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Un Amore di Sabbath
di Camilla Vinci
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Sabbath:

Ti dico amore burattina però rimani, in piedi sul davanzale, mimica di un airone. Quando è freddo e i cristalli ti scendono sul bel nasino, resti, immobile al cambiare del vento con le lacrime che ti strisciano sulle guance annegando le ginocchia, i piedi dove fioriranno le rose.

Però ti amo, bambina. E ti compro un fiocco rosso, due biglie per le orecchie, tonde, come il piombo. Se allunghi le mani non le afferro perché è bello vederti oscillare ricordando una ballerina e, forse, in autunno avrai un vestito mentre le foglie si nutriranno sulle tue guance.

Parli ancora con il vetro, con le mie spalle e sei bella nella circoscrizione dove alloggiano le mie previsioni: amore che mi allestisce la stanza, panorama da finestra senza sorpresa, imperfezione senza imprevisto o ribellione. Sei l'orma che mi mancava nella costellazione delle mie impressioni, aggiustata solo un poco come abito di perfezione, finimento da collezione.

Ti capovolgo e ri-oriento e, se sei stanca, lo dimentico. Io che ti amo ti lego al mio piede così ti trascino fra la polvere e i passi: il sangue ti trucca il viso di un colore bello come è bella la lucentezza di una mela. Amore-reclusione, busto da comodino, nostalgia.


Amore:

Mia madre ha mille braccia e un addome di grasso che si dispiega come stoffa, come un rotolo di seta.
Mio padre un busto di Hitler fra le braccia: lo bacia, occhi lucenti in profusione d'Amore.
Tu sei uno schema, problema sulla perfezione, cubo rosso risolto dove la coccinella rovina il fascino della via. Oltraggio, ferita.

Oggi sono in visita presso una ragnatela dove tre monoliti mi pensano, di spalle. Piango sangue e vomito il tutto che mi include, per chiudere gli occhi e sognare, altrove.

(Nel bosco non si ascoltano le grida di chi ha paura).

Rimangono tre sassi in diagonale a spendersi "amore", coro di film, nenia di canzone.
Quando il fiato finisce il busto si arrocca per essere bagaglio da trasportare, amore, senza persona che lo contiene, altare ideale.
Con il collo decapitato, truce e tagliato, sono bella, vaso di specchi che ti contiene, ti rimanda e, nel non più, ti fu felice, concentrato di te. Amore.

Sabbath! Non fermare la cataratta di parole che getti dall'alto. Dal trespolo non vedrai che i miei occhi sono odio e ballano sotto le ciglia, neri come morte che oscilla al vento delle tue declamazioni. Le ciglie a fessura li contengono appena e tutto il corpo mi fa male di un male involontario per troppe inezie depositate addosso. Le tue inezie hanno l'arroganza di un assoluto, il mento proteso è lascivo quando si sbrodola addosso un elogio compiaciuto. Attacco e chiusa di un'opinione senza vie di fuga, arrotolata in se stessa come il tabacco in una sigaretta e la sigaretta sei tu che accumuli fumo sul mio viso.

Io mangio datteri mentre mi dispensi dogmi sulla perfezione raggiunta di un libro che fu film e poi ancora libro. Dove Frodo combatte contro le lussurie di un anello tiranneggiante.

Ho trovato quel libro infarcito di battaglie e filastrocche, un labirinto alla moda, una moda che non mi piace come a te, Sabbath non piace una femmina che partorisce un'idea invece di prenderla e indossarla dal cesto delle cose già approvate dalla maggioranza. Pensi che se fosse solo graziosa la piccola nata donna risparmierebbe le fatiche di un'educazione. L'hai presa al padre per i sui capelli di rame e la testolina abbassata quando ti ascoltava volare nel transito precario delle tue fatiche quotidiane e speravi avrebbe ascoltato mentre sferruzzava, partorito tue piccole copie coltivando il suo centro nel ventre e ora ti ferisce spostando il centro dell'attenzione su di sé, su una sua assurda opinione.

Io mangio datteri li accumulo in bocca e li sputerò sul tuo viso mascherato d'amore. Mi avete pensata per essere odio. Amore.

© Camilla Vinci





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