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Nonna Bice
di Armanda Capeder
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La nonna non assomigliava a nessuna delle care vecchiette descritte nelle fiabe, così dolci e placide, affettuose coi nipoti, e non era facile volerle bene, nonostante mi avessero detto che amare i parenti anziani è un sacro dovere.
Nonna Bice era piccoletta e magra, vivace e nervosa, e cercava di sembrare più giovane vestendo come una quarantenne, con gonne al ginocchio che mostravano gambe secche al pari di bastoni nodosi.
Spendeva denaro in cosmetici e istituti di bellezza, e avevo sentito dire dalle zie che si era fatta il litting. Allora non sapevo che cosa fosse, ma dal modo in cui era nominato ritenevo che si trattasse di una riprovevole eccentricità.
Era nata marchesa, ma poi aveva perso il titolo sposando il nonno, un ricco possidente terriero di magnifico aspetto con la vocazione per la pittura. Siccome poteva permetterselo, per tutta la vita aveva giocato a fare l’artista, lasciando alla moglie la cura degli affari, contento che lei avesse rivelato una spiccata abilità di amministratrice.
Il nonno dipingeva nature morte e paesaggi di vaga ispirazione romantica, con predilezione per rovine di templi illuminati dalla luna, tempeste di mare e di terra e tramonti rosso fuoco. Si dedicava anche alle figure, usando come modelli la moglie e i numerosi figli che questa gli aveva dato.
Nonna Bice pare che non fosse stata bella neppure da giovane, come dimostravano i dipinti sparsi per la casa che la ritraevano in pose diverse, mentre i suoi figli avevano fattezze armoniose, alta statura e proporzioni perfette, avendo ereditato unicamente i tratti del padre, e lo stesso era accaduto con i nipoti. Solo io tra i discendenti le assomigliavo, a giudizio di tutti, e me lo dicevano con un vago tono di compatimento.
La nonna organizzava periodicamente mostre dei lavori del marito, con larghi consensi di stampa e una folta ressa alle inaugurazioni, dove i buffet erano particolarmente ricchi.
Lui ignorava, o fingeva di ignorare, che la moglie acquistava in anticipo sotto falso nome alcune tele, le quali potevano così fregiarsi fin dal primo giorno del bollino rosso del venduto, segno inequivocabile di successo. I quadri erano in seguito accatastati in un magazzino e spediti in omaggio a parenti e ad amici in occasione di matrimoni, compleanni e ricorrenze varie.
Il capriccio del nonno risultava piuttosto costoso, considerando tra l’altro le somme che la nonna versava ai critici perché pubblicassero redazionali elogiativi, ma lei amava moltissimo il marito, e per farlo felice era disposta a ogni sacrificio, anche economico: questo almeno avevo sentito dire dalle zie, quando venivano a farci visita e sorbivano in salotto il tè coi pasticcini, mentre la nonna era assente.
Forse nonna Bice non era per sua natura energica e autoritaria come appariva all’età in cui la ricordo, ma a ridurla spigolosa e sbrigativa potrebbero essere state le responsabilità di cui fu costretta a caricarsi, per permettere al marito di vivere da sfaticato sognatore.
Nonostante fosse spesso presente tra i campi della vasta tenuta nella Piana di Arezzo a sorvegliare i lavori e a faticare lei stessa coi contadini, non dimenticava mai le proprie origini, e conservava stretti contatti con gli innumerevoli parenti e affini di alto lignaggio dei quali amava vantarsi.
Possedeva gioielli di valore, due pellicce e abiti eleganti che indossava quando partecipava alle feste alle quali era invitata. Una volta l’anno organizzava anche lei un ricevimento, e allora il palazzo di città si riempiva di gente importante.
Questo era accaduto finché il nonno era rimasto vivo, poi si era ritirata nella grande casa di campagna, tenendo per sé solo il piano terreno, e riservando il resto ai figli, ormai tutti sistemati, che a volte andavano a farle visita insieme con le famiglie.
Non aveva più voluto interessarsi di affari, affidando a loro tutte le incombenze, ma siccome doveva pur occupare il molto tempo disponibile, e a trovarsi sola si annoiava, aveva preso a trasferirsi periodicamente ora presso un figlio ora presso l’altro.
Possedeva una cagnetta cattivissima di razza fox terrier, che portava con sé durante le sue peregrinazioni. L’aveva chiamata Gaia, un nome che contrastava col suo atteggiamento perennemente ringhiante. Gaia costituiva l’incubo delle figlie e delle nuore, sia perché la nonna pretendeva per la cagnetta le stesse attenzioni tributate a lei, sia perché Gaia mostrava una sadica avversione contro tappeti, tende e tessuti che tentava di sbranare, tenendo le ospitanti in continuo stato di apprensione.

* * *

Nonna Bice non raccontava favole: parlava soltanto dei suoi parenti blasonati di cui riferiva storie di passati splendori, o impartiva ai nipoti lezioni di galateo, criticandone la malcreanza e la scarsa applicazione allo studio.
Quando era il nostro turno di ospitarla, le era destinata la stanza del primo piano che si apriva su un balcone fiorito: era la mia camera e mi spiaceva dovergliela cedere, costretta a traslocare le mie cose e a dormire su uno scomodo giaciglio di fortuna nel guardaroba. Anche per questo contavo i giorni che mancavano alla sua partenza, ma la nonna non era precisa sulla data, così poteva accadere che un vago accenno al suo prossimo rientro in campagna fosse procrastinato più volte. Poi, all’improvviso, forse disturbata da una frase irriguardosa o da qualcosa che ne aveva urtato la suscettibilità, faceva trovare le valigie in corridoio e se ne andava.
Negli ultimi tempi, la nonna era stata colpita da una malattia che le aveva fatto cadere quasi tutti i capelli: si era fatta quindi confezionare due parrucche identiche, e mai più comparve davanti a chicchessia senza la sua pesante chioma artificiale di un vivace colore fulvo acconciata in riccioletti fitti, che in estate doveva produrle un fastidio gravoso, ma lei sopportava la tortura con signorile dignità.
Affermava che ero la sua preferita, ma non mi mostrò mai la sua pretesa amorevolezza, anzi: si serviva di me per le sue necessità, facendomi sbrigare piccoli servigi e impartendomi ordini, senza rinunciare ai rimproveri se non era soddisfatta. A volte mi afferrava una gota con due dita, e stringendo forte la scoteva, poi ripeteva l’operazione dall’altro lato, concludendo:
“Fa’ lo stesso anche tu, così prendi un po’ di colore. Sei palliduccia, bambina mia!”
Mi trasmetteva anche benevoli consigli di comportamento:
“Bisogna tenersi su” mi confidava come se mi rivelasse un segreto, oppure: “Ricordati di essere sempre te stessa”, il che esulava dalle mie capacità di comprensione, a meno che non significasse che ero autorizzata a dire e fare tutto ciò che mi passava per la testa.
Nonostante nessuno conoscesse la sua età precisa e neppure la data del compleanno che mai aveva voluto celebrare, si supponeva che avesse ormai superato l’ottantina. Eppure non parlava mai della morte, come invece fa spesso chi è in là con gli anni, quasi fosse una faccenda che non la riguardava, ma usava annunciarmi ogni tanto con tono distaccato:
“Ho scritto che la mia collana di perle sarà tua.”
Mi chiedevo a chi avesse scritto, pur non osando fare domande per chiarire il dubbio.
Era l’inizio dell’estate, e nonna Bice era giunta da pochi giorni a Roma, insediata presso il figlio maggiore, funzionario presso un Ministero. Andava d’accordo con la nuora che vantava discendenze nobiliari non inferiori alle sue, e con lei si intratteneva in eccitanti conversari, scambiando notizie su matrimoni, decessi, problemi d’amore e vicende economiche di conoscenti comuni.
I suoi rapporti con le altre nuore non erano ugualmente idilliaci: rimproverava ai figli di avere scelto ragazze borghesi povere, e il suo cruccio si manifestava con un tono di sufficienza che esse mal sopportavano. Qualcuna diceva che era “cattiva”, e che per la sua smania di nobiltà aveva sacrificato l’ultimogenita, una ragazza di rara bellezza, dandola in moglie a soli sedici anni a un vecchio che aveva più del triplo della sua età, ma Lavinia era diventata principessa e questo, secondo nonna Bice, doveva bastare.
Qualche giorno dopo il suo arrivo a Roma, la nonna comunicò a un tratto che intendeva tornare in campagna, perché i contadini stavano per trebbiare il grano ed era necessaria la sua presenza, dal momento che i suoi figli non si curavano dei loro interessi.
La cagnetta Gaia era –deceduta-, come diceva la nonna, pochi mesi prima. Raccontava che ogni tanto le compariva in sogno, e che a volte si svegliava sentendola abbaiare nella stanza vicina: allora si alzava e apriva la porta, ma non c’era nessuno.
Dopo la sua partenza, lo zio Clemente aveva detto che si trattava di un brutto segno, e che alla nonna cominciava a dare di volta il cervello. Aveva annunciato tale diagnosi durante una recente riunione di famiglia, ed essendo lui medico e quindi degno di fiducia, i parenti avevano assentito gravemente assumendo espressioni compunte.
Mia madre aveva indicato noi ragazzi invitando lo zio alla prudenza e si era sùbito parlato d’altro, ma a me quelle poche parole avevano prodotto una curiosa impressione di sgomento. Anche se non ero particolarmente affezionata a nonna Bice, l’idea che il suo cervello sotto il rigido parruccone si fosse messo a traballare mi riempiva di inquietudine, come se avessi udito sinistri scricchiolii nel soffitto.

* * *

Una settimana più tardi, il figlio della contadina che aveva cura della nonna telefonò agitatissimo, annunciando che -la vecchia- stava male. I parenti partirono dai vari punti della penisola in cui ciascuno si era stabilito, già vestiti con gli abiti di lutto in previsione del peggio, e raggiunsero in momenti diversi la casa di campagna. I bambini più piccoli restarono a casa, ma i nipoti più grandicelli seguirono i genitori, ritenuti ormai degni di partecipare agli eventi importanti della famiglia. Nessuno, tuttavia, giunse a tempo per vedere la nonna ancora viva.
Si organizzò la cerimonia funebre, e furono diramati telegrammi a coloro che si immaginava si sarebbero fatti un dovere di partecipare al funerale, che si sarebbe svolto il giorno dopo.
La sera ci fu la veglia. La nonna era stata abbigliata con una veste di pizzo rosa da cui spuntavano i piccoli piedi, coperti con calze di filo bianco, da bambina. Naturalmente non mancava la parrucca. Per mantenerla a posto e creare un effetto scenografico che la nonna avrebbe apprezzato, se avesse avuto la possibilità di esprimere giudizi, le sistemarono intorno alla testa una lunga sciarpa di tulle bianco che scendeva in vaporosi festoni ai lati della cassa di rovere foderata con raso azzurro.
Confezionata come una bambola dell’Ottocento, nonna Bice aveva un aspetto lezioso. Tra le mani congiunte, che parevano finte nel loro candore irreale, come se avessero appoggiato sul suo petto un simulacro di bisquit, era stato intrecciato un rosario di avorio antico.
La faccia appariva più minuta del solito, aguzza, e non offriva affatto un’immagine serena: mostrava anzi un’espressione aggrottata, quasi che nonna Bice, ma era poi veramente lei quella statuina infiocchettata?, fosse arrabbiatissima e stesse per attaccare con una delle sue solite ramanzine.

* * *

Stava scendendo il buio, quando iniziò la recita del rosario, al termine di una frettolosa cena. I parenti si erano disposti per gradi gerarchici intorno al feretro, mentre i contadini si erano sistemati a rispettosa distanza, sotto il porticato, da dove le loro voci giungevano attraverso le due porte-finestre spalancate.
Dentro il salone in cui si trovava la bara della nonna erano state accese alcune lampade di poca luce e quattro grossi ceri disposti ai lati del catafalco. Entrò un moscone e prese a ronzare intorno alle fiammelle, poi si posò sulla fronte della nonna e lì prese a strofinare freneticamente tra loro le zampette anteriori, come spinto da una furiosa fretta.
La recita del rosario subì un rallentamento, per l’incertezza e il disagio dei presenti. Se ne accorsero anche quelle tra le figlie e le nuore che pregavano col viso coperto dalle mani congiunte; alzarono a una a una la testa, e notando il moscone si scambiarono occhiate, per chiedersi che cosa si sarebbe dovuto fare.
Fu lo zio Claudio che delicatamente lo allontanò dalla postazione impropria, movendosi per primo e precedendo per una frazione di secondo lo zio Arturo, il quale aveva perso tempo per consultarsi prima con la moglie, senza la cui approvazione si diceva che neppure osasse soffiarsi il naso.
La successione dei pater-ave-gloria si arrestò.
“Poverina!” esclamò lo zio Claudio con voce mesta, “Non le avrebbe dato noia, ma per rispetto..”
Intanto i contadini, che non avevano visto niente, avendo pensato che la recita del rosario fosse terminata stavano abbandonando la compunta immobilità precedente, quando la ripresa delle giaculatorie li inchiodò al loro posto.
Al termine ci furono i saluti e i ringraziamenti per gli estranei, quindi, stabiliti i turni per la veglia, i famigliari raggiunsero le proprie stanze e la casa scivolò nel silenzio.
Il primo incarico toccò a Fulvia e a Mario, i miei cugini più grandi, mentre io fui esclusa per la giovane età. Avevo sentito sussurrare dalle domestiche che tra i due esisteva un’intesa, che tuttavia essi tenevano nascosta per evitare gli ostacoli che le famiglie avrebbero creato, a causa dello stretto grado di parentela. Non ne capivo la ragione, ma ne prendevo atto come uno dei tanti misteri degli adulti.
Faceva molto caldo, e l’odore dei ceri aveva reso l’atmosfera irrespirabile. Fulvia suggerì sottovoce di uscire sotto il portico.
“Vieni: si sta così bene fuori..” Quindi, rivolta a me che mi ero attardata a cercare una rivista tra quelle che debordavano da un cesto, “..E tu, che cosa fai ancora qui? Fila sùbito di sopra, a letto..”
Vidi che si erano seduti su una panca e avevano preso a parlottare fitto, mentre lui le teneva un braccio sulle spalle. La notte era dolce, i grilli frinivano con un canto globale di estenuante monotonia.
Abbandonata la rivista, tentai inutilmente di prendere sonno. Avevo sete. Mi alzai e mi addentrai nel corridoio per raggiungere la stanza da bagno. Poco più in là aveva inizio la scala che portava al piano inferiore, da cui arrivava una luce rossastra stranamente ondeggiante, insieme con un crepitio sordo. Scesi alcuni gradini e restai impietrita per l’orrore: nonna Bice stava bruciando.
Per un istante ebbi la sensazione di essermi affacciata sul baratro di un girone infernale dove la nonna era stata precipitata ad arrostire per l’eternità. Probabilmente la brezza proveniente dalla finestra aveva smosso il tulle che le incorniciava la testa, avvicinandolo a uno dei ceri, e il tessuto si era incendiato.
Ormai le fiamme avevano attaccato la veste e la parrucca, che anziché ardere come il resto si consumava adagio, trasformandosi in un ammasso catramoso. Sconvolta, cercai con gli occhi Fulvia e Mario, che erano scomparsi. Allora, soffocando l’urlo di raccapriccio che mi premeva alla gola, trovai la forza di tornare indietro e di entrare nella stanza di mia madre.
Un barlume di luce filtrava dalla porta aperta. Le toccai una spalla e si sollevò a sedere, spaventata, mentre mio padre continuava a dormire.
“Vieni” sussurrai con la voce strozzata, “Sta accadendo qualcosa alla nonna..”
Non ebbi il coraggio di guardare quello che accadeva là sotto: mi addossai al muro del corridoio e attesi, bloccata per la prima volta da quella forma di fatalismo incosciente che avrei conosciuto anche in futuro, dinanzi alle tragedie della mia vita.
Mi passarono davanti a precipizio mia madre e mio padre con la veste da camera buttata sulle spalle, seguiti da un accorrere di zii e zie che neppure mi videro, in un tramestio soffocato alternato a rumori non meglio identificati.
Trascorse un tempo interminabile. Quando mia madre tornò, con tono brusco si rivolse a me senza guardarmi:
“Vai a dormire. Che fai ancora qui?” Non aggiunse altro.
L’indomani, quando mi svegliarono da un sonno agitato, scesi in fretta per vedere la nonna. Era scomparso il tulle intorno alla sua testa, mentre la parrucca era al suo posto, certo sostituita con l’altra di ricambio. Anche il vestito non era più lo stesso.
Su una guancia si notava una macchia scura, a mala pena mascherata con uno strato di fondotinta, e le mani erano rivestiti da guanti di pelle chiara. Pareva che non fosse accaduto niente di anormale, ma l’odore, quell’odore che avevo sentito nella notte, acre, con una nota sulfurea, ristagnava ancora nell’aria e non era valso a nulla che la mamma avesse spruzzato nella sala uno spray al profumo di pino. C’era, e sarebbe rimasto per sempre nelle mie narici e nella mia mente.

© Armanda Capeder



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