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Le vedove bianche
di Antonella Diamanti
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Sfoglio il giornale controvoglia. Non ho mai trovato piacevole la lettura del quotidiano, troppa politica, troppa finanza, troppi interessi di parte.
Lo sguardo scorre sulle notizie di cronaca e ogni volta è dolore.
Li trovo sempre lì, quei titoli apparentemente uguali dietro i quali si consumano dolori veri, quelli che ti cambiano, quelli che ti mutilano.
Non dovrei, lo so, ma lo sguardo cerca fra la dinamica dell’incidente: l’età di lui, di lei, di loro.
Lo leggo, di fretta, senza voler memorizzare nulla, né nomi né luoghi, ed arrivo alla fine alla frase di chiusura, quella che i giornalisti usano ad effetto <.. lascia mamma, papà e due fratelli..>
Sorrido amaramente, il ragazzo deceduto nell’incidente aveva venticinque anni.
Un trafiletto, giusto un paio di colonne. La foto di lui in parte all’immagine di ciò che è rimasto della macchina, poi, subito, un’altra notizia, lo stesso dolore. L’articolo si chiude con il solito <.. lascia moglie, mamma.., papà..> qui lei, la sua donna, viene citata, come se un foglio di carta firmato desse credibilità o validità ad un amore.
Il mio pensiero corre alla ragazza, la sua compagna quella che non è citata, e che non citano mai, eppure c’è, a venticinque anni non puoi non essere innamorato. Sento le sue urla di dolore, le sento fino a me, porto istintivamente le mani alle orecchie, come se il non sentire fisico corrispondesse al non percepire quel dramma.

<.. ha avuto un incidente, si arrivo, arrivo subito> Getto il pigiama di lato e infilo una tuta, la prima che trovo, non mi guardo nemmeno allo specchio. Che ore sono? Le tre. Non so come ci sono arrivata, sono già sulla macchina, mio padre mi accompagna.
Le strade sono deserte, sono tutti a dormire a quest’ora, arriverò prima in ospedale. Non ho chiesto neppure in che reparto è ricoverato, passerò dal pronto soccorso: mi sapranno dire dove andare.
Guardo fuori dal finestrino, mio padre non parla, io neppure... piango, ho paura, hanno solo detto che ha avuto un incidente ed è grave, non hanno aggiunto altro.
Parcheggiamo la macchina, io scendo e corro, mio padre fatica a tenermi il passo, arrivo alla reception un’infermiera mi indica un corridoio, ma non l’ascolto: vedo in fondo al corridoio sua madre.
E’ seduta, le spalle curve, la testa reclinata di lato. Ha in mano un fazzoletto, mi avvicino a lei, piano, ogni passo mi costa fatica, voglio la verità ma la temo.
Lei sposta lo sguardo da quel punto imprecisato del pavimento che stava fissando a me, scuote la testa… piange.
Ormai le sono davanti, lei si alza scuote la testa e mi dice <..non c’è più>.
Indietreggio, colpita in pieno petto da quell’affermazione, due solide braccia mi sorreggono da dietro, mio padre.
Non capisco, mi guardo attorno in cerca di qualcosa, qualcuno. Arriva un’infermiera sento sua madre dire <.. è la sua ragazza> mi guarda con tristezza, forse pietà..
Mi chiede se voglio vederlo, non so che fare, guardo sua madre, lei si mette al mio fianco e mi dice <.. vieni con me>.
Entriamo in quella stanza disadorna, una sedia in metallo, una barella ed una sagoma coperta da un lenzuolo bianco, sua madre scosta il telo… il suo viso viene scoperto.
Non resisto e scappo fuori. Rimango lì, fuori dalla porta, per qualche istante, poi ritorno nella stanza, sua madre gli sta accarezzando il viso. Lo guardo: è bello, nessuna traccia dell’incidente sul suo volto, il bel ragazzo che mi ha fatta innamorare cinque anni prima. Non è possibile, questo è un incubo…
Ho bisogno di un po’ d’aria: esco. Rimango fuori davanti al pronto soccorso, fumo una sigaretta, un’altra... sono già le cinque. Arrivano gli amici, i primi che hanno saputo della notizia.
Chiedo a tutti com’è successo, se qualcuno sa qualcosa, chiedo in continuazione ... nessuno sa, nessuno dice niente.
Torno dentro da sua madre, un signore grande e grosso sta dando istruzioni per la salma, si scusa, dice che è il suo lavoro, ma sono domande che deve fare... <.. avete già un’impresa di onoranze funebri di fiducia?>
Lo guardo inebetita, mi chiedo come si fa ad avere un “becchino di fiducia”, sua madre risponde dicendo il nome di un’impresa e che li avrebbe chiamati subito. Mi sorprende.
Ci spiegano di tornare più tardi che per il momento non potevamo più far nulla lì. Non abbiamo fatto niente in realtà.

In macchina, sulla strada per casa, mio padre mi accarezza il capo. Ha quasi paura a dirmi qualcosa, mormora solo <.. non sai quanto mi dispiace>
Io guardo fuori, gli chiedo se suo padre gli ha spiegato cos’è successo. Mi risponde che ha perso il controllo della macchina, andava piano, probabilmente un malore..
Un malore? Non ha mai neppure avuto un raffreddore. Un malore mentre guidava.
Giungiamo a casa, mia madre mi ha preparato un caffè, lo bevo e vado a farmi una doccia.
Rimango lì sotto il getto caldo dell’acqua, le lacrime si mescolano alle gocce, piango in continuazione non riesco a pensare, riesco solo a piangere.
Devo tornare in ospedale sono già le nove, mia madre mi guarda, anche troppo, mi dà fastidio il suo sguardo indagatore, non so cosa dirle, fa sempre così quando soffre per me, mi guarda e non parla, ma io non so cosa dirle, non questa volta almeno.
Sono di nuovo in ospedale, questa volta in obitorio, o camera ardente, insomma sono lì davanti a lui il mio ragazzo.
Lo guardo e piango, non ho il coraggio di toccarlo, non posso farlo. Sul petto gli hanno adagiato una corona del rosario, sicuramente sua madre, è sempre stata molto cattolica. L’hanno cambiato, ha il completo nero quello che aveva preso per andare al matrimonio dei nostri amici, e la camicia rossa a quadretti bianchi, gli piaceva tanto quella camicia.
Arriva gente, volti conosciuti appena, forse parenti non mi ricordo dove li ho già visti. Esco, mi sento quasi di troppo.
Passo tre giorni così, praticamente pendolare tra l’obitorio e casa mia. Quando sono lì non riesco a stare nella stanza per più di dieci minuti, entro ed esco in continuazione, e quando sono a casa devo ritornare vicino a lui.
Arriva il giorno del funerale, arriva per tutti prima o poi, ma questo è diverso è la Domenica delle Palme e in quella bara c’è il mio ragazzo.
Tutto mi scivola addosso, mi abbracciano, mi baciano io sorrido e piango. Mio fratello mi sorregge di tanto in tanto, non so perché, cammino bene da sola.

E’ finito tutto. Non ho più niente da fare ora. Il silenzio intorno e dentro di me. Mi manca metà della mia essenza. Mi hanno portato via tutto, la voglia di vivere, l’entusiasmo. Mi guardo attorno smarrita. Vorrei sedermi in un angolo e aspettare che passi.
Quest’angoscia mi toglie il respiro.
Dormo?.. Sì, dormo bene. Un sonno profondo senza sogni, ma all’alba mi sveglio piangendo.
Rientro quasi subito al lavoro, se non lo faccio impazzisco. Il mio capo chiude la porta del mio ufficio e non mi fa arrivare telefonate, una delicatezza d’animo che mi commuove.
Le colleghe sono impacciate, non sanno cosa dire è di tutta evidenza, mi dicono, < se vuoi io ci sono>. Le ringrazio, ma loro non sono quello che vorrei.
Devo sforzarmi, devo concentrarmi sul lavoro, le lacrime non si fermano, mi alzo, bevo un caffè, le lascio scendere… prima o poi spariranno.
Torno a casa, i miei parlano di tutto, fuorché di lui, gli amici mi telefonano, per sapere come sto. Non parlano di lui.
Evitano ogni riferimento ad ogni cosa che ci riguarda, no che ci riguardava, io voglio parlarne. Voglio raccontare a tutti di com’era speciale il nostro rapporto, voglio dire quanto ci siamo amati, voglio che tutti sappiano che ci saremmo sposati tra sei mesi. Nessuno vuole che io parli di lui. Tutti evitano, o cambiano discorso.
Allora taccio, mi richiudo in un insalubre mutismo.

Sono passati già tre mesi, guardo il calendario e conto i giorni... tre mesi e due giorni per l’esattezza. Ho perso sette chili, e provo una sottile forma di piacere nel constatare che il mio dolore interiore si è manifestato sul fisico.
Anche gli altri potranno vedere quanto soffro, notando quanto sono dimagrita.
Gli altri? Ma chi? Non c’è più nessuno intorno a me, solo un’amica, gli altri si sono stancati.
Mi tempestavano di telefonate e venivano a casa mia ogni giorno quando non volevo vedere nessuno, mentre adesso... adesso sono solo una lontana voce di paese.
Vado a dormire è presto, ma domani voglio andare a Messa, c’è una chiesa in città dove recitano messa tutte le mattine alle sei.
Non so perché lo faccio, ma mi hanno detto che bisogna pregare per loro. Sì per loro, a me non da nulla, non sto affatto meglio, il dolore non cessa, ma se a lui fa bene lo faccio.
M’addormento subito…

“<.. perché non torni?.. >

<.. si, ma io non so che fare.. senza di te, non ha più senso nulla..>
< .. vivi, vivi per me.. ama, ama per me.. non fermarti mai.. e io ci sarò..>
<… non m’interessa vivere, portami via con te ti prego..>
< devo andare.. di a tutti che sto bene, e ricordati che Lui c’è, non è come pensate voi, ma c’è.. vado>
< no, fermati, ho ancora tante cose da chiederti, ti prego non puoi, non un’altra volta>”

Mi sveglio di soprassalto. Era un sogno, non l’ho mai sognato da quando è morto. Piango, piango tutte le lacrime che mi sono rimaste. Lui non c’è più è inutile, eppure sembrava così vero.
Ho ancora la sensazione delle mie mani nelle sue. Non può essere solo un sogno, ci deve essere qualcosa di più.

Questa nuova consapevolezza ha preso posto dentro me lentamente, mi ritrovo ad accarezzare sempre di più l’idea che qualcosa “oltre” ci sia.
Ma come fare? A chi chiedere? Gli amici mi guardano come se fossi uscita di senno ogni volta che racconto del mio sogno e sostengo che era troppo reale per non essere vero! Non sopporto la loro compassione, sono stufa di sentirmi dire che il tempo guarirà ogni cosa, che sono giovane e che troverò un altro.
Io voglio lui, voglio capire, voglio sapere.
Sono stata già tre volte dal prete della mia parrocchia, ne sa meno di me.. che belle risposte che hanno per il mio dolore <.. mistero di fede, prega è l’unico modo per avvicinarti a lui>.. più prego e più lo sento distante, morto. No, non lo posso accettare.
Le ho provate credo tutte, in sei mesi sono stata nel gruppo dei carismatici, ai ritiri spirituali, con le suore, i monaci. E cosa ho ottenuto? Lui è sempre più lontano da me e io sempre più sola, sempre più diversa dagli altri, sempre più asociale.
Io non provo quello che provano loro, non riesco a sentire quella fede che loro manifestano, a volte mi sembrano dei fanatici. Se solo riuscissi a credere a quello che dicono. Li guardo mi sento invisibile, leggo la convinzione della fede nei loro occhi, nei miei non vedo nulla, sono spenti privi della luce che un tempo li faceva brillare e che piaceva tanto a lui.
Io sono morta con lui.

Sono nella sala d’aspetto seduta in disparte, non voglio che mi vedano o qualcuno mi possa riconoscere. Attorno a me, quadri, immagini di santi, candele accese, un odore forte d’incenso. Entro, tocca a me.
L’uomo mi fa cenno di avvicinarmi e sedermi di fronte a lui, mi prende le mani e sorride. Comincio a piangere, mi capita troppo spesso, ma non riesco a controllare le lacrime che scendono. Lui mi parla piano, ha una voce calda e profonda riesce persino a farmi sorridere. Mi parla di un mondo parallelo al nostro di un’esistenza che non ha mai fine. Parla di lui e di me, mi dice che l’amore è il legame più forte che può unire due anime e queste anime destinate ad amarsi, non possono che rimanere unite, sotto forme diverse magari, ma sempre unite.
L’uomo prende un foglio e una biro, mi sorride ancora, rimane silente per qualche istante poi inizia a scrivere.
Sono emozionata come non ricordavo neppure si potesse essere, come la biro comincia a tracciare percorsi sul foglio io ricomincio a piangere.
Scrive qualche parola, giusto un paio di frasi. L’uomo le legge ad alta voce
“.. sono qui, sono io. Sto bene e ti aspettavo. E’ tutto nell’ordine naturale delle cose. Presto saremo di nuovo uniti in altri cammini..”
Sto tremando, l’uomo mi consegna il foglio, mi spiega ancora alcune cose sui piani sottili delle energie e di come possa avvenire questo tipo di comunicazione, poi mi saluta invitandomi a restare serena.
Mi alzo, chiedo quanto devo dargli, lui scuote la testa e mi dice “mi devi un sorriso”.

Ho letto e riletto il foglio fino quasi a consumarlo. A distanza di qualche giorno, mi rendo conto che non è abbastanza.
La mia razionalità mi fa pensare che quelle frasi non sono sue, lui non parlava così, e poi in pratica quell’uomo ha solo detto ciò che io volevo sentirmi dire.
Comincio a sentire che devo saperne di più, forse in libreria trovo qualcosa sull’argomento.

Altri sei mesi sono passati, credo di aver letto tutto quello che fosse umanamente possibile. Mi sono resa conto di quanta spiritualità ci è stata negata, ma ho trovato nuove certezze, nuova speranza e anche nuovi amici.
Passiamo il nostro tempo libero a studiare, sperimentare a cercare di capire, si è aperta una nuova consapevolezza per me e anche pensare a lui, non è più così doloroso, non lo sento più morto.
Poi c’è quel ragazzo che mi ha invitata ad uscire, mi sento in colpa però, è troppo presto non sono ancora pronta. Ma in fondo che male c’è, ed io ho bisogno proprio d’uscire un po’, di svagarmi o almeno di non pensare per qualche ora a lui.

Ritorno a casa, mi guardo in giro, nessuno mi ha vista. Avevo paura che qualcuno vedendomi con un ragazzo pensasse che mi fossi consolata presto, ma io lo amo ancora non ho mai smesso d’amarlo.
C’è mia nonna: è ospite da noi, strano che sia ancora alzata, la saluto e mi avvio verso la mia camera, mi ferma m’invita a sedermi vicino a lei.
Mi parla piano, ha gli occhi lucidi “ sai, quando io ero ragazza avevo un fidanzato. L’hanno chiamato in prima linea, è tornato in una bara. In tempo di guerra era abbastanza frequente, ma la vostra non è una guerra è anche peggio. A noi ci chiamavano le vedove bianche... non so come chiameranno voi.” Scuote la testa e piange.
Non so consolarla, non so cosa dirle, ma comprendo. Comprendo che il suo dolore lungo sessant’anni sarà anche il mio, comprendo che non passerà mai... assumerà mille volti, mille sfaccettature, ma porterò il segno per tutta la vita di questo amore incompiuto...

Richiudo il giornale, lo faccio con cura, attenta quasi a non sgualcire le parole di quella cronaca.
E penso a voi, a tutte le volte che penserete a loro, a tutte le volte che vi nasconderete perché il bisogno d’amore che avete sarà soffocato dal doloroso marchio di vedove bianche. A tutte le volte che vi sembrerà di sentire il peso degli sguardi degli altri e vi sentirete additate come “quella che era la sua ragazza”.
Penso al vostro amore che non potrà mai più tornare limpido e sereno come quello di allora perché ad ogni piccola difficoltà tornerete al vostro grande sogno incompiuto, ancora più magico perché non è mai finito.. non ha potuto, non gli è stato concesso di realizzarsi.
Ci sarà un nuovo amore, di certo, ma sarà fragile e delicato. Alcune di voi accetteranno amori sbagliati, nell’errata convinzione di non poter amare ancora come prima, mai più.
Queste giovani donne, così emotivamente segnate, così numerose, soffriranno in silenzio perché nessuno le ascolterà mai a sufficienza, a nessuno piace sentir parlare di un morto, ameranno di nascosto, perché si sentiranno in colpa, saranno diverse, perché un dolore così le accompagnerà tutta la vita. Torneranno però ad amare, perché l’amore vuole amore e loro ne hanno tanto, ne hanno per due, e mi auguro solo che chi le accompagnerà saprà capire e rispettare i loro silenzi, le loro malinconie, le cose non dette, perché non potranno parlare del loro amore morto, non potranno parlare dei loro ricordi, ma a questi ricordi torneranno e sarà il loro doloroso rifugio.
E queste giovani donne non sono nemmeno degne di menzione.












© Antonella Diamanti



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