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Un falang in Laos alla ricerca del drago del Mekong
di Marco Marengo
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Stremato mi siedo sul marciapiede.

Finalmente qualche segnale, da quella che definiamo fortuna, si fa sentire.

Mentre il cielo minaccia la solita pioggia quotidiana qualcuno mi parla –Tutto bene? Hai esagerato con qualcosa?- Forse il tizio si riferisce ad alcool o droghe, scambiandomi per un turista del tubing, anche se questa non è la zona. Dovrei offendermi, ma non ne ho la forza e poi sono felice di ascoltare la mia lingua.

-Tutto ok grazie, ma... che ci fa un italiano qui?- Domando ancora in preda al nulla.

–Potrei chiedere la stessa cosa a te, comunque ho un ristorante proprio qui.- Mi volto e noto un’insegna improvvisata. Sicuramente il locale ha aperto da poco.

-Finalmente ho trovato un porto!- Esclamo alzandomi di scatto, ormai guarito dal mio malessere senza nome.

Anche lui sembra felice. Ci presentiamo. Si chiama Riccardo e vive qui con Phone, la moglie

laotiana.

Dopo pochi passi mi lascio letteralmente cadere su una delle sedie di plastica. Potenti

ventilatori al soffitto rendono l’aria più piacevole.

Sono a mio agio.

Non ho né orologio, né telefonino. Riconosco che non è stata un’ottima scelta. Quando

riferisco a Riccardo della mia stravaganza sorride –Pensavi che il telefonino ti avrebbe salvato? I soccorsi, se arrivano, ti portano all’ospedale, ma non risolvi nulla. Ci sono stato più volte...

l’unica è andare in Thailandia per farsi curare. Ci saranno 80-100 km al confine.-

La notizia mi rilassa e allo stesso tempo mi inquieta. D’istinto prendo il menù.

Un piatto di pasta e una birra.

La moglie si avvia, con calma, in cucina. Solo ora noto che il ristorante è deserto.

Non ho fatto molta strada, ma vista la mia scarsa capacità di orientarmi, spero di ritrovare

l’hotel.

Riccardo si lamenta della scarsa presenza di turisti italiani

-Da due anni sono qui e ne ho visti pochissimi. Più che altro inglesi, thailandesi e francesi.

Spero che vada meglio, anche perché la cucina italiana a quanto pare da queste parti non va...-

Riccardo è un tipo particolare, spero che mi possa dare spunti per la mia ricerca. Per caso, senza

chiedere nulla, il discorso si introduce da solo.

Phone si avvicina dicendogli qualcosa, lui deciso ribatte. Io osservo restando sulle mie. Appena

si allontana mi traduce il breve battibecco –Sua sorella non si vuol convincere ad andare a partorire in ospedale. Per quanto carente come struttura è sempre meglio che in casa.-

Ad occhi sgranati –Partoriscono in casa?-

-Certo! Ed è già un bene. In alcuni villaggi vanno a partorire, da sole, nella foresta.-

Tutto ciò mi fa pensare a quanto sia vasto e strano il mondo.

-Perché nella foresta? È assurdo!-

In breve Riccardo mi spiega -Ci sono antichi riti di cui nessuno conosce l’origine. Le donne vanno a partorire nella foresta, da sole, semplicemente per evitare che il nuovo nato prenda le sembianze della prima persona che vede.-

Rimango in silenzio, non so come ribattere, poi –Tutta manna per le mie storie!- Esclamo raggiante.

-Sei uno scrittore?-

-Più o meno...-

Riccardo per fortuna non insiste con le domande e va avanti –Una leggenda locale, che pochi

conoscono, narra di una donna che, seguendo le pericolose tradizioni, ha partorito da sola nella foresta. Il Mekong, a pochi passi, ha permesso al drago (Phaya Naga) di strisciare sino ad incontrare lo sguardo del neonato. Facili le conclusioni...-

La moglie che giunge con il mio piatto di pasta spezza per un istante il tempo. La ringrazio e

mentre si allontana –Quindi in giro c’è una specie di figlio del drago...-

-Già!-

-...e del drago che si dice?-

-Qui sono convinti che esista. In Laos non è una leggenda, ma una certezza... non dirmi che sei

qui per il Paya Naga?-

Taccio e mi tuffo nel piatto di pasta.

È inutile che risponda, Riccardo ormai (forse prima di me) ha capito le mie intenzioni.

-Sai, non sei il primo...-

L’affermazione mi gela il sangue.

-...è già da un po’ che c’è un tipo strano, alto e magro, che fa domande sul Mekong. Lo hai

notato?-

-No, sono qui da poco.-

Trovo nuovamente conforto negli spaghetti al pesto, anche se il basilico nato e cresciuto qui non

ha cuore e anima come a Genova.

 

Pioggia fitta all’improvviso.

Potrebbe smettere tra cinque minuti come fra tre giorni. Aspetterò, incurante del tempo che passa.

Mal che vada dormirò qui se Riccardo me lo permetterà.

 

Un tizio entra per ripararsi dalla pioggia. Schiva con cura gli sguardi a va al bancone. Ordina qualcosa a Phone e si siede di spalle.

–...è lui?- Sussurro a Riccardo che, con un cenno della testa, mi fa capire.

La pasta è finita, ma la notizia alimenta l’appetito. Mi alzo per ordinare e ne approfitto per dare

un’occhiata al nuovo avventore.

Non riesco ad inquadrarne chiaramente il viso, è come se sfuggisse naturalmente agli sguardi

curiosi.

-Sarà lui?- Penso nel tornare da Riccardo che, come se avesse letto i miei pensieri –...è la prima

volta che entra qui.-

Sorrido soddisfatto nel ringraziare l’improvvisa pioggia. Se continuerà a cadere forse avrò

l’occasione di conoscerlo e di scoprire alcune cose.

 

Dopo aver ordinato una birra a Phone torno sui miei passi transitando nuovamente di lato

all’avventore. Il suo sguardo è sempre basso, ma tento di attirarne l’attenzione con una battuta banale

–Questa pioggia... a quanto pare sembra che sia nata da queste parti e non voglia saperne di

morire...-

Il tizio, alzando lievemente la testa –è naturale che la pioggia non muoia, altre cose dovrebbero

cessare d’esistere...-

Dopo la battuta resto immobile e guardo Riccardo che, sorridendo, alza il pollice in segno di

vittoria.

Con un gesto il tizio mi invita a sedermi. –Ottima occasione!- Penso mentre scosto la sedia e mi

accomodo.

 

Nel mentre i contadini stanno lottando per salvare i loro raccolti dalla forza del Mekong.

 

Saltiamo le presentazioni, sorridendo sul fatto che siamo semplicemente Falang.

Nonostante l’anonimato le parole che seguono mi suggeriscono una precisa idea sull’identità del

tizio –Sono qui per cercare ciò che ho creato. Il mio analista sostiene con forza che non può esistere, malgrado ciò mi ha proposto la sfida: vai e cercalo, se non lo troverai sarai guarito.-

Ribatto con sincerità –Io sono stato mandato qui da una rivista senza una precisa motivazione, ma

poi ho capito...-

La pioggia aumenta, come se volesse coprire il nostro dialogo.

-Anche tu sei qui per il drago?- Mi domanda.

Taccio e lo osservo. Lo prende per un sì.

-Io sono qui per cercare Cthulhu. Il mio analista sostiene che non esista, ma sono io che

l’ho creato!- Il tono si alza e quell’uomo così calmo e pacato muta d’improvviso.

La regola è restare calmi di fronte ad un matto. Di certo non mi spaventa, ma non oso dirgli che

non può essere Lovecraft, dato che è morto da tempo.

-Forse siamo qui per lo stesso motivo... Cthulhu e il drago potrebbero essere la stessa cosa...-

L’osservazione lo affascina.

–Potremmo unire i nostri sforzi!- Esclamando con forza, come se una nuova vita gli si parasse davanti.

Sto per ribattere quando si alza e se ne va, senza cenni né saluti.

Non tento di fermarlo, so che lo rivedrò qui.

Torno da Riccardo. Finiamo la birra insieme, in silenzio. Phone mi sorride mentre la pioggia

cessa.

 

2

Tempo dopo...

Ricapito da Riccardo e lo trovo lì, seduto nello stesso posto. Mi avvicino e senza dir niente mi

accomodo.

Il dialogo riprende con naturalezza.

-Anziché starcene qui a bere dovremmo andare alla ricerca del drago!- Affermo con decisione.

-Di Cthulhu intendi...- Precisa il tizio, sorridendo.

Entrambi giungiamo alla temporanea conclusione che per il momento non ha senso muover passi. Molto meglio inseguire che raggiungere così, filosofeggiando, continuiamo i nostri discorsi sulla natura di ciò

che agita i nostri cuori.

-Le mete di ognuno di noi sembrano discostarsi, ma è come se andassimo incontro ad una conclusione identica, anche se frammentata nei sogni individuali.- Detto ciò mi rendo conto che la pioggia mi tratterrà nuovamente da Riccardo.

In questi luoghi è l'acqua che comanda le azioni degli uomini. Come formiche spaventate ci difendiamo a colpi di fantasia.

-Secondo te beviamo più birra dell'acqua che vien giù?- Il tizio ridacchiando.

Sto per rispondere alla battuta quando entrano due del posto.

-Strano che passino di qui...- Sussurra Riccardo.

Ovviamente non comprendiamo una parola di ciò che dicono, ma notiamo che Phone sgrana gli occhi mentre gli serve da bere. I due gesticolano e rumoreggiano, atteggiamenti insoliti per i laotiani. Sembra quasi che vogliano farsi coraggio a vicenda.

Noto che hanno bevuto in fretta, quindi mi alzo per dire a Phone che il prossimo giro lo pago io.

Sorridono e mi ringraziano.

Il tizio mi fa un cenno con la testa e alza il pollice.

Il dialogo va avanti. Spero che Phone stia ascoltando e abbia buona memoria.

Anche noi prendiamo altre birre. Facciamo cenno a Riccardo di sedersi con noi dato che, come sempre, i clienti scarseggiano.

Finita la seconda birra i due escono in silenzio.

Appena varcano la soglia Phone va in cucina. Tutti e tre abbiamo l'impressione che voglia fuggire alle nostre domande. Riccardo si alza. Lo trattengo per un braccio e gli sussurro di non forzarla.

Il sole compare per alcuni istanti. Lo salutiamo alzando i bicchieri. Presto le nuvole riprendono il comando.

La giornata continua a scorrere e noi non facciamo niente per impedirglielo.

Phone ritorna dalla cucina guardando in basso. Non diamo peso alla cosa e continuiamo con i nostri discorsi.

Il tizio apre le danze -Simpatici quei due... erano pescatori?-

Phone alza la testa - Sì, ne venivamo da una giornata particolare...-

Forse la ragazza ha voglia di parlarne, così mi inserisco - Emozioni forti?-

- In un certo senso...- Ma non aggiunge altro.

- Avranno preso qualche bel pesce.-

Lei, sgranando gli occhi - Per fortuna non hanno preso ciò che hanno visto, o meglio...-

Il tizio aggiunge la parolina giusta -O meglio?-

-...quello che hanno visto non ha preso loro!-

Anziché seguire una pista è la pista che è venuta da noi.

-Sai dove hanno la barca quei due?- domando con tranquillità.

-Sì, poco distante da qui, sul Mekong. Una piccola barca.-

Come sempre ora interviene il tizio -Ci puoi portare da loro? Vorremmo fare un giro a pesca?-

-Ok.-

All'entusiasmo iniziale si sostituisce il dubbio che tutto ciò sia stato costruito ad arte per spillarci un po' di soldi. Comunque val la pena rischiare...

* * * 

Phone ci fa cenno di seguirla.

Io e il tizio prendiamo le nostre cose e ci infiliamo nella scia della ragazza.

Piove a intermittenza, ma visto il gran caldo non è del tutto sgradita. Per strada la gente ci guarda, sorride, si scosta. Probabilmente sono divertiti dalla velocità dei nostri passi.

In breve giungiamo dai due pescatori. Seduti sulla loro barca a sorseggiare Lao lao. Conosco quel liquore di riso e vorrei tenerlo a distanza, ma quando ce lo offrono nessuno di noi ha il coraggio di rifiutare. Lo strano intruglio mi ha già procurato strane visioni nel dormiveglia.

Io e il tizio saliamo sulla barca, mentre Phone resta a terra e dice qualcosa ai pescatori.

-Devi venire con noi, altrimenti chi traduce?- urlo a Phone, quasi spaventato all'idea di partire con i due.

Anche lei ha timore di qualcosa, ma alla fine si convince e sale a bordo.

Il Mekong è sotto di noi. La scia del motore lo ferisce, ma subito si rimargina. Il Lao lao continua a passare. Phone ci dice che i pescatori lo usano per vincere la paura e, prima della pesca, ne lasciano cadere alcune gocce in acqua: un dono a ciò che non conoscono.

- Dove stiamo andando? - chiede il tizio a Phone.

- Non lo so - risponde la ragazza.

Incrociamo una barca con quattro monaci a bordo. Silenziosi e pacifici transitano.

Il tizio si fa cupo, forse ha la convinzione che tra breve ogni suo dubbio verrà chiarito.

Ci lasciamo alle spalle la città e i piccoli chioschi che vendono pesce alla griglia. Ora le sponde del grande fiume sono prive della presenza umana. Qui inizia il viaggio.

I due hanno capito che non ci interessa la pesca, ma quel qualcosa di cui parlavano al bar...

L'imbarcazione accosta.

Questa volta io e il tizio gentilmente rifiutiamo il Lao lao, mentre i pescatori e Phone ci danno dentro.

La riva è paludosa. I pescatori camminano con destrezza, mentre noi fatichiamo e imprechiamo.

Phone resta sulla barca.

Dopo una decina di minuti la vegetazione si dirada lasciando spazio alla luce. Al centro della piccola radura un pozzo. I due lo indicano emettendo strani versi.

- Perchè Phone non ci ha seguito...- sussurro tra i denti. Nello stesso istante la ragazza fa la sua comparsa.

Il tizio sobbalza nel vederla... ha una strana espressione.

I pescatori continuano a indicare il pozzo e a parlottare tra loro.

- Dicono che è venuto da lì! - Esclama Phone.

-Io mi preoccuperei più delle mine... siamo sicuri che questa sia zona sminata?- faccio notare ai presenti.

Nessuno risponde.

Il tizio si avvicina al pozzo, ma uno dei pescatori lo blocca con decisione.

Phone nuovamente traduce - Dice che se guardi nel pozzo e incroci lo sguardo del drago perderai la tua identità.-

Entrambi pensiamo che siano vittime del Lao lao, comunque prendiamo appunti mentali dell'accaduto.

Per il momento seguiamo il loro consiglio e torniamo sui nostri passi.


In albergo

Finalmente mi godo un po' di solitudine. Mi avvicino al bancone e una ragazza sorridente mi consegna la chiave della camera.

Qualcuno passa veloce alle mie spalle, quasi mi scontra. Mi volto per vedere chi è, ma non noto nessuno... probabilmente sono gli strascichi del Lao lao.

Mi siedo su una delle enormi poltrone intagliate sparse qua e là. Ordino una birra.

I pensieri corrono veloci e analizzano gli ultimi eventi. Dovrei avere una gran voglia di scrivere, invece non riesco a farlo; probabilmente ho bisogno di elaborare la gran quantità di emozioni.

Il tizio è tornato da Riccardo. Non devo dimenticarmi che siamo concorrenti...

Lentamente mi alzo e mi avvio verso l'ascensore, poi d'improvviso opto per le scale.

La stanza è calda e umida, ma il breve tempo il condizionatore farà il suo mestiere. Mi butto sul letto... anche se la noto non faccio in tempo a fermarmi e accartoccio la lettera che è sul cuscino. La prendo in mano di scatto: è del direttore della rivista...

© Marco Marengo



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