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Andiamo
di Barbara Gozzi
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Ha scovato il portagioie, quello stracolmo di paillette e lustrini della nonna! 
Lo urlava sua madre dalla camera da letto con la porta in fessura. Sua madre stava sempre là, sdraiata, a urlare. Ce l`aveva col mondo intero, o così pensava lei quand'era piccola.
Ora dal portagioie aperto sbucano alcune foto, memorie lontane di gente sconosciuta che forse, un po' come la lei di allora, non esiste più. Le facce, le pose, i corpi se li è rubati il tempo. Le fissa seduta sul treno, mentre fuori scorrono macchie di colori dalle forme allungate. 
Posso sedermi? È libero? 
Richiude in fretta il portagioie con un gesto istintivo. La donna che ha davanti puzza, la sua gonna lunga le struscia contro i jeans mentre si siede e l'odore si fa pungente e insistente. In casa di sua madre c'era sempre odore di disinfettante solo che lei ormai non ci faceva più caso. Una volta, era al terzo anno di liceo, una certa Tamara qualcosa era venuta a casa sua per finire una ricerca insieme. Ma che puzza da ospedale!, aveva detto entrando. 
Intanto la donna davanti a lei chiude gli occhi. Si apre la porta scorrevole ed entra una ragazza, alta e dalla pelle color caffellatte, gli occhi allungati e le labbra vagamente sproporzionate tanto sono grandi. Fa alcuni passi e i loro sguardi si incrociano, le sorride. Negli ultimi anni una sola volta sua madre ha allungato le labbra in una smorfia che poteva essere più allegra delle altre, poteva. Una sola volta quando le ha preparato il creme caramel, pessimo naturalmente, talmente dolce che, dopo, si sono scolate un`intera bottiglia d`acqua fredda. Lasciamelo qui dai, sul comodino, dopo ne mangio ancora, aveva detto sua madre. Lei strizza gli occhi per scacciare l'immagine di quel ridicolo dolce molliccio e instabile che crollava a ogni affondo del cucchiaino.
Le è caduto questo. 
Gli iridi della ragazza sono notti fonde, ipnotiche. Le allunga la sciarpa e lei la afferra distratta. Si alza. "Bologna", sussurra stanco un cartello azzurro scrostato che sbuca per un attimo dal finestrino. Bologna. Quand`è che torni?, sono state le ultime parole di sua madre, l'anno scorso. Occhietti ristretti, pelle a pieghe e ossa accartocciate.
Scende sul binario grigio e Pietro è lì, esattamente dove gli aveva detto di non venire.
Sei in orario.
Non c`erano ritardi.
Dal tabellone non si capiva bene.
Eravamo d'accordo di trovarci nell'atrio.
Si ma da qui ti vedo arrivare appena si ferma il treno.
Piove, sei fradicio.
Sto bene così, non senti l`afa che butta sù il cemento?
Per ora no, nel vagone si sudava.
Stanca?
Sto bene.
Hai fame? Ci fermiamo a prendere-
Non mi va niente. Hai tempo per allungami a casa? Altrimenti chiamo un taxi.
Scherzi? Fra quindici minuti mi scade il parcheggio, basta che ci sbrighiamo, non c'era posto qui davanti, dovremo camminare un po'.
E hai perso l`ombrello.
Dai, se ci sbrighiamo... ora spioviggina appena.
Lo sai che prendo freddo subito, sul treno ho sudato.
Ma se mi dai la valigia grande facciamo prima e seguiamo i portici.
Sono sudata ti ho detto.
Lui si blocca, la fissa appena un attimo, secondi veloci. Poi le fa una carezza sul palmo della mano che stringe il trolley. Una carezza delicata, invece lei le ha detto addio con una stretta di quelle forti, infilandosi tra le dita ossute della madre fino a farsi male. Ora il palmo di Pietro è caldo. Appena un alito di zucchero filato.
Andiamo, le dice e la spinge verso l`uscita laterale della stazione.
Io vengo con te, aggiunge lui camminando, dentro casa. 
E gli occhi le scivolano da tutte le parti. Preferirei di no, sta pensando, preferirei che tu, che nessuno ci andasse. Ma non lo dice. In fondo ora è solo una casa, rimasta chiusa da quando sua madre è morta.
Salgono in macchina, lei starnutisce mentre Pietro ingrana la retromarcia con lo sguardo concentrato.
Che c'è?, le chiede perplesso fissandola in quel modo che riesce solo a lui.
E anche lei lo guarda. Per un lunghissimo attimo bloccato.
A sua madre non sarebbe piaciuto niente, oggi. Avrebbe urlato che uno come Pietro, con lei non c'entrava niente. Che la sua casa abbandonata era una follia o un affronto o qualcos'altro di grave. Che il portagioie doveva restare nel suo armadio, non viaggiare in treno. E che se piove si deve usare l'ombrello o non si va in giro.
Allora? 
Lei scuote la testa. Un altro starnuto.
Andiamo.

© Barbara Gozzi





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