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Memorie bianche
di Domenico Ingenito
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Quando la scoperta si diffuse era l’epoca in cui tutti facevano finta di nulla.
Non ci furono annunci ufficiali, dichiarazioni da parte del primo ministro, tavole rotonde moderate dai rettori delle università, conferenze stampa, titoli cubitali nelle prime pagine, richieste di chiarimenti da parte delle ambasciate estere. Niente di tutto questo. Nemmeno il sindaco rese pubbliche le proprie considerazioni personali riguardanti la scoperta.

I giornali continuarono a parlare dei tagli alle pensioni, dell’aumento dell’inflazione, degli incendi nei boschi, della criminalità in ascesa, delle paternità dubbie dei figli del presidente. La scoperta non intaccò le rotative e passò con un velo di silenzio accanto alle comunicazioni pubbliche.

Fu piuttosto un vocio mesto e incredulo, una diceria che i bambini si sussurravano all’orecchio, un passa parola che si diffondeva, lentamente, dai quartieri più isolati verso il centro. Nei vicoli più bui, dove i balconi quasi toccavano i balconi, le donne stendevano le lenzuola al vento, srotolavano i segreti invisibili delle alcove matrimoniali e con poche parole, nel movimento ordinario dei panni stesi alle finestre, suggerivano ai vicini la portata di quello che stava accadendo nella loro città.

Fu subito un apri-apri di persiane, uno sbattere di finestre, nei condomini le porte aperte e le nonne che salivano e scendevano negli ascensori per chiedere conferme alle amiche di vecchia data, le domestiche che si rifiutavano di commentare per poi telefonare ai propri mariti, i papà che spegnevano i televisori. Indecisi sul da farsi, scendevano in strada per domandare agli amici già in pensione.

Dall’altro lato del fiume qualcosa incominciava a smuoversi. Nei quartieri dormitorio del margine meridionale della città, tra palazzine e centri commerciali, l’asfalto delle strade cedeva il posto ai campi dismessi. Quelle terre indurite dall’abbandono diventarono focolai d’azione di centinaia di persone che, alla fine, avevano deciso cosa fare.

Ognuno scavava come poteva, i nonni affondavano i bastoni fino al manico, li agitavano e li tiravano su. Ai bambini era stato affidato il compito di rastrellare i terreni, in file scomposte, con palette secchielli e rastrelli da spiaggia, disossavano le terre per addolcirle al contatto delle mani dei più disperati.

I disperati erano i più impazienti, nemici di pelle dei contadini che avevano eretto barricate intorno ai loro campi arati, correvano da un posto all’altro alla ricerca di terreni più friabili per affondare le mani. Con le unghie consumate e le dita ferite dalle radici più sottili, i disperati presero a scavare a mani nude nei terreni addolciti dai rastrelli dei bambini. A lavoro di braccia sudate scavano fossi dove, talvolta, qualcuno entrava fino al collo, fino a profondità che solo le scale di legno potevano fronteggiare.

E furono i disperati a raccogliere per primi i frutti sotterranei e silenziosi della loro fatica nel primo sottosuolo. I primi lembi di carta incominciarono a comparire, spiegazzati, irti e taglienti, venivano strattonati a forza viva e cauta per non strappare i margini della memoria. I primi reperti estratti dal sottosuolo erano piccoli e quadrati, incorniciati da quattro strisce bianche, i disperati li raccoglievano con cura incontenibile e uscivano dalle fosse con salti di gioia silenziosa. Caprioleggiavano, saltavano, urlavano senza parole in una corsa sino alle fontane più vicine, dove l’acqua eliminava i resti di terriccio, e i tratti dei volti, alla luce del sole diventavano riconoscibili.

Le prime immagini erano piccole e quadrate, foto protette dal buio della terra, le prime nonne incorniciate da strisce bianche, le prime nonne ritratte decenni prima della loro morte, decenni prima della nascita dei disperati, loro nipoti. Foto scattate nell’ombra delle cavità sotterranee, dove i morti non resistevano alla decomposizione del tempo, i ricordi si cristallizzavano in cartacce traslucide pronte per essere recuperate.

Le famiglie riacquistavano nome, le genealogie di immagini si stagliavano pochi metri sotto la superficie dei quartieri dove fino a pochi giorni prima le persone continuavano a lavorare, mangiare, dormire, vivere facendo finta di nulla. I primi tecnici cominciarono a installare pozzi di estrazione metodica per recuperare dal sottosuolo i pezzi più antichi di memoria perduta quando, al di là dei quartieri dormitorio tra campi e centri commerciali, al di là del fiume, nel centro della città, i portieri incominciavano a presiedere le riunioni condominiali per affrontare la questione dell’asfalto.

L’urbanistica del centro frustrava l’ansia, ormai diffusa, in preda alla quale le persone ansimavano per recuperare le immagini degli avi mai conosciuti, dei bisavoli cacciatori d’elefanti, delle trisnonne cocotte di palazzo, dei nonni aviatori e capitani di lungo corso. L’asfalto si opponeva duramente alle dita che grattavano le strade, trivellare dove le arterie di traffico circuivano i palazzi poteva significare il crollo per quella città costruita su colate di cemento, sulle linee della metropolitana, su fondamenta di piombo e calcare.

Le nuvole correvano veloci quando l’uomo più intraprendente del quartiere laterale trovò una soluzione. Con un calcio spostò le cagne acquattate intorno agli alberi dei viali che conducono alle tangenziali, nel mezzo metro quadro di terriccio contornato dall’asfalto la terra, indurita dal monossido di carbonio e ammorbidita dagli escrementi delle bestie metropolitane, si prestava bene ai primi scavi di mano. A testa in giù le persone incominciarono a colonizzare il suolo pubblico nei punti in cui era trafitto dagli alberi, rigogliosi e spenti nelle strade della città invasa dal traffico dell’ora di punta. Con le caviglie legate ai rami più resistenti, con articolazioni di corde e pulegge, rimuovevano il terreno intorno agli alberi, accarezzando le radici più spesse che salivano in superficie, coccolando con le dita i percorsi di linfa che puntavano alle profondità del terreno.
E come frutti raggrinziti sui rami-radici di una foresta sottosuolo, sottosopra, sul contrario del cielo e dell’asfalto, le prime immagini metropolitane incominciarono a risalire in superficie.

Nonni, trisavoli e bisnonne erano stati ritratti nelle profondità radicali in pose farsesche, nelle immagini di una città di una volta e che adesso non era più, se non nei postriboli dei quartieri popolari. Gli abbracci e i baci degli antenati viveurs, agghindati con pellicce dell’epoca nei viali senza auto, le prime cucciolate, i fasti marmorei di un’epoca in cui la città era considerata il centro dell’Oceano.

I mercatini dell’usato incominciarono a traboccare di foto di avi che nessuno riconosceva, gli orfani del tempo restavano invenduti nelle casse delle fiere di quartiere, le aste si riempivano con le ansie di lasciare agli altri le immagini poco accettabili di una memoria rinnegabile. Nonostante il surplus d’immagini i cittadini si aprirono alle scalate verso le profondità più irraggiungibili dal corpo, le fotografie appigliate alle ultimi(e) radici degli alberi urbani, le più sottili e inestricabili decine e decine di metri sottoterra, quasi a sfiorare di lato i percorsi della metro, erano l’ultima frontiera metropolitana prima delle profondità delle memorie visive, nel buio totale, nei recessi di un’intera città sottocoperta.

Gli esperti si calarono nei baratri, proprio quando le persone, in alto, ricominciarono a vivere come se nulla fosse, come sempre era stato, in fondo alla memoria, negli antri cavernicoli che solo centinaia di anni prima conoscevano la luce del sole.
Nel buio, tra silenzi e ronzii minerali sopravvivevano le ultime immagini, i volti senza nome e senza fiato di persone senza futuro, senza memoria.

Pallidi, in sorrisi spenti e malinconici. Tutti zitti, assopiti dalle carezze del sottosuolo.
Prima ancora che gli uomini inventassero le famiglie, e le città.

© Domenico Ingenito



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(1) La quarta casa di Domenico Ingenito - RACCONTO
(2) Memorie bianche di Domenico Ingenito - RACCONTO



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