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Il ladro di fichi
di Paolo Di crescenzo
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Io e mio fratello avevamo undici e tredici anni quando nostro nonno ci narrò la storia che sto per raccontarvi. Era estate e ora, ripensandoci, mi rendo conto di quanto quei giorni e quei mesi fossero stati tristi e malinconici.

Nostra nonna era stata ricoverata agli inizi di giugno, ma non sono così sicuro del periodo. So solo che un male incurabile l'aveva assalita con una voracità tale da divorarle la memoria in breve tempo, trascinandola in un mondo da dove non sarebbe più tornata.

Andammo una sola volta all'ospedale, eravamo piccoli e "certe cose" non avremmo dovute vederle nemmeno, ma i nostri genitori decisero di portarci lo stesso una sera, "prima che fosse troppo tardi".

E invece era già troppo tardi. Nostra nonna non ci riconobbe nemmeno. Il donnone sempre prodigo di carezze, sorrisi, parole dolci e filastrocche liguri non abitava più in quel corpo sdraiato sul letto d'ospedale. Ci guardò, questo si, ma poi distolse lo sguardo come si fa con la televisione quando c'è un programma che non interessa.

"Bambini è meglio che usciate" ci disse qualcuno e noi uscimmo in silenzio, restammo fuori ad aspettare, sempre in silenzio, senza nemmeno guardarci, forse per la paura che fossero gli stessi sguardi a parlare e quando i nostri genitori ci raggiunsero, tornammo verso casa, senza chiedere nulla. Sembrava che le domande fossero rimaste tutte ai piedi di quel letto, a svolazzare come fantasmi per la stanza dove la nonna sarebbe morta da lì a un paio di giorni.

Qualche giorno dopo il funerale, a cui naturalmente noi non partecipammo perché a undici e tredici anni negli anni ottanta si era ancora bambini e lo si era davvero, cominciammo quella che sarebbe diventata una piacevole anche se breve usanza.

"Il nonno vorrebbe vedervi" ci dissero e si, caspita, c'era sempre il nonno, ci avevano detto che stava patendo un sacco per la nonna, parlavano di crepacuore e io non sapevo cosa volesse dire e nemmeno mio fratello, quindi dovevamo andare e...

Divenne un'abitudine. Ogni giorno, intorno alle cinque ci accompagnavano dal nonno e stavamo con lui un'oretta, seduti sulle sedie di plastica nel terrazzo di un piccolo appartamento di Ceriale.

Fin dal primo momento ci rendemmo conto che nostro nonno non era più lo stesso. I suoi occhi non erano più gli stessi. Lo sguardo era sempre annacquato dalle lacrime, anche se di fronte a noi non pianse mai se non l'ultimo giorno, ma di questo vi racconterò in seguito. Sembrava invecchiato di trent'anni nel giro di due settimane, sempre seduto con le mani sulle cosce e gli occhi che si perdevano sul mare, riflettendone i luccichii del sole. Chissà cosa vedeva laggiù, all'orizzonte, dove il cielo si perdeva nell'acqua e le navi erano minuscoli puntini fermi.

Ci accoglieva con un sorriso amaro, ma sincero. Soltanto ora, ripensandoci, mi rendo conto che in quel sorriso vivevano i ricordi della nonna Maria. La rivedeva in noi, in me e mio fratello, due bambini che avevano visto nascere e stavano aiutando a crescere.

Ci faceva sedere al suo fianco e cominciava a raccontare, con pacatezza, soffermandosi sui dettagli importanti e rispondendo alle nostre, a volte stupide domande fino a quando la cognata interrompeva l'idillio, dicendoci che il nonno era stanco e doveva riposare e che saremmo potuti tornare l'indomani. Diceva tutto questo con un sorriso sulle labbra che le scopriva completamente i denti, facendolo apparire più un ghigno di malevolenza che una manifestazione di cortesia. Solo più avanti venimmo a sapere che io e mio fratello non eravamo ben visti da quella donna, soltanto per la possibilità che i nonni ci avessero inserito in maniera piuttosto importante nel loro testamento. Noi, che vivevamo con cinquemila lire alla settimana e credevamo fossero un patrimonio, che ai soldi non davamo ancora importanza e che se ci avessero detto che eravamo eredi di una fortuna avremmo solo risposto grazie e tutto sarebbe continuato come prima. Noi, due bambini che in quei giorni stavano soltanto vivendo una perdita importante, la prima vera perdita della loro vita.

Quando nostro nonno ci raccontò della storia dell'albero di fico era ormai agosto inoltrato. L'aria si era già rinfrescata per i primi temporali, la nonna era morta da poco più di un mese ed era la seconda settimana che, quotidianamente, gli facevamo visita.

Ad attenderci quel giorno c'erano due bicchieri di limonata fredda sul tavolo del terrazzo. Quando il nonno ci vide, sorrise, accostò le due sedie dove saremmo dovuti sederci vicino alla sua e cominciò a raccontare...

"Avevo poco più di vent'anni ed ero un bel ragazzo sapete, così bello che vostra nonna si innamorò di me a prima vista e guardava di sbieco tutte le ragazze che sorprendeva a rimirarmi come se fossi un'opera d'arte. In quel periodo lavoravo come contadino nelle terre di un vecchio signorotto del paese. Aveva così tanto terreno che a lavorare per lui eravamo una decina di ragazzi. Ad ognuno di noi il nostro datore di lavoro aveva affidato una zona da curare e a me era spettato il terreno dove ora sorge il quartiere delle Rocche, proprio sotto il castello. Be', dovete sapere che in quel tempo non c'erano tutti quei palazzi che ci sono ora, ma soltanto terre coltivate e alberi da frutta e di olivo e tra gli alberi da frutta c'era un fico maestoso, con il tronco talmente grande che cinque persone non sarebbero riuscite ad abbracciarlo. E vi dirò di più, questo fico faceva dei frutti grossi come pere, di una prelibatezza eccezionale, che il mio padrone vendeva cari come l'oro ogni giorno al mercato del paese."

"E li vendeva tutti? Anche se costavano tanto?" chiese mio fratello senza riuscire a nascondere nella voce un pizzico di incredulità.

Il nonno lo guardò accigliato. Ogni tanto Giorgio provava a metterlo in difficoltà. " Certo Giorgio,  si diceva anche che quello che guadagnava in una settimana con la vendita dei fichi bastava per pagarmi lo stipendio di un mese."

Guardai mio fratello. Le sopracciglia si erano arcuate verso l'alto e la bocca era semi aperta. Io sorrisi, compiaciuto del fatto che il nonno era riuscito a stupire anche lui come stava riuscendo con me.

"E fu proprio questo il motivo che fece disperare tanto il mio padrone."

Il nonno vide la mia fronte corrugarsi. "Non capisco, ma se hai appena detto che guadagnava un sacco di soldi per merito dei fichi."

"Infatti stellina. Il mio padrone cominciò a disperarsi perché un bel giorno, o forse sarebbe meglio dire un brutto giorno, l'albero smise di fare i fichi."

Io e mio fratello ci esibimmo in un O di sorpresa, questo si che era un colpo di scena. Allungammo quasi contemporaneamente la mano verso il tavolo, afferrando il bicchiere di limonata e svuotandolo per metà con una lunga sorsata. Il nonno ci guardava divertito, poi spostò lo sguardo verso il cielo dove una leggera velatura bianca aveva offuscato il sole.

"Domani verrà a piovere" sentenziò, quasi dispiaciuto "l'estate è terminata ragazzi miei."

Io e mio fratello ci guardammo, divertiti. Ci aveva chiamato "ragazzi". Non lo aveva mai fatto fino ad ora e diamine quanto era bello essere chiamati ragazzi. Mi raddrizzai sulla sedia, gonfiando un po' il petto e tirando indietro le spalle. Oramai ero un ragazzo e dovevo stare seduto composto.

"E poi che è successo?" chiese mio fratello, impaziente. "Hai perso il lavoro?"

Io lo guardai, approvando con un cenno del capo la sua domanda. Eravamo maledettamente in sintonia io e mio fratello, ci completavamo.

"Devo dire che ho passato dei giorni piuttosto difficili, anche perché non ho detto proprio la verità quando sostenni che l'albero non faceva più frutti. I fichi c'erano sempre e anche parecchi, ma appena crescevano e maturavano...be', sparivano, così il signorotto mi accusò di derubarlo dei suoi preziosi frutti e di rivenderli per mio conto."

Il nonno fece una pausa, guardando con soddisfazione i nostri volti rapiti dal suo racconto. Le labbra sottili abbozzarono un sorriso, ma questo fu breve, appena accennato, come se non fosse stato più abituato a sorridere e non sapesse più come fare. Tornò a guardare con occhi malinconici la velatura bianca che andava ricoprendo l'azzurro vivo del cielo. Alcuni gabbiani volteggiavano per aria, in lontananza le spiagge erano un brulicare di bagnanti. Saremmo potuti esserci anche in noi in mezzo a quel bailamme e invece eravamo seduti nel terrazzo di quell'appartamento, a bere limonata fredda riscaldata dall'afa di agosto.

Non so se il nonno stesse aspettando una nostra domanda, non lo credo, visto che di colpo riprese a raccontare la storia.

"Mi sembra proprio ieri quando il mio padrone mi chiamò a casa sua. Era estate naturalmente e faceva caldo. Mi offrì una tazza di te, invitandomi a sedere sul divano del salotto. Io, sapete, ero nei campi tutto il giorno e a coltivare la terra si suda e si fatica, quindi mi sentivo decisamente sporco e a disagio. Per lo più la villa dove abitava il signorotto sembrava quasi un museo da quanto ogni suppellettile era posizionato con cura nel contesto dell'abitazione.

Avevo appena sorseggiato il te quando mi disse che, se avessi continuato a rubargli i fichi, mi avrebbe licenziato e denunciato alle forze dell'ordine. Per poco la tazza non mi scivolò di mano. Il primo pensiero andò a vostra nonna. Non eravamo ancora sposati, ma avevamo cominciato a parlarne. Una simile disgrazia avrebbe rovinato i nostri progetti."

Il nonno tossì e gli occhi presero a brillare. Sul momento sembrò che fosse stata la tosse a farlo lacrimare, ma ora so per certo che era stato il ricordo della moglie che non c'era più. Dietro di noi spuntò la cognata del nonno, con il solito ghigno stampato in viso. Sorrideva troppo quella donna, ci metteva spesso in soggezione.

"Tutto a posto Gustollo?" chiese senza smettere di sorridere. " E' quasi ora di..."

Il nonno la liquidò con un brusco gesto della mano. " Lasciaci ancora cinque minuti, ho quasi terminato" disse e nel tono della sua voce non aveva lasciato spazio a ulteriori commenti. La donna sparì nella fresca ombra dell'appartamento, anche se ero quasi certo che rimanesse appostata in un punto dove poter ascoltare tutto quello che il nonno aveva da dirci. Magari, se avesse provato a rivelarci qualcosa di sbagliato avrebbe potuto immediatamente interromperlo. Chissà fino a che punto si sarebbe spinta.

"Dove ero rimasto? Ah si, il padrone mi aveva avvisato, si, certo. Inutile dirvi che ho cercato in tutte le maniere di discolparmi, ma niente valse a convincerlo."

"E così, cosa hai fatto?" lo incalzò mio fratello, sporgendosi un poco sulla sedia. Io danzai con lo sguardo tra il nonno e il bicchiere di limonata sul tavolo. Avevo voglia di berne un goccio, ma al tempo stesso avevo paura di distrarre il nonno dal racconto. Decisi di non rischiare, mi accomodai meglio sulla sedia di plastica e attesi il prosieguo della storia.

Il nonno si scurì in volto, gli occhi si adombrarono, lo sguardo si perse all'orizzonte.

"Ho cominciato ad indagare. Il ladro era molto astuto e pareva conoscere bene quali frutti avevano raggiunto la giusta maturazione e quindi potevano venire raccolti. Pensai che fosse un contadino, d'altronde l'invidia per il mio padrone era un sentimento comune a parecchia gente in quegli anni. Trascorsero intere giornate senza che scoprissi nulla di interessante, un orma sul terreno, un qualsiasi indizio che mi potesse portare al malfattore."

Il nonno scosse la testa sconsolato. I pollici delle mani intrecciate sul grembo roteavano tra loro in un gesto abituale.

"I fichi maturi continuavano a sparire. Cominciai a perdere ogni speranza. La mia vita sarebbe stata rovinata e per di più senza che potessi fare molto per impedirlo. Fu la nonna a consigliarmi di trascorrere un paio di notti nei campi, nascosto nella catapecchia degli attrezzi o all'addiaccio dietro qualche cespuglio. Non che non ci avessi già pensato, ma mi sembrava molto improbabile che il ladro riuscisse a riconoscere i fichi maturi al buio. I frutti vanno tastati, va valutata la colorazione e soltanto alla fine vanno odorati. Era impossibile che con il solo senso dell'olfatto il brigante fosse così preciso e infallibile. Decisi comunque di provare a fermarmi nei terreni dopo la fine della giornata di lavoro. Non avevo nulla da perdere. Le prime notti si rivelarono tranquille, al punto che cominciai a pensare che il ladro sapesse della mia presenza, anche se cercavo di nascondermi al meglio. Ma poi una notte..."

Un sorriso sornione gli spuntò sulle labbra sottili. Le rughe del viso si distesero e un po'scomparvero, facendolo ringiovanire di qualche anno, nascondendo per pochi secondi quel velo di sofferenza che si era adagiato sui lineamenti. Ci guardò sorridendo e noi non potemmo fare a meno di ricambiare il sorriso. Per un attimo rivedemmo il suo vero sguardo, quello che sarebbe rimasto per sempre impresso nella nostra memoria.

"Dai nonno non farci stare sulle spine" esclamò mio fratello ed io guardai la sua sedia e poi la mia, terrorizzato nel trovare qualche spina dove inavvertitamente avrei potuto appoggiare una coscia, poi capii che era soltanto un modo di dire, uno di quelli che mio fratello imparava ogni giorno.

"L'hai preso nonno?" chiesi io e mi precipitai a bere un goccio di limonata. Giorgio mi seguì, finendo la sua bevanda e pulendosi la bocca con il polso della mano destra.

"Diavolo se l'ho preso! Ma lasciate che vi racconti per bene come è andata. Era fine agosto, doveva essere il venti o giù di lì. L'estate sembrava non volesse terminare mai quell'anno. Ogni mattina il cielo si presentava terso e luccicante del sole nascente, l'afa e l'umidità non accennavano a calare nemmeno la notte, tanto che si dormiva a fatica, continuando a rigirarsi nel letto come una braciola sulla graticola. Mi nascosi dietro un albero di pesco, seduto per terra con la schiena appoggiata al tronco. Ero nel punto più buio del terreno, nessuno avrebbe potuto vedermi, anche se quella notte la luna era piena e luminosa e proiettava ombre sinistre sui campi. Sapete l'ombra della luna è diversa da quella del sole, è come se gli oggetti illuminati possedessero due anime diverse, una diurna, tranquilla e placida e una notturna, tenebrosa e misteriosa. Aspettai non so quanto tempo, immobile per paura che un piccolo movimento avvertisse della mia presenza, ascoltando il rollio delle onde sulla battigia poco distante, combattendo contro il sonno che voleva farmi addormentare a tutti i costi. Ma non potevo dormire, Maria aveva fiducia in me e io dovevo ripagarla in ogni modo. Mi ero procurato un arpione e una lunga corda. Erano state le uniche cose che avevo trovato senza dover scomodare troppa gente. In un paese piccolo le voci girano in fretta e non potete nemmeno immaginare quanto una bugia divenga presto un fatto realmente accaduto. Comunque il sonno stava per aver la meglio su di me quando udii distintamente uno strano rumore. Era un lento frusciare, quasi ritmico, associato a degli schiocchi improvvisi, come se qualcuno stesse schiaffeggiando la terra. Non riuscii immediatamente a capire da dove arrivasse. La rupe che si alzava alle mie spalle e dove sorgeva il vecchio castello ampliava smisuratamente il suono, diffondendolo in svariate direzioni. Più volte girai su me stesso, aguzzando gli occhi e non vedendo nulla. Ma il rumore aumentava, si avvicinava e io cominciavo seriamente ad avere paura. Impugnai l'arpione e lo puntai dritto davanti a me, continuando a girare come una trottola impazzita quando finalmente i miei occhi si accorsero di un movimento nei pressi del mare. Abbassai un poco l'arpione per vedere meglio e, cavoli, non potevo credere a ciò che stavo vedendo. Stava venendo fuori dall'acqua e subito pensai che il rumore che mi aveva allarmato doveva essere quello di un paio di pinne, ma mi sbagliavo..."

"Gustollo, la medicina..." Era la cognata del nonno. Era spuntata dall'ombra come una stupida maschera di carnevale, con la solita smorfia che le storpiava i lineamenti del viso. Ci guardò e la smorfia si ampliò, facendola apparire come una caricatura.

"Ancora cinque minuti" rispose calmo il nonno "ancora cinque minuti" ripeté sottovoce ed io sentii chiaramente e sono sicuro che la sentì anche mio fratello, una leggere flessione della voce, forse un sintomo di affaticamento o forse di speranze che si dissolvevano.

"Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo. Dal mare non stava uscendo un uomo, ma un enorme polpo. Un polpo gigantesco, alto almeno due metri, uno di quelli che si leggono nelle fiabe per ragazzi. Eppure era lì, davanti ai miei occhi increduli, alla bocca spalancata, alle gambe tremanti, alle mani sudate che impugnavano...l'arpione. Perbacco, avevo un arpione in mano, l'arma più appropriata per un ladro del genere! Rimasi a guardare estasiato i lenti movimenti del pesce, gli otto tentacoli che si muovevano armoniosi sulla spiaggia, le ventose che si attaccavano al terreno e si staccavano producendo quegli schioppi che tanto mi avevano spaventato. Lo guardai avvicinarsi al fico, il corpo a forma di sacco che ondeggiava come un ubriaco che esce dal bar all'ora di chiusura, la bocca seminascosta dai tentacoli che sembrava sbavare per le imminenti leccornie che avrebbe ingerito. Arrivò nei pressi del fico e si fermò, come se stesse studiando la situazione, poi allungò un tentacolo e strappò un fico dall'albero, facendolo sparire immediatamente nella bocca gelatinosa. Un secondo tentacolo si alzò verso i rami, rimase qualche istante per aria, indeciso verso quale frutto dedicare la propria attenzione, poi ne scelse uno, lo avvolse e lo tirò a sé, ingerendolo insieme ad una foglia. Diamine se ci acchiappava quel polpo, aveva davvero buon gusto, sceglieva i frutti migliori, potete crederci. Quando finì, cominciò ad arretrare, sempre con la stessa andatura, i tentacoli che si allungavano sulla battigia, la luce della luna che gli faceva brillare il corpo lucido."

"Non dirmi che l'hai lasciato scappare?" chiesi, visibilmente deluso.

"Figurati se non coglievo l'occasione al volo! Appena ripresomi dallo shock gli corsi incontro, con l'arpione puntato verso di lui e quando fui a poco meno di due metri chiusi gli occhi e sparai. Lo centrai all'incirca alla metà del corpo. Tenni le braccia tese, pronte a resistere ad un eventuale strattone. I muscoli delle braccia erano gonfi e le vene pulsavano d'ardore, ma il polpo pareva non avere nessuna intenzione di combattere. Pensai che forse era troppo vecchio, d'altronde quella mole così imponente non poteva essere di un pesce giovane oppure l'avevo colpito in qualche zona di vitale importanza, ma entrambe le mie considerazioni si rivelarono errate. Dopo qualche secondo di assoluta immobilità il polpo ebbe un sussulto, emanò un verso che a ricordarlo ora mi vengono ancora i brividi e mi inondò con un fiotto di liquido nero e appiccicoso. La sorpresa mi fece quasi mollare la presa dell'arpione. Il liquido mi aveva bagnato gli occhi che avevano cominciato a prudere e a bruciare, ma il pensiero andò a Maria, al nostro amore, al fatto che non avrei potuto per niente al mondo deluderla. Questo mi fece trovare una forza che non pensavo neanche di possedere. Nei minuti che seguirono mi parve di crescere a dismisura, di diventare un gigante, come quello nella storia del fagiolo magico e il polpo di fronte rimpiccioliva sempre più, sempre di più. Lo ritirai verso me con tutta la potenza che avevo nelle mie nuove braccia da gigante. Il polpo fece di nuovo quel verso agghiacciante, lo vidi impuntare i tentacoli sulla terra e piegare il corpo un po' in avanti. Mi trascinò per qualche metro, vedevo il mare che si avvicinava pericolosamente ed io non riuscivo a fermarmi. Strisciavo così velocemente che le speranze di farcela si affievolivano ad ogni metro trascorso, ma non avrei mollato la presa per niente al mondo. La mia vita era appesa a quel filo e l'avrei seguita anche in fondo al mare se fosse stato necessario."

"E poi che cosa è successo?" chiese mio fratello e l'impazienza era limpida nella sua voce. La paura di essere nuovamente interrotti, questa volta in maniera definitiva, dalla cognata del nonno era più che plausibile. Come me anche Giorgio la vedeva aggirarsi nella sala alle nostre spalle come un rapace che vola roteando nel cielo preparandosi a scendere in picchiata verso la preda.

"Be' il destino a volte è davvero strano, sapete ragazzi. Scivolai fino a che non mi trovai di fronte al grosso albero di fico. Per un momento rimasi scombussolato. Il fico non doveva essere lì, avrei dovuto averlo già sorpassato da un pezzo nella mia rincorsa verso il pesce, ma evidentemente mi sbagliavo. Il buio e la foga della battaglia avevano influenzato il giusto rapporto delle distanze, non so se mi riuscite a capire."

Entrambi dicemmo di si con il capo.

" Comunque era proprio lui, il mio amato albero, fonte di tanta gioia e di altrettanta amarezza. Mi ci puntai contro con tutto me stesso, girandomi di schiena e attorcigliando il filo dell'arpione lungo il petto. Il polpo strattonò più volte, facendomi picchiare la testa contro il tronco e rischiando di farmi perdere i sensi. Sentii il filo dell'arpione lacerare la canottiera e penetrare nella carne degli addominali. Urlai. Il dolore era atroce, il sangue aveva cominciato a zampillare dalla ferita, bagnandomi i calzoni, ma non mollai la presa. Se l'avessi perso, avrei visto morire affogata anche la mia libertà. Poi tutto finì, all'improvviso, come se nulla fosse mai accaduto. Rimasi qualche secondo immobile contro il tronco dell'albero, i nervi sempre all'erta, pronti a scattare di nuovo. Ascoltai l'infrangersi lento e monotono delle onde, le cicale che stridevano alla notte, le rare carrozze che transitavano sulla strada di Capo Santo Spirito proprio sopra la mia testa, il naturale mormorio di una notte estiva. Guardai il filo dell'arpione. Era sempre teso. Questo voleva dire che dietro di me, a qualche metro di distanza, c'era il più grosso polpo che la gente di Borghetto avesse mai visto."

"Grande nonno!" ci congratulammo io e mio fratello, alzandoci e dandogli un bacio sulla guancia raggrinzita. Il nonno ci abbracciò con calore, sorridendo di gusto e chiamandoci "bei mattetti".

"Ora andate ragazzi, ci vediamo domani. Vi racconterò del tesoro che si nasconde su alla Madonna della Guardia" disse. Noi vedemmo le sue guance inumidite dalle lacrime e subito non capimmo il motivo. Ci accarezzò e fece scivolare nelle mani di Giorgio un biglietto da cinque mila lire. Non l'aveva mai fatto prima di allora. "Compratevi un gelato e mangiatelo anche per me" ci sussurrò, ma la voce gli tremò e le ultime parole risultarono quasi incomprensibili.

Uscimmo in strada un po' turbati. Per la prima volta lo avevamo visto piangere davvero, ma appena arrivati a casa le nostre menti semplici, ancora bambine, avevano già accantonato tutto.

Rammento soltanto una cosa, ma forse la mia memoria in questi anni ha elaborato parecchio quei ricordi e le sensazioni che provai allora. Comunque, mentre superavamo il Capo e scendevamo verso Borghetto, guardai il cielo attraverso il finestrino dell'auto.

Il sole si era ormai come disciolto dietro le nubi bianche che andavano ispessendosi con il passare dei minuti e questo mi infuse un'amarezza particolare. Ebbi l'impressione che non avrei più rivisto il nonno.

 Il giorno dopo piovve e nessuno poté accompagnarci a Ceriale.

Quello stesso pomeriggio nostro nonno morì. Ci ripeterono quella parola che non conoscevamo, di crepacuore. Dissero che gli mancava troppo la nonna.

Soltanto allora capimmo il perché delle lacrime del giorno prima.

Erano di felicità. Aveva capito che presto l'avrebbe raggiunta.

© Paolo Di crescenzo



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