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La curva della notte
di Andrea di Consoli
Pubblicato su SITO


Rizzoli
Prezzo € 10 - 202 pp.
ISBN 8817021687

Una recensione di Maria Pina Ciancio
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curva della notte;La

La scrittura di Andrea Di Consoli viene da lontano, dalla poesia, dalla memoria, dell’inconscio, dalle radici. E’ costellata da barlumi di verità e da illuminazioni che percorrono in accensioni istantanee le sue storie di vita – comuni, “sbagliate”, di provincia – dove i personaggi sono uomini e donne carnefici e vittime “innocenti” di se stessi, di un destino che sovrasta le loro stessa volontà.

Questo romanzo di Andrea Di Consoli, La curva della notte (2008), racconta una storia spietata, senza scampo, che non lascia spazio alle mezze misure, che spalanca voragini da cui non è possibile restare fuori, né estraniarsi. E allora sotto questa spinta radicale ed estrema, non ci si può che arrendere alla “causalità del male”, addentrandosi nei meandri inconfessati della solitudine e della disperazione dei personaggi. Quella di Teseo, il protagonista del romanzo, un ex-ferroviere taciturno del sud, adesso proprietario del Byron un locale alla moda di una piccola cittadina di periferia in riva al mare. Un uomo separato due volte con una figlia, personaggi che “esistevano nel mondo, ma non abitavano più in me” e una miriade di relazioni fugaci, torbide, senza importanza “sapevo da sempre che l’amore è la porta d’ingresso al nostro inferno personale”.
Un romanzo dall’introspezione psicologica, in cui l’io narrante è sempre sull’orlo di un precipizio ineluttabile: un uomo fragile, solo, insicuro, introverso, con due matrimoni falliti alle spalle e una vita sregolata, che Andrea Di Consoli racconta abbandonandosi a un flusso interiore fatto di affermazioni crude e dirette di quello che si è, di una condizione esistenziale dai “limiti” amari, in cui corpo e anima si flettono nello smarrimento, in un groviglio di sofferenze e angosce che hanno il sentore di una “condanna a morte” che paralizza tutti gli organi del corpo. Un dolore kafkiano, dove la metamorfosi si compie nell’abbrutimento e nella deformazione grumosa e statica del corpo.
Ne emerge il ritratto di un uomo che non appartiene più a nessuno se non alla sua interiorità. Il prevalere dell’inconscio sulla volontà cosciente.
Teseo parla, si muove, cammina, fuma schiacciato dalla follia, dagli incubi, dalle ossessioni che gli offuscano la vista in un’esplosione di rabbia, odio e gelosia per l’amico d’infanzia, Rocco, che lo ha “tradito” con la madre. Un impervio intreccio psicologico di persone costrette a vivere, come in una trappola oscura, a stretto contatto tra loro.
E così dopo vent’anni dalla morte, del suo non più giovane amico e rivale, si paventa tra le righe una salvezza solamente lambita e pregustata, che non arriva: il male interiore si aggrava di voci e di sensi colpa “Dentro di me c’erano, vivi di una dannazione, due morti: Rocco e mia madre –e me li sentivo nella pancia” e ancora “non m’era mia capitato di sentirmi così estraneo a me stesso, così privo di orientamento (…) ero immerso, senza scampo, in pensieri che non mi appartenevano, in una spirale di colpe, e di voci che mi davano la sensazione di avere due mani strette alla gola”.
Ne segue un torbido e disperato intreccio di amore-odio-passione tra Teseo e la giovane vedova di Rocco, Iole, entrambi annientati da se stessi, dalla disperazione e dalla follia, dai sensi di colpa che si annidano sul fondo e non si estirpano, non si placano né nella condivisione, nè nella violenta lacerazione della carne. Quelli di Andrea Di Consoli sono personaggi che restano chiusi e vittime di se stessi, che percorrono un “cosciente” viaggio al termine della notte (a voler utilizzare in prestito un’espressione di Celine). Al termine di quella curva interiore e metaforica, che attende prima o poi ogni uomo e oltre la quale non resta altro che un sacco sgonfio, la pallida sagoma di un uomo che muore, sotto il peso degli scarponi di due soldati tedeschi che gli schiacciano il petto, mentre tutt’intorno la vita scorre, senza che nessuno veda, si accorga, sappia. E’ il compiersi di quel senso del disfacimento, della morte temuta e al tempo stesso attesa, sperata, desiderata, come condizione di stasi, di fine e quiete. Andrea Di Consoli, non è mai regista dei suoi personaggi, non li con-duce dall’esterno, ma muove dall’interno, spingendo sotto i pori della pelle e degli occhi. E’ per questo che considero la sua scrittura porosa e assorbente. Permeabile come una spugna, che lascia respiro soltanto nella scansione dei brevi capitoli intervallati da richiami di memorie, i “ricordi lontani” e da anticipazioni-prolettiche sull’ “uomo che muore”, tamburate in un ritmo forte/piano che scorre parallelo alla storia. Una storia dalla scrittura potente, appassionata e che resta. (lettura del 28 aprile 2008)


Una recensione di Maria Pina Ciancio






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