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L'illustrissimo
di Alberto Cantoni


a cura di Carlo Santulli

Editore Lampi di Stampa
Collana Letteratura Italiana
251 pagine br. - prezzo euro 16.00
ISBN 8848802230


Nella Milano di fine '800, il conte Galeazzo di Belgirate, che finora non aveva dato altra buona prova di sé che nel gioco ed in un'inutile storia con una soprano, decide di por la testa a partito, e di sposare sua cugina Maria, recente vedova dopo un matrimonio breve ed infelice con un "ottimo giovane, il quale, prima di prender moglie, aveva voluto fare come fan tutti , senza aver la gran salute da spendere come hanno parecchi altri". Probabilmente Galeazzo sottovaluta il passo che sta per fare, perché sua cugina "era rimasta buona, ma le sue arcuate sopracciglia nere (una delle quali si spingeva un pochino più in su dell'altra verso i capelli) rivelavano subito che un filo di stramberia le era già entrato nel capo". Maria, con concretezza tutta lombarda, gli propone una prova d'amore abbastanza singolare: quella di fingersi per cinque giorni un viandante perso nella campagna mantovana, e di chiedere ospitalità proprio a quella famiglia di mezzadri che coltivano i loro possedimenti di famiglia, i coniugi Gervasi, detti Stentone, della Casanova di Coronaverde. Anzi, dovrà chiedere un lavoro per quei giorni, proprio a quella gente, che da buon padrone assenteista, Galeazzo non conosce neanche di vista, presentandosi come Lazzaro degli Abeti, un nome che il conte aveva scelto qualche anno prima per Carnevale. Tra la preoccupazione per i giorni che lo aspettano e la voglia di superare la prova, Galeazzo si fa lasciare in quelle campagne, vestito poveramente (o almeno lui così crede) e si presenta in incognito (anche se l'accento lo tradisce come milanese).
Questo è il tema sviluppato con arguzia da Alberto Cantoni ne "L'illustrissimo", un romanzo del 1904. Cantoni si muove con abilità tra la satira del padrone assenteista e lo scontro dei suoi usi cittadini con quelli dei suoi "dipendenti" di campagna. Il conte Galeazzo è costretto a muoversi con estrema cautela, attento a non tradirsi ed a far sì che nessuno abbia sospetti. Inoltre incontrerà una serie di donne, molto diverse da quelle a cui era abituato, tra cui la Giovannona, una ventenne, furba, grande e grossa, che non viene sfiorata neanche per un attimo dal pensiero che il "milanese" sia quel che sostiene di essere: "-Non è mica cattivo -saltò a dire Giovannona sempre più stizzita - ma capirà, bisogna dirgli dove ha da metter le mani e dove i piedi. Sa tanto lui di campagna quanto sappiamo noi di galanteria-".
E' chiaro che alla fine si dovrà arrivare ad un chiarimento, anche perchè Maria vuole evitare che Galeazzo si comprometta troppo in quel di Coronaverde, ma non prima di una serie di equivoci molto goldoniani, e di aver ritratto una serie di personaggi paesani, come Don Angelo il curato che parla in difficile, e che: "Batteva le doppie, parlava a filo per maggiore, minore e conseguente; traduceva Virgilio e Cornelio Nepote, quello a digiuno e questo dopo cena ed entrambi con la scusa che erano mantovani per patria ambidue [...]".
C'è un po' di manzonismo in tono minore ("Siamo in quella punta della provincia di Mantova dove il Po, raccolte dalla opposta riva le torbide acque dell'Enza, si getta a un tratto verso settentrione, discendendo per ampio letto fino allo sbocco dell'Oglio. E' questo, per così dire, l'ultimo addio che il regal fiume volge repentinamente alla catena delle Alpi di dove è uscito, per poi riprendere come l'aquila romana il suo cammino contro il corso del sole, e così avviarsi difilato al mare."), un po' di polemica coi toni troppo cupi del verismo ("Cercando pazientemente dovunque, non è mai molto difficile di trovare e dei galeotti non ancora presi e delle male femmine non ancora bollate, ma a che pro' mostrarli tanto quando non rappresentano che delle eccezioni?") un po' di romanzo sociale e parecchio umorismo, ed è senz'altro un romanzo godibile ancor oggi, a quasi cent'anni dall'uscita ("L'illustrissimo" è l'ultimo romanzo di Cantoni, pubblicato postumo nel 1904), mostrando una nettezza di scrittura ed un tratteggio dei caratteri molto interessante.

L'incipit

Come era bello (una buona ventina d'anni fa) quel ricchissimo conte Galeazzo di Belgirate! Alto, con un torace da titano ribelle, con le mani bianchissime, con gli occhi azzurri e malinconici, pareva nato apposta per farsi voler bene e dalle brune che pregiano gli uomini gentili, e dalle bionde che rintracciano i forti. Ma due brutte cose gli impedivano di far valere quella sua gentilezza e quella sua forza, così ben secondate dal cuore onesto e dalla mente sottile: era pigro e fantastico. Mai che un amor vero e profondo, che una fervida e provata amicizia avessero rotto la pace di quella sua anima tranquilla e disutile. Generoso senza avvedersene, finiva sempre per far più e meglio degli altri quando la fortuna, troppo gentile, lo pigliava per il vestito e gliene porgeva l'occasione, ma che egli si fosse mai dato cura di correrle incontro o almeno di porsene in traccia, oh questo poi no! (....)

Recensione di Carlo Santulli
c.santulli@rdg.ac.uk


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