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La casa colorata
di Carlo Santulli
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La casa colorata

Quando scoccarono i settant’anni, Gabriella decise di trasferirsi in una casa colorata. Prima di allora, tutti avevano sempre deciso per lei, prima sua mamma, poi suo marito; ed anche i figli non le avevano risparmiato sottili sarcasmi o meno impalpabili contestazioni, quando aveva manifestato di disporre di una testa e di avere voglia, anzi necessità, o forse urgenza, di usarla.
Ora però, come capitava nelle vecchie commedie da boulevard, la protagonista, adagiata sul divano, li aveva visti ad uno ad uno sparire dietro le quinte o dileguarsi: a volte protetti da una piccola finestra a riquadri, quella che si affaccia sul mondo tanto più finto quant’è vero, altre volte sbattendo la porta. E Gabriella aveva atteso, con un’impassibilità raccolta in una terra deserta, ma lustra e vivida come un passaggio inutilmente illuminato: infine ogni rumore si era attenuato e subito spento.
Era passato qualche anno, più o meno morbido od accidentato, e siccome nessuno pensava a lei, e i figli, si sa, capiscono poco, e quel poco lo capiscono male e di sbieco, en biais avrebbero detto al suo paese, aveva fatto il grande passo. Che poi era piccolo, ma si sa che ogni passo dipende dalla misura dei piedi, o dalla veste che il coraggio si è messa per passare inosservato.
Naturalmente tutti l’avevano sconsigliata: per l’età, per la zona e per tanti altri motivi, che Gabriella ogni sera metteva insieme come lo chapelet, i grani del rosario che con prudenza snocciolava. E ad ogni motivo le cadeva una lacrima. All’inizio. Poi, col tempo, ogni lacrima si spandeva come in un ondivago sorriso, sicché alla fine della coroncina, Gabriella quasi rideva. E sapeva che anche Santa Bernardette l’avrebbe avuta cara, quella promessa di felicità che spostava tra le labbra attimo per attimo. Quasi rideva anche lei, quella santa, anche nella châsse, nell’urna, così composta, ma serena e quasi pudicamente contenta nel riposo. Certo, erano tutti motivi seri, importanti, gravi, enunciati da gente con lauree, diplomi e certificati, e molto, ma molto più riusciti nella vita di lei, che era sempre stata all’ombra di qualcuno (non infelicemente, ma riparata dal sole e dalle correnti d’aria e di pensiero). Ma...che importava avere tanti motivi, se a lei ne serviva uno solo: cambiare. Casa e colori.
Chi l’aveva capita veramente (figli, parenti ed amiche puoi anche lasciarli perdere) era stato quell’omino delle vernici e delle carte da parati. Era chiaro che ci doveva avere il suo tornaconto, se l’intonaco si paga un tanto a barattolo e poi mettici il solvente e la manodopera. Però era l’unico che le aveva detto che sì, ogni stanza d’un colore diverso era un’ottima cosa, anzi l’unica soluzione possibile. Lavabile, certo, e delle tinte più care. A Giacomo, così si chiamava l’omino, Gabriella dette retta, come si stringe la mano al conoscente incontrato per caso nella piazza di un quartiere lontano e forse ostile.
“Anche il vinaccia?”
L’omino aveva annuito, tormentando un mozzicone spento tra i denti, e Gabriella si era convinta che il vinaccia andava bene in cucina: alto, sopra le quattro file di piastrelle, ad inquadrare la cappa.
“Durerà?”
E ancora l’omino aveva oscillato il mozzicone, quasi con sorpresa: perché non doveva durare? Gli altri colori duravano.
Vinaccia: come le ciliegie mature, come un giorno di primavera già troppo caldo, come una scampagnata con le biciclette fiorite di spighette tra i raggi, come rincorrere le lucciole da un prato in discesa. E azzurro cielo nella sua camera da letto, con anche qualche stellina, di quelle che si affacciano impetuose, ma fintamente incerte, dopo un tramonto vizzo di toni sospesi e misti.
Giacomo le aveva chiesto come voleva le stelline.
“Volendo, ho un amico pittore. Fa le mostre, ed affitta una galleria in Centro ogni Natale”
E Gabriella ebbe tutta una galassia sospesa tra la cappa ed il frigo, ed una sperduta cefeide, che sembrava accendersi e spegnersi sotto il pensile a tre sportelli.
Il cambiamento le aveva ridato voglia di studiare, quindi di vivere: iniziò a documentarsi sulle strade nel giro delle quali avrebbe vissuto da allora in poi. Qualcuno le aveva chiesto, sorridendo un po' beffardo, se era una sistemazione definitiva. Quella era una parola nera, una di quelle che non si declinano neanche col rimario: definitiva contiene fine, e la fine solo al cinema non è morte. La sua ritrovata precarietà, dopo oltre settant'anni di certezze, era una foglia verde sul ramoscello arso, come qualcuno doveva aver scritto (aveva segnato la frase accanto al telefono, ma non l'autore). La coccolava, sicura che non sarebbe svanita: ne aveva bisogno. Visitò uno strano sottoscala, che si fingeva una biblioteca, e vi apprese molto sul quartiere, stringendo sugli stretti banchi di studio, che credeva non più fatti per lei, i mezzi occhiali da presbite. Dove viveva lei da poche settimane, un tempo c’era una fabbrica: e questa era una novità gradevole e leggera, per una che per decenni era stata in una zona residenziale invecchiata male, dove le case si erano solo sostituite alla campagna verdastra ed uniforme, allo sventato calore delle ultime bonifiche.
Una fabbrica: e ne riviveva nel ricordo le ciminiere, i depositi, il vasto cortile con le rotaie e le traverse ammonticchiate come scura paglia col raccordo che girava tutt'intorno, e la vaporiera. Specialmente le grida, le sirene degli operai, gli ordini in una lingua gutturale ed aspra. Come nelle vecchie foto, qualcuno, troppo sfaccendato per essere regolarmente lì, fa appena capolino, e simula un sorriso ingenuo e popolare, curando di occultare la dentatura non proprio presentabile.
Più avanti, sul viale, scavato anno dopo anno dai viavai e dai riporti dei camion dell’immobiliare, c’era stato un villino con quattro parafulmini (forse cinque) e sotto ad una palma stenta, una sorgente d’acqua quasi asciutta. Anche il villino era sparito, era rimasta una trattoria, che ne aveva invaso parte del terreno con un pergolato ed un sentiero sabbioso per il parcheggio.
Poi Gabriella tornava nel silenzio della sua casa, e credeva d’aver sognato: solo la galassia che s’accendeva dell’incerta luce del chiostrino le ricordava che sì, aveva osato cambiare, e che appunto c’era riuscita. A volte, il silenzio era scandito dai giochi di Guido, quando tornava dall’asilo: ed anche quello era giusto e sereno. Ecco: Guido non le chiedeva nulla, se non esserci. E Gabriella sentiva di esserci davvero, nelle ultime settimane.
Ricevette la telefonata di un’amica, che si lamentava che non c’era parcheggio e che sì, sarebbe venuta a trovarla, ma si sa, se non sai dove mettere la macchina, e poi il marito anziano, ed il caldo...
Gabriella vedeva due posti liberi di là dal finestrone del salotto, ma le replicò: “E’ vero, sai. Pensa che io lascio sempre l’auto in garage. E’ anche più fresco”.
Bisogna far contente le persone, ogni tanto, specie se vogliono trovare una scusa. E sulle scuse, si sa che i figli sono i migliori. Impareggiabili. Gabriella leggeva fino a tarda notte: romanzi e libri di storia. Ed ogni tanto si affacciava verso le vie belle, con qualche amica che non temeva di far quattro passi. Con gli anni si capiscono tante cose, e specialmente chi può accompagnarci nel cammino, e chi invece fa come l’ammiraglia: ti guarda pedalare e ti sorride. Anche un sorriso fa piacere, come le chiacchiere col negoziante, ma a volte si ha bisogno che alla nostra destra non ci sia il vuoto.
Un giorno accadde per caso che Gabriella si trovasse a passare per la casa del poeta: lui se ne era andato via cinquant’anni prima (Gabriella non era che una ragazza, dalle parti di Reims, ed anche il poeta doveva essere giovane allora, anche se il suo volto tagliente come una briciola di vetro era certo sempre il solito). Le sembrò di vederlo seduto sugli scalini che portavano verso la via del brefotrofio, sotto il quale ancora un lembo di prato ricordava le scampagnate di un tempo. Non le piaceva parlar sola, il mondo ci vuole logici e pratici, ma si sa, dopo i settant’anni, il senso comune si permette di scivolar via dalla vita, lasciando una traccia solerte di verità. Così, giorno dopo giorno, prese a rivolgergli la parola, che le veniva resa in una lingua concreta e collinosa, forse veneta, suggerendole storie di quelle parti e d’altrove, partite di pallone su quella gobba erbosa in declivio dietro le case dell’Ente, fughe solitarie entro se stessi e bilanci d’amore, sempre in perdita.
Era quella la casa del periodo in cui il poeta aveva molto da dire, forse proprio perché il suo lavoro era incerto e prendeva ore tra andare e tornare. Stranamente, l’epoca in cui aveva molto da dire era venuta anche per Gabriella, anche se talmente tardi, che non sapeva più che lingua usare. Ed il centro di tutto era quella casa colorata, con le sue galassie sorprendenti, ed i pastelli, i giochi ed i tentativi di scrittura di Guido da tutte le parti, dal pavimento al ripiano della lavapiatti. Tanto, spazio ce n’era: e di rimproveri non c’era bisogno.
Così Gabriella tornò nello scantinato dei libri, e capì tante cose ancora della vita del poeta: come ci avesse messo vent’anni per ultimare la scoperta di sé, e come nel fiume ci fossero i piloni sospesi del ponte non ancora ultimato, ed era l’unico punto dove si toccava, e si fosse al riparo dai mulinelli. Cercò di parlare con qualcuno di quei posti, ma nessuno le diceva cose che non sapesse. I più quel principio d’estate pensavano solo al calcio, che è pur sempre un appartenere agli altri, che non ci restituiscono indietro che brandelli di parole. Gabriella desiderava finalmente appartenere a se stessa, che è poi l’unico modo forse per riuscire a regalare qualcosa di se stessi. Ma si sa, gli anziani sono egoisti...
Per andare all’asilo di Guido la mattina, facevano il giro più lungo, passando per un panettiere che sfornava una teglia di pizza proprio in tempo per loro. Non lo faceva apposta, ovviamente, ma era bello pensarlo, come entrare senza far chiasso nell’odore caldo e un po’ salato di forno e di olio luccicante. Così Gabriella si trovò a parlare a Guido dei suoi dialoghi solitari, perché i bambini non si spaventano di queste cose semplici e naturali. Guido interessato le chiese: “Cosa fa un poeta? E’ anzianetto come te? Parla anche il francese?”
La risposta, Gabriella l’aveva chiara in mente. Ma disse: “Andiamo, che è tardi”. E ripresero l’ultimo pezzo del cammino, perché il bidello teneva già il portone accostato con la mano.
Dalla sala di lettura alle riprese dal satellite su Internet, in fondo, non c'è che un passo, anche se si hanno settant'anni. Scoprì finalmente la sua casa colorata, dispersa tra i palazzi con gli inutili tetti di tegole (come se nevicasse mai) come non l'aveva mai vista dall'alto, e contò i centimetri, o meglio i pollici di schermo che, alla massima risoluzione, la separavano dalla casa del poeta. Era veramente vicino, nello spazio se non necessariamente nel tempo.
Gabriella nel trasloco verso la casa colorata si era scoperta curiosa: figlia di una scuola che non si era curata delle tecniche a tutto vantaggio di teorie possibilmente più prossime alla metafisica che alla fisica, alle volte si sentiva come se le avessero imposto di imparare a memoria un gran trattato di armonia, e poi al dunque le avessero rivelato che non doveva far altro che battere a ritmo un cucchiaino sopra una tazzina da caffè. Ormai però la versatilità di quello strumento improvvisato le era ben nota, e non si sarebbe sognata di lasciarlo per un'arpa od un pianoforte: quando le serviva, il cucchiaino sapeva farsi arpa (anche orchestra se necessario). E poi, alla sua età, poteva ben ammettere di non sapere e di non capire: qualcuno l'avrebbe aiutata, anche con Internet.
Un suo figlio, nel corso di una breve e distratta visita, le aveva riempito la testa di parole strane: spam, virus, crac, su quest'ultimo indugiando un attimo, per chiarire che non si trattava di una droga. La sostanza è che non avrebbe capito, che non poteva capire, alla sua età. Solo che Gabriella non voleva capire, voleva imparare un nuovo gioco, di quelli che Guido creava ogni giorno con lei e magari per lei, anche nell'anticamera del pediatra o alla fermata dell'autobus. C'era sempre qualche regola che la nonna non sapeva, perché il nipotino non l'aveva ancora inventata, ma per quello si faceva presto: la fantasia di Guido era un cavallo sbrigliato che correva sempre nella direzione giusta, per istinto.
Ma si sa, ad ogni nuovo gioco, c'è sempre il rischio che qualcuno bari per eliminarci, così quando Gabriella lesse sullo schermo un messaggio da un poeta che si diceva lontano, e le parlava di mappe e di satelliti, pensò di aver toccato un tasto di troppo. Come seconda ipotesi, scadente, ma necessaria, immaginò che fosse un invito galante. Certo, Guido le aveva già detto più di una volta che avrebbe trovato naturale (“regolare” aveva detto) che lei gli trovasse un nuovo nonno, però stavolta coi baffi bianchi. Ma un poeta non è un nonno, anche se le due qualifiche occasionalmente possono coincidere, “e comunque un nonno-poeta dà una sgradevole sensazione di lustro e ovattato, un po' un genere da ipermercato sotto Natale, ove l'anzianità è data soltanto dal cerone” rifletteva Gabriella.
Chiese a Guido, e lui le rispose che era chiaro che un poeta così non poteva che venire dal cielo, replicando poi all'espressione un po' attonita della nonna: “Non mi hai detto tu che i poeti vivono tra le nuvole?” Sì, era vero, l'aveva detto lei, e quel poeta poi non poteva essere che il suo vicino di casa di cinquant'anni prima, di cui tanto aveva letto e si era occupata negli ultimi mesi. Sapeva che non c'era più, ma per conferma aveva anche visitato la sua tomba al cimitero, con una lapide di poche parole e molte idee lasciate nel vento, come la poesia dovrebbe forse essere.
Aspettò invano un secondo messaggio, magari di conferma, poi si convinse ancora, come era quasi sua abitudine ormai, di averlo sognato, e vide i suoi stessi occhi girare attorno alla casa colorata come in un grandangolo, ed erano occhi di chi deve ancora nascere davvero. Ma bisognava far presto, il tempo a quell'età è come bruciasse da solo, ed i colori della vita asciugano troppo in fretta.

© Carlo Santulli



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