dritti e le gambe rococò, poltrone da cui usciva l’imbottitura, pile di giornali vecchi, fotografie di Lotus, sempre con elaborati vestiti da sera, sorridente e senza vita.
Ronnie stava lì, ciondolandosi sui talloni. Gli piacevano quelle foto.”Doveva essere una bella ragazza vent’anni fa”, pensò, e, come se gli rispondesse, Lotus disse con voce piagnucolosa: «Avevo tutto; oh Dio, se ce l’avevo. Occhi, capelli, denti, curve, assolutamente tutto. E a cosa è servito?»
La finestra era chiusa e coperta da una tenda marrone. La stanza era pregna dell’odore acre dei tre bidoni dell’immondizia che c’erano fuori.
«Quanto paga per questo posto?», chiese Ronnie, lisciandosi il mento.
«Trenta pezzi a settimana, non ammobiliato».
«Conosce quella donna che possiede quattro case in questa strada? E ha tutti gli appartamenti affittati, i seminterrati e tutto il resto. Ma è sempre la stessa storia: i soldi fanno i soldi, e se non li hai non puoi chiamarli con un fischio. Sì, i soldi fanno i soldi».
«Chi se ne importa», disse Lotus. «Non me ne frega niente».
«Beh, adesso non dica così».
«Non me ne frega niente. Voglio che il mondo lo sappia. Niente. Non ho mai voluto niente di simile. Non voglio le stesse cose che interessano a lei».
“Povera vecchia anima scombinata”, pensò, e disse: «Bene, allora andrei se qui è tutto a posto».
«Sa, quel Porto. Ne avevo davvero. Non avrei detto che ne avevo se non ne avevo. Non sono affatto quel genere di persona. Lei mi crede, vero?»
«Certo che le credo» le diede una piccola pacca sulla spalla. «Non si preoccupi per una cosetta da nulla come questa».
«Quando sono scesa non c’era più. E non c’è neanche bisogno che mi dicano dove sia finito».
[…]


Dal 10/04/07
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