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L'appartamento
di Vito Ferro
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a Julio Cortàzar,

Doveva essere stato un figlio una volta, o comunque un parente.

Non ci sono testimonianze ufficiali di questo, ma un vago sentore nelle loro coscienze lo faceva pensare a tutti gli altri abitanti dell'appartamento.

Quando seduti in salotto, fumando parlando bevendo guardando la televisione, percepivano il rumore lieve della serratura che si apriva, lo spostamento d'aria procurato dalla porta, il cigolio prodotto dalle sue giunture mentre si avvicinava al bagno, la stanza più vicina alla sua di tutte le altre.

In bagno, quando ci entrava (il meno possibile, va detto, una, massimo due volte al giorno, che diventavano tre alla domenica, poiché si faceva la doccia) il rumore prodotto era più evidente, per forza di cose: lo sciacquone attivato scemava la sua intensità solo dopo qualche minuto, il rubinetto strideva nel momento in cui lo si apriva, e le porte degli armadietti sbattevano sorde anche se prudentemente accompagnate. Il fruscio degli asciugamani invece, era difficilmente avvertibile.

Quando era in stanza, non faceva quasi nessun rumore. Ogni tanto un oggetto particolare (una scarpa, una penna, un tappo) gli cadeva per terra, improvvisamente: il solito lievissimo brusio che produceva camminando allora si arrestava completamente, si sarebbe detto che stesse immobile, senza respirare, come a voler placare l'eco inevitabile della cosa rotolante, come a discolparsi per essa; queste cadute improvvise (rare comunque), venivano avvertite dagli altri abitanti dell'appartamento in maniera netta, quasi amplificata.

Creavano rapidi sguardi di intesa tra loro, quando non addirittura esclamazioni che si rompevano in gola, abortite sul nascere, sfiati d'aria che facevano vibrare le corde vocali in suoni inarticolati.

In cucina andava di notte, e prendeva davvero il minimo indispensabile.

Molte volte nessuno si accorgeva della mancanza di cibo o bottiglie dal frigo colmo, per cui era facile chiedersi tra sé se avesse mangiato quel giorno.

Non lo vedevano rientrare da anni e si poteva tranquillamente pensare che proprio non uscisse. Da fuori poi, guardando verso la sua stanza, le serrande quasi del tutto abbassate impedivano di scorgere la sua ombra sfilante, la sua presenza.

Doveva essere stato un figlio una volta, o comunque un parente.

Ora era estremamente semplice dimenticarsi di lui.

E succedeva ogni tanto un po' a tutti gli abitanti dell'appartamento, recandosi in bagno, di spaventarsi, in uno scatto irrazionale, ché al posto di un probabile muro ci trovavano quella porta, la porta della sua stanza.

Si riprendevano, però, subito dallo stupore patito (come dopo uno scherzo grossolano), e continuavano a fare ciò che facevano sempre. 

© Vito Ferro



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(0) Mangiami di AA.VV. - RECENSIONE

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(2) L`archivista di Vito Ferro - RACCONTO
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