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”Avresti dovuto essere un uccello!”. Attraverso il sentiero più angusto del cuore, come piccoli chiodi che trafiggono senza pietà, mille sentimenti scalfivano l’ultimo frammento d’amore. Di fronte a me, stava mio padre. Rabbia, odio, paura e amore, erano i sentimenti contrastanti che, come demoni infuriati, facevano scempio della mia anima. Mio padre, il “gigante libero”, avrebbe dovuto essere un uccello. Non un uccello qualsiasi, ma uno di quei grandi uccelli solitari che sorvolano spazi infiniti, che abbracciano l’immensità senza fermarsi a pensare, con dentro solo la voglia di volare. Uccelli che si librano in volo senza una meta, perché l’unica meta che inseguono è la loro stessa esistenza. Lui, il mio gigante libero, inseguiva la sua libertà. Ero così arrabbiata con la vita che avrei voluto indossare l’odio in eterno. Lei, mercante senza cuore, me lo avrebbe portato via ancora. “Avresti dovuto essere un uccello papà”. Era l’unica frase che potevo pronunciare prima che le lacrime avessero superato le ciglia, prima che cadesse la mia maschera d’indifferenza. Avevo conservato così tanto amore dentro di me da rifornire il suo sguardo per altri lunghissimi anni prima di rivederlo ancora. A lei non importava, me lo avrebbe portato via ugualmente. Lei, millantatrice maliosa e fredda, seducente come una baldracca di lusso, me lo avrebbe portato via senza dargli neppure il tempo di prendere un sorriso o un pezzo di cuore per ricordarsi di me. Odiavo quella ventiquattrore carica di sogni e vuota d’anima. Attraverso l’avello naufragavano i sogni e le speranze di quella bambina nascosta dietro lo specchio dei miei trentotto anni. Quegli stessi occhi che videro il vuoto delle attese e il dolore di una madre. I castelli cadevano giù perché i miei sogni erano così poveri da essere costruiti in aria. Sogni costruiti con brandelli di cuore, murati dal manovale più efficiente: l’amore. Me ne stavo lì, davanti a lui, con lo sguardo attento e un disagio profondo nel cuore, attraversavo la memoria in cerca di un ricordo felice che potesse aiutarmi a ricostruire la maschera. Erano sepolcri senza fiori i miei ricordi. Da babordo osservavo lo scorrere dei miei anni, senza poter fermare l’attimo in cui lo strinsi per la prima volta tra le mie braccia. Mi barcamenavo appena tra ricordi, perché molti avevo deciso di reciderli per non farmi male. Cadetto nel suo cuore, non ero mai riuscita ad avanzare di grado, forse non avevo quella grazia nell’aspetto e nel cuore da costringerlo a restare. Tirai su la draglia e ripresi a respirare. Ora la mia nave poteva spiegare le vele, avevo trovato l’unico ricordo che avrebbe dilaniato quel groviglio insanguinato che pulsava dentro per ricordarmi d’esistere. Vedere la mia infanzia tra le immagini sbiadite dal tempo che riprendeva l’originaria forma, mi fece provare ancora una volta quel senso di vuoto che aveva accompagnato tutta la mia esistenza. E intanto conscia d’essere io, navigavo in quel mare investigando ora la mia anima ora il mio essere straniera. I minuti divennero ore e queste pian piano si mutarono in anni. La dolcezza che doveva accompagnare quegli anni, io non la vidi mai. Ricordai quella stanza come fosse un santuario di disgrazie:una sola finestra che dava sulla strada, da lì si poteva osservare la gente con la loro bella famigliola felice, con i loro gesti comprensivi e gli occhi indifferenti. L’odore del caffè attraversò la mia anima come un treno in corsa. Mi colse d’improvviso un’angoscia terribile. Dovetti chiudere gli occhi per poter respirare ancora, ma quel profumo richiamava alla memoria troppi vuoti, troppe assenze. Mi parve perfino di sentire il rumore della macchina per cucire e di vedere mia madre seduta a battere con i piedi sul pedale, il metro attorno al collo e il filo bianco per il pavimento. Per la strada della mia agitazione non mancai di vedere quella bambina invisibile giocare con bambole di carta. Quella bambina dai morbidi ricci neri, dal naso a patata e dalle labbra sottili. Avrei voluto guardarla negli occhi e urlarle di scalciare e picchiare forte sulla parete perché l’invisibilità te la porti per sempre prima come paramento per proteggerti dal freddo e dopo, con il trascorrere del tempo, come abito da indossare per vivere. La bambina parlava a bambole di carta e costruiva con essa mobili, che dipingeva e ritagliava con cura. Personaggi sbiaditi con sorrisi enormi, anche lì il protagonista aveva un amico invisibile con cui parlare, un amico a cui accadevano le cose più brutte perché lei potesse poi consolarlo come una mammina premurosa. Nella sua casetta non mancava nulla, c’era anche il bagno con una vasca enorme, camere da letto, camerette per bambini e persino una camera per gli ospiti. Spesso invitava l’amico invisibile a dormire a casa sua. Ricordo che ci trascorreva giorni interi senza tornare a casa. C’era tanto amore in quella famiglia di carta che pareva quasi quei personaggi avessero vita. Vidi il padre seduto sul pavimento a giocare con i figli, vidi il sorriso di quella madre e la loro complicità, ma la cosa più strana fu che, nonostante lei facesse di tutto per consolarlo, lui, l’amico invisibile, non trovava né posto a quella tavola né sorrisi che potessero mutare quel suo sguardo assente e triste. Osservai la tazzina del caffè, quell’odore mi parve di sentirlo così intensamente da gustarne il sapore arabico senza appoggiarlo tra le labbra. Poi improvvisamente i miei occhi si posarono sul comodino e videro quel crocifisso spezzato prendere forma tra le mie dita, e fu quel sentimento tenero e religioso ad addolcire quell’attimo di amarezza che aveva assalito la mia anima. Mia madre continuava a battere il piede sul pedale, e assorta dai suoi pensieri, non vide mai quegli occhi neri osservarla né vide mai le lacrime rigare quel viso minuto. La nonna Rosina, una donna forte sia per mole che per carattere continuava a trafficare in cucina, la sentii richiamare più volte mia sorella per il suo modo d’essere testarda e prepotente. Ricordo le sue carezze, erano le uniche che mi appartenevano. Agli albori della mia primavera, nonna Rosina fu l’unica a occuparsi dei miei bisogni di sapere, certo i suoi commenti sugli uomini non appartenevano ai miei tempi, ma riuscii lo stesso a comprendere che l’universo maschile riservava non pochi misteri. Lei lo ha sempre saputo che eri un uccello migratore. Rammento che abbassavi lo sguardo quando incontravi i suoi occhi. Non so se fosse vergogna o solo un modo per dire che non avresti potuto far nulla. Odiavo il tuo desiderio di libertà così come odiavo la tua valigia, così come adesso odio queste linee che salgono e scendono a scavare buche nel mio cuore. Erano ore interminabili. Continuavo a fissare quelle linee maledette e il loro salire e scendere su quel display. Accennai a un sorriso. Che strana l’esistenza! Se soltanto la tua vita fosse stata quasi regolare come quelle linee, ora lei non ti avrebbe portato via da me. Taci . Quel silenzio io lo conosco bene perché è lo stesso di sempre. Spiegherai le ali ancora e sentirò quel tuo profumo d’anice dolce e intenso allontanarsi pian piano. Vorrei mi dicessi qualcosa, che magari riuscissi a sorprendermi. Avresti dovuto essere un uccello!gli uccelli non hanno bisogno di dare spiegazioni, loro spiccano il volo e vanno altrove. Loro non hanno nulla da perdere. Non so se tu lo sai o se tu puoi sentirmi, ma ti prego non lasciare che lei ti porti via, preferisco che tu voli altrove perché so che potresti ritornare. Lei, lei non ti ama!La morte non ha mai amato. La morte prende tutto, perché lei non ha bisogno di indossare maschere per vivere né di chiedere. Lei vive della vita altrui. Le linee non salgono più… ! Avresti dovuto essere un uccello papà!
©
Patricia Blasi
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