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Mina
di Ettore Bonato
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Gli altri sono la grande dannazione di questo mondo. Prima o poi devi fare i conti con loro.
Pedalavo tranquillo ma incazzato nel marciapiede del Lungomare, avrei voluto sparare a tutti, investirli, dileggiarli, tanto pesano l’odio e la paura che mi causano, quando all’improvviso è partito “Il cielo in una stanza” di Mina, nel fottuto I-pod cui sono collegato da un filo bianco come la vita. Mina è morta, perché si cela dietro tutto: lo sfottò della gente, la minuzia del popolo eletto, il ghirigoro dei lecchini di turno. Eppure è viva, perché chi non c’è in effetti non muore mai, ovvero resta ragazzo. Si sa, gli anziani in questa Italia pallonara e visionaria, sono il nulla, i futuri morti, non contano niente. Un tempo non era così, c'era il rispetto, assoluto e silenzioso, per le rughe, i capelli canuti, l’odore stantio. Sembra che il male, il tempo, non abbiano scalfito Mina, ora forse anziana, chissà. Gli occhiali larghi, l’ovale perfetto, il sorriso sinuoso, l’allure bianca. E pensare che lei ci ha stupito tutti, negli anni d’oro, per le sue camaleontiche performance, i capelli sempre diversi, gli occhi bistrati e grandi. Era sexy la Mazzini, quanti ragazzi si sono toccati quando pensavano a lei, la vedevano un po’ in carne, le curve sinuose, le labbra carnose e saporose di mare lontano e domestico. Trasformò la donna nella protagonista assoluta della scena, si modificava a sua volta: mamma, amante, puttana, ma era sempre toccata da Dio per la sua voce ora squillante, ora bassa, da brividi. Ogni cosa che sfiorava, ogni cantante che aiutava diventava platino. Diede ausilio, con il suo darsi senza ritegno e dolcemente, a canzoni sconosciute, cantautori inascoltati e giovani, poi divenuti essi stessi leggenda. Tutti devono qualcosa alla dea della musica leggera. Osservandola mentre rende “Oggi sono io” di Alex Britti un massimo cimelio, in uno dei suoi unici video, ti viene voglia di sfiorarla, toccare i suoi capelli raccolti, raccogliere le sue lacrime di vento cisposo. I suoi brani sono capolavori, ancora adesso si ascoltano nel caldo sud e nell’operoso e brusco settentrione. Mina era di tutti, appartiene alla radice collettiva, rimarrà sempre con noi. Leggendo il suo sorriso un po’ arrogante, rivedo i personaggi che l’hanno avvicinata. Quasi nessuno è sopravvissuto perché l’eterna macina non concede deroghe, ti asfalta come i dribbling di Cassano e Cristiano Ronaldo. È rimasta solo lei, immortale seppur scomparsa dal ’78, quando la “Bussola domani” incoronò per sempre la sua mitologia. L’importante è finire, cara Mina, recitava un tuo pezzo, ma tu non finirai mai, ferma come il vino di questa Romagna spersa, ancorata come una corda alle bitte del porto, che sembrano uguali ma sono una diversa dall’altra. Ecco, il dorato cosmo della musica è composto di bitte visivamente simili a se stesse, inutili. Tu sei il torpore dolce, il sorriso malizioso, la voce unica e diversa. Piango mentre ascolto il tuo moderno canto. Mi ricordo il tuo corpo cangiante, le donne che forse non ti amavano, gli uomini che sbavavano per te, le tue lunghe ciglia. Viene voglia di gridare il tuo nome, fermare il tempo, sparargli e poi rivolgere il cane sulle tue labbra da azzannare, il collo lungo, gli occhi dolci e ammiccanti. La morte, si sa, è la prerogativa degli esseri umani, quanti di loro compongono per la dolce signora della voce e del silenzio. Tu hai un’arma in più, lo scaturire di note intonate che ti hanno regalato e tu hai coltivato nell’orto del mito. Urlale contro, scacciala, spara! Se tu non lo facessi vorrebbe significare che esisti,che sei come noi, non più lontana ed immortale. Metto sul nuovo Stereo “Grande grande grande” e ti penso immensa e materna, vicina come le madri che oggi, purtroppo, hanno cambiato mestiere. Ciao Mina e ricordati di noi.

© Ettore Bonato







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