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Tra mostri ci si intende
di Mauro Moscone
Pubblicato su PB20


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Tra mostri ci si intende

“ Sono solo e infelice: l’uomo non vuole avere nulla a che fare con me; ma un’altra creatura deforme e orribile come me non si negherebbe”.
Frankenstein di Mary Shelley

“Ogni tipo strano al mondo è sulla mia lunghezza d’onda”.
Thomas Pynchon 

I

«Perché mi perseguiti, padre?» 

Le slitte e i cani famelici non sono lontani. Non molto distanti le fiaccole dei cacciatori riverberano le canne dei fucili. Angoscia, persecuzione, come è cominciato tutto questo?

Mio padre, il dottor Frankenstein giocò a fare Dio e mi creò con pezzi di cadavere: gli uomini mi chiamarono la “Creatura”.

Fin dall’inizio mi sono chiesto, chi sono? 

Con orrore mi sono risposto: un esperimento fatto con un’accozzaglia di avanzi presi da vari defunti. Un essere senza famiglia e senza sorelle o fratelli, condannato a continuare a vivere senza amici e schifato da tutti per la sua evidente mostruosità. 

E inoltre sono consapevole di tutto questo male, dato che mi è stato innestato nel cranio il cervello di un filosofo. Questo è il tormento insopportabile della mia non vita.

"Padre Dottore Professore, fammi almeno una compagna, per sentirmi meno solo…" 

No, il padre dottore professore si è rifiutato di crearmi una consorte, anche se aveva promesso, l'infame.

L’imitatore di Dio subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra.

E io, la Creatura, allora mi sono vendicato, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari. E mentre li ammazzavo finivo di uccidere l'ultima parte viva di me stesso. 

Allora sono stato inseguito dal maledetto professore e da un plotone di cacciatori, per essere bruciato per sempre.

In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, sono scappato dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi sono sbarcato in Asia, e dalle steppe russe sono arrivato al Polo Nord. 

E ora corro sui ghiacci braccato dai miei aguzzini… 

«Nel laboratorio tenevi un crocefisso, padre. Fu il primo oggetto che vidi nascendo dalla folgore. 

Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche professorone come te, ma non per i miei: perché io non ho nessuno al mondo, perchè io non ho nessun mondo. 

Questo mondo non è stato costruito per me e io non l’ho scelto.

Tu mi hai costruito solo per il tuo egoismo, a tua immagine e somiglianza.

Ero solo la copertina del libro che t’avrebbe reso famoso nel tuo mondo, vero dottore? 

Scappando per il mondo ho visto molti uomini costretti in catene, forzati a lavorare per altri feroci padroni come te. 

Tu, padre, non mi hai nemmeno concesso di portarle quelle catene.

Non posso neanche lavorare come schiavo con quei servi.

Io sono forte, avrei potuto aiutarli, avrei potuto fare amicizia con loro.

Ma tu hai detto a tutti che sono un assassino e allora non mi sono concesse nemmeno le catene. 

Pertanto non posso nemmeno liberarmi da quei vincoli d’acciaio.

Nel tuo mondo, padre, ho visto centinaia, migliaia di merci che ammiccano sulle bancarelle dei mercati per essere comprate dagli uomini.

Centinaia, migliaia di accessori e vestiti che sono acquistati e comprati per dare a un uomo un’identità, una forma, uno stile.

Ma io invece non ho diritto a uno stile preciso, a un’identità netta e chiara, costruita con contorni geometrici e una casa sicura. 

La mia sola identità sta nel cercare di difendermi da quello che mi avete fatto. Mi hai lasciato solo la libertà di odiare, professore.

Quando mi guardo negli specchi non mi vedo. 

Nemmeno il sole e la luna, il mare e le montagne mi riconoscono.

Riesco a capire chi sono solo dai vostri cani da caccia, dalle vostre torce e dai vostri fucili. 

Esisto solo per fuggire da me stesso e per uccidere chi mi tallona.

Prima di definirmi “cattivo” dovresti cercare di capire le circostanze in cui mi hai stramazzato, padre. 

Chi può pretendere che qualcuno sia buono, quando non lo si rispetta né lo si ama, quando tutti lo rifuggono o lo perseguitano, quando nessuno cerca di porre rimedio al suo abbandono?

Nessuno può comportarsi umanamente se non è trattato con umanità: chiunque venga isolato dagli altri come se fosse un mostro finirà per essere un autentico mostro. 

Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche dottorone come te, ma non per i miei. 

Vorrei ucciderti, padre, strapparti quella maledetta testa incapace di amore dal busto. 

Perché mi perseguiti?

Perchè non hai mai considerato il mio valore vitale?

Ti chiedo, maledetto: che cosa dà valore a un essere umano? Che cosa rende tale una persona valorosa? Che cosa non c'è più, quando mancano il valore e i valori? 

Nessuna risposta. Solo il fischio ululante del blizzard gelido sui ghiacci, il latrare dei cani e le urla dei cacciatori. 

 II 

Da quando il genere umano si è sviluppato in posizione eretta, lasciandosi dietro nell’evoluzione i parenti primati, ha superato innumerevoli pericoli esplorando l’intero pianeta. 

Nel 1833, rimanevano solo pochi luoghi da scoprire, e uno di questi si trovava nelle tumultuose acque dell’Oceano Indiano, a ovest di Sumatra.

Parliamo di un’isola misteriosa che i primi esploratori britannici definirono “il maledetto posto più infernale della Terra”: l’Isola del Teschio.

L’Isola del Teschio è esistita a lungo nelle leggende tramandate dai marinai di tutti i continenti, oralmente o con abbozzi di mappe e disegni.

Nessuno credeva alle fantastiche storie di creature preistoriche che vagavano ancora sulla terra, sfuggite all’annientamento causato da una pioggia fatale di meteoriti in tempi primordiali.

L’Isola del Teschio era una totale anomalia geologica ed evoluzionistica, un luogo di misteri inesauribili e insondabili.

Nel 1933, quando i primi esploratori occidentali approdarono sull’Isola, si trovarono a essere inseguiti da bestie gigantesche, fino ad allora conosciute solo dai reperti fossili.

Pensavano di essere i primi pionieri di quel mondo perduto. 

Non sospettavano che un secolo prima, una mostruosa creatura fatta di pezzi di cadavere ricuciti, riportati alla vita dalla potenza della folgore, approdava sull’Isola prima di loro. 

Fuggito dal laboratorio del Dott. Frankenstein, il mostro disgraziato, nato fisicamente adulto, ma senza nessun senso della disciplina intellettuale e morale, era cresciuto nella più totale solitudine e per sopravvivere aveva dovuto abusare della sola esperienza pratica, perlopiù brutalmente istintiva e violenta. 

L’odio per il suo creatore era nato dal fatto sconcertante che il Dottore suo padre si era rifiutato di creargli anche una compagna.

Suo padre Frankenstein prima promise di crearla ma poi subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra. 

E la creatura allora si era vendicata, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari, ed era stata inseguita dal Frankenstein e da un plotone di cacciatori, per essere bruciata per sempre.

In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, la mostruosa creatura era scappata dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi era sbarcata in Asia, e dalle steppe russe era arrivata al Polo Nord, dov'era stata quasi distrutta dall'equipaggio del capitano Robert Walton, assoldato dal Dott.Frankenstein. 

Braccato come una bestia feroce, il mostro giungeva infine sull’Isola del Teschio, ed era subito aggredito dagli indigeni, una tribù che praticava regolarmente sacrifici umani in onore del loro Dio Re, il grande Kong.

Erano una razza isolata, di matrice micronesiana, prevalentemente cacciatori raccoglitori. 

Gli unici abiti che indossavano erano i loro stessi capelli e i peli del corpo che lasciavano crescere incolti. 

Erano riusciti a sopravvivere ai giganteschi predatori che li circondavano, aggrappandosi a un lembo di terra protetto dalle alte mura di un'antica civiltà precedente. 

Quelle colossali lastre di basalto intrecciate erano la sola barriera che li proteggeva dai Venatosauri (Velociraptor evoluti) e dai Vastasauri (Tirannosauri più veloci e resistenti) e da altre centinaia di mostri carnivori che potevano ucciderli in ogni momento.

Mura ciclopiche che uscivano dall’oceano da un lato, attraversavano l’isola e finivano nel mare dall’altro lato. 

Vivevano pertanto confinati in una parte molto piccola dell’Isola. Oltre le mura c’era la giungla fitta, la foresta pluviale tropicale, ma dalla loro parte delle mura non rimaneva vegetazione disponibile.

Vivevano in mezzo ad aspre formazioni rocciose, nascosti come topi, impauriti dai possibili assalti degli smisurati predatori selvaggi.

I loro antenati erano fieri cacciatori, loro ora erano solo prede.

L’unico riparo sicuro che erano riusciti a trovare erano le antiche tombe degli avi, fra le ossa dei morti. 

Erano arrivati pertanto ad adorare il gorilla gigante Kong come un dio protettore (nonostante ogni tanto banchettasse con le loro carni facendole a brani) e praticavano sacrifici umani per placarlo e per essere difesi da lui dalle altre fiere.

Sulle vette più alte dell’Isola del Teschio viveva anche un branco di gorilla giganti, di una specie conosciuta come Megaprimatus Kong.

L’origine di questo gigantesco primate sono misteriose e posso fare solo delle congetture. 

Di certo non era nell’Isola dal Cretaceo, dati che i primati non hanno cominciato a evolversi allora.

Si tratta di una specie più recente, che si è evoluta nell’Isola insieme ai velociraptor e ai tirannosauri che sono diventati più rapidi e possenti, nelle nuove versioni Venatosauri e Vastasauri.

A mio modesto avviso la stirpe dei Megaprimatus Kong proviene dall’Asia, dal Gigantopithecus, un enorme antenato dei Primati, i cui reperti fossili sono stati trovati in Asia. 

Il Gigantopithecus era due, tre volte il gorilla attuale, ma c’è ancora differenza rispetto al Kong, grande come una casa a quattro piani. 

Nonostante la mole, questi gorilla erano ancora molto simili a scimmie: creature molto socievoli, sia nella relazione tra madre e figlio che fra i membri del gruppo. 

Facevano affidamento su altri individui del branco non solo per sentirsi protetti ma anche per la pulizia dell’ambiente, l’igiene personale e lo stesso equilibrio mentale. 

Il capo branco incontrastato era il Re Kong, un gigantesco maschio dalla schiena grigia.

Ma torniamo alla creatura del Dottor Frankenstein, al suo combattimento con gli isolani, che volevano catturarlo per offrirlo in sacrificio a Kong. 

Il mostro era dotato di una forza spaventosa e uccise al primo assalto tre indigeni, rompendo le loro teste con un femore di Venatosauro.

L’anziana sciamana della tribù di prede umane richiamò Kong con un corno d’avorio. 

Il primate arrivò, acchiappò con la sua enorme mano pelosa la Creatura e se la portò nella sua grotta, in cima alle montagne dell’Isola.

Lo depose vicino all’entrata e il figlio di Frankenstein s’apprestò alla lotta fino all’ultimo pezzo di ricambio umano. 

Ma Re Kong aveva deciso di non farlo a pezzi. Con un gesto della manona lo invitò a raccontare la sua storia, accucciandosi con le gambe intrecciate davanti a lui.

La creatura depose il femore di Venatosauro e cominciò a raccontare:

«La mia vita, Re Kong, è quella di un reietto, di un preterito, di un omesso, di uno che è stato creato e poi dimenticato, lasciato indietro da tutti, senza nessuna pietà, e soprattutto dal suo creatore. 

“Via, spregevole insetto” è stata la frase più gentile che ho ricevuto da mio padre e dagli uomini. E l’unica cosa che ho imparato su questo mondo è che gli uomini odiano i disgraziati. 

Anche il mio stesso creatore mi detesta e mi disprezza, eppure io non gli ho chiesto di mettermi al mondo.» 

Kong ascoltava assorto, assentendo col testone. Frankie continuò:

«Gli uomini non cercano di capire, mai. Provano solo paura e ribrezzo istintivo per ciò che è diverso, per chi porta il marchio della bruttezza o di un difetto fisico. 

Usano tutta la loro scienza e la loro “civilizzazione” per ribadire che i soli “normali” sono loro. 

Ma non si rendono conto che, come mio padre Frankenstein, hanno paura e schifo del mostro che hanno creato dentro loro stessi e temono e cacciano e bruciano il diverso perché è una parte di loro, il loro osceno e diabolico doppio, di cui tutti loro portano il seme marcio nel loro cuore nero e guasto». 

Detto questo il mostro si prese il volto tra le mani e cominciò a piangere, con i dotti lacrimali di una bambina di tredici anni morta di tubercolosi. 

Re Kong accarezzò la sua enorme testa deforme e poi fece un cenno ad Ayesha, una gigantesca gorilla del suo harem, di venire da loro dall’interno della grotta. 

Poi aprì gli occhi della mostruosa Creatura e indicò la femmina che avanzava sulle nocche, nerboruta e irsuta. 

Fece due cenni alla creatura: uno significava “ sei a casa, le persecuzioni sono finite, non dovrai più scappare” e l’altro era il suo palmo appoggiato al titanico petto che celava un cuore grande come un leone, mente indicava Ayesha al figlio rifiutato dal Dottor Victor Frankenstein, noto chirurgo e sperimentatore galvanico.

© Mauro Moscone





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