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Alice
di Simona Genovali
Pubblicato su SITO


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Ero chiusa in bagno, terrorizzata dalla tua mano che premeva contro la serratura.

Se fossi uscita,  mi avresti picchiato di nuovo ?

Oggi è martedì, sono passati appena due giorni dall’ultima volta che ti sei arrabbiato con me e di nuovo i tuoi occhi sono infuocati contro di me.

Hai buttato per terra i vestiti, hai strappato le foto, hai gettato i miei libri nella spazzatura.

Faccio finta di niente, continuo a lavare i piatti. Il rumore dell’acqua che scorre nel lavandino rende le tue urla un briciolo più sopportabili.

Lo so, al termine di questa serata ci saranno le tue solite accuse, le mie lacrime, il silenzio e poi il vuoto o forse faremo l’amore, dimenticando tutto quello che è successo. Il pretesto per arrabbiarti è sempre lo stesso: io che non mi interesso abbastanza a quello che fai. E’ questo quello che mi fa più male, oltre ai calci e ai pugni: il fatto che sia tu a misurare ogni cosa di me, se sono abbastanza interessata a te oppure no. Tu decidi i confini, tu decidi quando è arrivato il momento di accorciare gli spazi, le distanze e quanto io mi sia impegnata nel mio lavoro di sarta, nella pulizia  della casa e quanto mi sia stramaledettamente interessata al tuo lavoro sul cantiere o ai tuoi modellini di case e barche costruite con i bastoncini di legno. Il risultato è sempre lo stesso: non è mai abbastanza. Io non  sono mai abbastanza brava.

Io che per te non vado bene, che non mi sento più io e non so più chi sono.

Ieri pomeriggio, mentre cucivo l’orlo alla gonna della signora Tazzioli, quella del quinto piano con la casa piena di vasi di ceramica, ad un tratto sono corsa in bagno, riuscivo appena a respirare.

Tu non c’eri, eri a lavoro ma ho avuto paura che tu potessi entrare in  casa da un momento all’altro e commettere qualche altra sciocchezza.

Ho iniziato a piangere e lo confesso: ho pensato di farla finita. Eri presente anche se non c’eri, come se un fantasma si fosse impossessato di me e dei miei pensieri. Ho chiuso a chiave la porta. Clock. Mi sono seduta sul pavimento. Ho sentito il freddo delle mattonelle premere contro le gambe, mentre la porta di legno premeva sulla schiena. Ho iniziato a piangere. Non saprei dire quanto tempo ho passato in bagno, in quella posizione.

Le lacrime sono finite da sole. Non so quando è successo, ma ad un certo punto non piangevo più, gli occhi erano asciutti. Mi sono sentita come svuotata, come se dentro di me non ci fosse più niente, niente da nessuna parte, niente nei pensieri, niente nelle parole, niente sangue nelle vene. Niente. C’ero solo io e il silenzio.

Poi ho ripensato alle parole di Magda, la psicologa del centro di ascolto dove vado ogni giovedì. Secondo lei io posso cambiare, non certo te, ma me stessa si. Posso decidere della mia vita come meglio credo e forse senza di te posso averne una migliore. Nessuno mi hai mai detto che posso cambiare.  Ho sempre creduto che tutto fosse già scritto, che le cose andavano bene  così com’erano, si  trattava solo di imparare a sopportare, a volte un po’ di più, altri giorni un po’ di meno. Per questo stasera, mentre lavo i piatti, non cedo alle tue provocazioni. Conosco già le tue mani e i tuoi pugni, conosco il dolore nello stomaco che si contorce e la pesantezza di un livido sopra lo zigomo. So che sapore ha il sangue quando esce dalla bocca. Lavo i piatti e aspetto. Aspetto che tu abbia finito e aspetto domani. C’è un treno che parte alle otto e arriva diretto a Roma. Marianna,  la mia amica d’infanzia verrà a prendermi alla stazione. Ho già consegnato la gonna alla signora Tazzioli. Credo che abbia capito tutto, perché mi ha dato venti euro per l’orlo della gonna e mi ha regalato un cappello di lana e un paio di guanti. Ha detto che a lei non servono più. Poi prima di salutarmi sul pianerottolo delle scale, mi ha dato un bacio sulla fronte, non l’aveva mai fatto prima.  

So che anche stasera dirai che ti sei arrabbiato per causa mia e che non merito nemmeno le tue scuse.

Questi pensieri mi distruggono, siamo due treni che si sfiorano senza arrivare mai alla medesima stazione.

Vorrei che tu scendessi nel mio sangue, che ti fermassi per una volta, vicino a me, che toccassi la mia anima.

Io che ti amo nonostante tutto, tu che non ci credi, non ti fidi di me.

Vorrei che per un attimo guardassi questa donna, anche solo per un misero istante, tu sentissi il rumore che c’è dentro di me, accarezzassi i miei pensieri e i sogni che ho avuto per noi.

Vorrei che tu percepissi lo scricchiolio dei desideri infranti dai tuoi occhi quando ti perdi in quei silenzi profondi e impenetrabili. Mi uccidono quei silenzi, arrivavano dritti al centro del mio cuore e lo distruggono.

Forse non abbiamo sognato abbastanza insieme. Siamo come neve perenne, che mai si scioglierà. Mai e poi mai.

Adesso sopra la mia testa vedo ombreggiare una galleria di raggi di luce. I volti che vedo sono sconosciuti. Qualcuno mi tiene per mano. Sono sdraiata su una barella con questa gente che mi spinge verso un’enorme porta grigia.  Qualcuno cerca di piantarmi una luce negli occhi.

“Alice, Alice cerca di stare sveglia!”

E’ Magda, la psicologa del centro di ascolto. Riconosco la sua voce calma e la mano ferma che mi scuote. I suoi occhi nocciola risplendono da dietro gli occhiali da vista.

Riesco appena a muovere la mano destra, la sento gonfia e livida. Le faccio cenno di guardare nella tasca della mia giacca, non posso permettermi di perdere il biglietto del treno.

L’unica cosa che riesco a dire è: “Roma, oggi devo andare a Roma”.

© Simona Genovali





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