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I collezionisti
di Roberto Lacchè
Pubblicato su SITO


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E’ particolarmente doloroso ricordare…

Quando, tra le luci strobo e i faretti psichedelici di una discoteca, martellato da una musica ossessiva, si riesce a notare uno sguardo di giada fisso su di te con attenzione, si è autorizzati a pensare che la serata possa prendere una piega gradevole.
Mi accadde proprio questo.
Lei aveva una criniera fulva che agitava compostamente nel ballo. Era un bel tipo: alta, slanciata, molto tonica e sensuale nelle movenze.
Ballava e mi fissava con un’espressione tra il sognante e l’analitico.
Le sorrisi e fui abbagliato da una chiostra di denti candidi in lampi verdi di sguardo magnetico.
Si dipanò l’approccio classico da discoteca: due chiacchiere direttamente dentro le orecchie, a trasmettere sensazioni e tepore d’alito in cambio d’odori di splendida pelle sudata e profumo, un drink a schermare occhiate avide reciproche, e poi la fatidica proposta.

“Vuoi venire a vedere la mia collezione?”

Non mi chiese in cosa consistesse la mia collezione e la naturalezza dell’accettare la situazione mi piacque e m’eccitò.
Mi si aggrappò al braccio e si fece pilotare verso l’uscita, completamente fiduciosa.
La bestia feroce dentro di me cominciò a fremere in cattivi pensieri e proiezioni mentali d’immagini forti.
Il viaggio verso casa mia fu soprattutto troppo lungo, ma finalmente arrivammo.
Abitavo da solo in un villino in stile liberty con ringhiere di ferro battuto piene di ghirigori inquietanti e col portone lavorato in spirali e incisioni morbide.
La introdussi direttamente nella sala della collezione, buia, nello scantinato, dopo pochi gradini dall’ingresso.
Lei si dimostrò docilissima e curiosa.
Quando accesi la luce pregustai una reazione di quelle a me molto care, seppure prevedibili, d’urla isteriche e suppliche.
L’immensa stanza, dal soffitto a volta e con, in fondo, un enorme letto a baldacchino con lenzuola nere di seta, era tappezzata da corpi di donne nude imbalsamate.
Erano accovacciate, infilzate al muro con robuste aste d’acciaio, con i volti appoggiati contro la parete, come fossero insetti di una spettacolare collezione.
Un lavoro pulito.
Avevo appeso ogni preda con un’unica sbarra appuntita, a bloccarla a metà della schiena raggomitolata contro la parete, con le ginocchia piegate e le braccia tese sulla testa posta di profilo con occhi vitrei.
Le avevo dissanguate e poi svuotate delle interiora, da perfetto imbalsamatore, ed ogni giorno le spolveravo con accuratezza ravviando le loro capigliature e ritoccando l’incarnato con un buon fondo tinta.
La donna della discoteca, tuttavia, non ebbe reazioni fuori controllo.
Osservò le pareti così originalmente arredate senza lasciare trapelare la benché minima emozione.
Le afferrai un braccio per legarla al letto.
Ero sconcertato dal suo reagire che aveva qualcosa d’affascinante.
Mi dissi in tumulto interiore: ecco una donna con carattere e personalità, finalmente, ecco forse una complice da risparmiare, chissà…
Reagì, invece, all’improvviso, strattonando il braccio e liberandosi, mentre con l’altra mano mi mise davanti al viso una rivoltella brunita.
Mi sorrise enigmatica con una certa aria di sufficienza.

“Interessante, davvero…
Ma non intendo fare parte della tua raccolta, caro il mio collezionista.
Piuttosto sai che facciamo ora?
Andiamo a casa mia, e ti farò vedere cosa colleziono io: sono convinta che rimarrai stupito.
Sono un tipo originale anche io…”

Rimasi imbambolato dalla sorpresa e lei approfittò per rendermi inoffensivo con un paio di manette apparse dal nulla.
Sorrideva sempre, maliziosa e sensuale.
Forse quella sera avrei avuto finalmente la botta di fortuna che un uomo cerca sempre per tutta una vita circa il concetto di complicità.
Era seducente, elegante nel portamento, controllata nelle reazioni.
Contemplò ancora una volta l’enorme salone decorato dalle tante donne imbalsamate e spillate alla parete.
Poi mi spinse via con gentilezza, premendo appena la pistola contro un fianco, senza più parlare.
Salimmo in auto, ma stavolta guidò lei, con una mano sola, senza mai abbandonare l’arma con l’altra.
Abitava in una casa con un muretto di cinta seminascosto da alte siepi, isolata, poco fuori la città.
Anche lei non accese subito la luce.
Mi condusse verso la cantina illuminando le scale con una torcia.
Mentre scendevamo la rampa, la sentivo ansimare e pensai, in stupido narcisismo, che forse certi miei desideri si sarebbero potuti esaudire in ogni modo con l’esaltazione delle sensazioni in un gioco di coppia.
M’introdusse in una sala immensa che in penombra luccicava solamente per una miriade di specchi tutto intorno a quello che presumevo dovesse essere un letto.
Mi spinse, sempre ammanettato.
Era il letto, in effetti, rivestito di un drappo di latex rosso fino a terra.
Con cautela mi legò alla testiera in pesante ferro battuto.
Poi cominciò lentamente a spogliarmi, con delicatezza, mentre mi vezzeggiava facendo le fusa con voce roca.
Mi tolse le scarpe e le calze.
Poi mi sfilò i pantaloni e gli slip, sospirando appena.
Infine materializzò dal nulla un rasoio e lacerò la camicia senza scalfirmi, con attenzione.
Nello scuro notai il suo sguardo di gioia farsi febbrile.
Accese infine la luce.
E vidi.
Una stanza mostruosa.
Aveva le pareti foderate di specchi, come il soffitto.
A parte il letto, era arredata solamente da un numero esagerato di mensole, su ognuna delle quali era poggiato un gran barattolo di vetro.
L’orribile era nei vasi.
Ognuno di questi conteneva una testa d’uomo in una soluzione trasparente.
Alla luce, ora che mi stavo abituando, potevo notare occhi spalancati, labbra stirate in un’ultima espressione di dolore, di sorpresa, di paura.
Non riuscii a contare quante teste ci fossero in quella stanza che ora luccicava in un rimando di immagini di specchi.
La donna mi sorrise con un fare equivocamente materno.

“Ti piace la mia collezione?
E’ originale quanto la tua, vero?
Nasce dal fatto che fin da bambina ero soprannominata ‘Mantide’, per il mio modo di trattare i maschietti…”

Non mi disse più nulla.
Urlai impotente, in adrenalina pura, mentre la donna balenava il rasoio alla luce.
Supplicai e piansi, e infine proposi, atterrito e disperato, un sodalizio.
Lei tagliò l’aria con un gesto rapido e vissi l’ultima sensazione del fiato che si disperde senza più pressione mentre la vista diviene opaca e la vita s’affievolisce in un soffio di trachea.
Un colpo di tosse, fiotti di sangue, un vano risucchiare aria.
Poi il buio con ultimi bagliori di lama nel cervello, specchi, luce e riverberi di vasi e pupille spente che mi guardavano.

E’ doloroso ricordare, senza più il corpo, chissà dove, affogato per il capo dentro un barattolo di vetro poggiato su una mensola, talvolta osservato con un’espressione che a suo modo potrebbe essere chiamata anche d’affetto, dalla mantide fulva dagli occhi di giada, e talvolta testimone dell’acquisizione di un nuovo esemplare per una collezione da completare per chissà quando…

© Roberto Lacchè





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