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Quelli che vanno ma che, poi, tornano
di Grazia D’Altilia
Pubblicato su PBUNIBOOK2009


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Gli stormi degli uccelli migratori sono uno spettacolo unico. Macchiano i cieli sbattendo le ali contro chilometri di aria. Sono macchie fugaci. Adesso qui. Subito dopo là. Ora figure geometriche. Dopo contorti profili d'immagini. Affascinano per il volo che farebbe scoppiare i migliori motori d'aereo. Un volo instancabile. Con tempi e direzioni costanti. Meglio di qualunque diavoleria inventata dall'uomo. Gli uccelli migratori sanno sempre dove andare e non dimenticano mai dove tornare. Stupiscono per questo. Un ago di bussola ben calamitato. Verso il caldo, il cibo, la sopravvivenza. E allora su nel cielo in andata. Su nel cielo al ritorno. Su nel cielo e mi piace guardarli. Sorvolano la laguna. Vi sostano. Poi partono e dopo un po' di mesi ri-sorvolano la laguna. Vi sostano. Poi ripartono. Sin da bambino ho assistito a tali spettacoli. La laguna distava poche centinaia di metri da casa e nei giorni in cui lo specchio d'acqua offriva ospitalità ai viaggiatori temporanei, mi trattenevo volentieri lungo i margini melmosi spingendo con un ramo il battello di carta da giornale costruito piegando con precisione il foglio e badando di far coincidere perfettamente gli angoli a garantirne la simmetria della vela. Ad ogni modo gli uccelli non mancavano mai. Diverse specie nella laguna avevano preso residenza fissa tanto che cicalecci e voli montavano quotidiane esibizioni in ogni periodo dell'anno. Ma gli arrivi e le partenze stagionali erano una prima assoluta.

            Fu mio padre ad accompagnarmi la prima volta. Mi fece piazzare dietro a delle canne e accosciandosi alle mie spalle mi indicò dei germani. Il piumaggio traluceva tra i riflessi dei fievoli raggi e il luccichio della superficie lacustre. Mi spiegò sottovoce dei loro viaggi e mi confidò che probabilmente un giorno avrebbe abbandonato la sua barca per raggiungere un paese lontano. Come le anatre dalla testa smerigliata.

"Poi come loro torno. Torno con i soldi e con i soldi compriamo una barca più grande." Mi assicurò, scompigliandomi i capelli. Ce ne tornammo a casa. Io con negli occhi quegli uccelli che nuotavano scivolando sull'acqua in mezzo al canneto; e quanto alle intenzioni preannunciate per il futuro quelle soffocarono, invece, nella stretta della sua mano intorno alla mia. Da allora la laguna divenne la casetta costruita sull'albero. Un rifugio. Un nascondiglio. Il luogo dove il volo degli uccelli sapeva aprire la porta alla fantasia. Il luogo dove rivelare segreti ed abbandonarsi alle confidenze. Il via l'aveva dato mio padre. Rimase, però, un avvio senza seguito, perché mi ci recavo da solo e più che ribaltarmi i miei segreti e le mie confidenze non feci mai. Ma quel giorno mi sentii inorgoglito. Avevo appena nove anni e mi aveva parlato da uomo a uomo. Un proposito non ancora condiviso con mia madre ed invece bisbigliato a me davanti ad un esempio di natura garante della promessa "Poi come loro torno..."

Non sapevo, però, che gli esempi si ergono su fondamenta cementate dalla relatività. La relatività della situazione, appunto. Né possedevo gli strumenti per comparare il comportamento animale con quello umano ed affermare che non la laguna bensì un intero oceano si frapponeva tra i due mondi.

            Così, quando circa un anno dopo, a cena ufficializzò la decisione, ebbi la certezza di aver compreso tutto alla perfezione.

"Sono ritornati i germani vero?" mi disse. "Un anno e sono ritornati". Ammiccò fiducioso della mia memoria. Ed infatti gliene diedi subito conferma. "Parti adesso per il tuo paese lontano?"

"La settimana prossima...e attento a tua madre. E a tua sorella...e a te...Non possiamo più sopravvivere  dobbiamo vivere, piccolo. Per farlo servono i soldi. La mia barca non è sufficiente. In quel paese lontano mi aspetta un nuovo lavoro. Il guadagno. Un'altra vita. Per me. Per voi..."

            Mia madre aveva gli occhi lucidi e spenti come quelli del pesce pescato da qualche giorno. La rassegnazione per una scelta che non era riuscita ad evitare. Doveva averne discusso molto, conoscendola; e conoscendola, per non replicare affatto, doveva aver concluso che nessuna motivazione apportata era stata capace di spodestare l'intento di emigrare.

Anche lei mi poggiò la mano sulla testa. Senza scompigliarmi i capelli. Imprimendo piuttosto una pressione che chiese ai muscoli del collo di irrigidirsi. Come a divenire un pilastro. Un pilastro. Il nuovo pilastro. Ero il maschio primogenito.

            Il giorno prima della partenza, raggiungemmo la palude. Poche centinaia di metri. E già dai primi passi, la liquida superficie luccicava sotto il cielo arginata da bassi cespugli, grossolani imbratti  di verde. Ci sedemmo su un masso. Strada facendo aveva raccolto una canna. Prese a batterla sull'acqua e un fruscio di ali si sollevò all'improvviso. Un gruppo di anatre si alzò in volo. Il collo proteso e le zampe ritirate. "Eccole, eccole!" esclamai concitato. "Le vedo." Mi rispose con scarso entusiasmo.

"L'anno prossimo vedrai anche me di ritorno. Vi scriverò una lettera e vi farò sapere il giorno preciso del mio arrivo. Sarò puntuale come queste anatre. Più di queste anatre. Ti scriverò addirittura l'ora e tu dovrai aspettarmi sulla porta di casa."

            Sulla porta di casa lo attesi. Precedeva di qualche giorno l'arrivo degli uccelli ed insieme si andava a battere la canna sull'acqua per vederli volare impauriti. Gli uccelli proseguivano poi il loro viaggio e lui si fermava ancora qualche settimana e con la sua partenza, a breve tempo, il ventre di mia madre prendeva a crescere, cosicché al ritorno trovava ad attenderlo i piagnistei del nuovo nato. Questo per due volte  in quattro anni. Il quinto anno arrivò che la laguna era già spopolata. Si fermò meno di quanto gli uccelli sostavano per riposarsi. Non raggiungemmo insieme la laguna. Faccenda da bambini, spiegò. E nel luogo dei segreti e delle confidenze trassi una conclusione. Qualcosa doveva aver cambiato il suo corso.

            Intanto le barchette di giornale, unica mia destrezza nell'arte di piegare la carta, finivano tra le mani dei miei fratelli. Al tempo minimo necessario per la loro creazione non potevo più sommare quello che ne permetteva la navigazione tenendole a galleggiare fino a quando zuppe affondavano colando a picco. Imparai, invece, ad usare la barca di mio padre. A remare. A pescare. A lavorare. Un'eredità acquisita senza testamento. Non ero più bambino. Alla palude ci si sarebbe potuto recare come due adulti...faccenda da bambini, lui spiegò...quando la verità albergava in altra faccenda. Una promessa che inzuppata di lontananza stava diventando molle come carta da giornale con la pericolosa probabilità di scomparire. Promessa mendace e il timore che venisse scoperta. A scoprirla, però, bastò poco. Poco tempo. Un anno solamente. Al sesto non fece ritorno. Né al settimo. Né all'ottavo....

            Mi piace guardare gli stormi di uccelli sorvolare la laguna. Nubi veloci. Informi chiazze. Ali spianate dentro al vento. Colori che si omogeneizzano in uno solo. Che sia bianco. O nero. O grigio. È comunque vita o sopravvivenza, là, in alto nel cielo. Mi riempiono gli occhi come fa la pioggia con una tinozza lasciata in giardino. Con semplicità ed abbondanza. L'abbondanza di riti ripetuti. Quelli della natura per preservare le specie, l'evoluzione, il creato. Gli uccelli continuano a migrare. Sanno sempre dove andare e non dimenticano mai dove tornare. È una promessa che scrivono nel cielo. Per tutti e per nessuno. S'impara a leggere o si resta analfabeti. Lo insegno a mio figlio lui che va a scuola e ha poco tempo per guardare gli uccelli volare. Lui che va a scuola e non ha tempo per lasciare barchette di carta affondare.

Io, però, gliene piego una con un cartoncino duro. Così resiste più a lungo. L'invito a colorarla. Perché sia più bella dei miei vecchi fogli di giornale. E un giorno mano nella mano si raggiunge la laguna. Qualche centinaia di metri in più rispetto all'abitazione della mia infanzia. Ma lo specchio d'acqua si scorge comunque a luccicare sotto il cielo.

            Sul tonfo dei passi s'intrufola il mutismo del passato...io nei pressi della laguna non sono solo sopravvissuto. Continuo a viverci. Sono uccello stanziale. Legato a questo fondo melmoso, all'acqua torbida, ai cinguettii, ai cespugli, agli insetti, a questa terra. Più che fare il giro a pelo d'acqua non voglio. Più che remare e pescare non voglio. La mia barca è piccola ma sufficiente. Non saprei timoneggiare una più grande imbarcazione. Non si tratta di ripiego. Abbandono. Rassegnazione. È scelta. Per questo non m'aggrappo ai voli, li ammiro sgranando gli occhi. Non m'angustio per ipotetici guadagni, mangio con gusto il mio pescato. Per questo non capirò mai mio padre e continuerò a chiedermi incessantemente a quale razza d'uccello lui appartenesse visto che cessò la sua migrazione...Forse ai fenicotteri dello stagno Molentargius che hanno smesso di spiegare le ali a lunghi viaggi per risiedere, piuttosto, durante l'anno intero tra la palude e le vicine saline? Anomali i fenicotteri. Uccelli migratori senza costanza di tempi e direzioni...ma forse dispensano promesse? Forse prendono per mano e assicurano il loro ritorno? Forse trattano da adulti i bambini e da bambini gli adulti? Forse che scoprono con i loro voli cime indorate dove vivere non è solo sopravvivere?

I fenicotteri non raccontano bugie. Mio padre, sì! Le ha raccontate....

            Un groppo mi chiude la gola. Certe promesse si ormeggiano al cuore. I nodi si stringono per non sciogliersi neppure quando non esiste più un senso. Ma avere un padre ha sempre senso. E questo senso non cede...nonostante la ferita e il suo volo di sola andata.

Stringo più forte la mano di mio figlio. Me ne rendo conto quando replica "Ahi, pà, mi fai male!"

"Scusa, Libero, è che...." Mi fermo. Cosa dirgli? Del nonno sa che è volato via. Via nel cielo. In paradiso. Come tutti i buoni e bravi e saggi pescatori.

"Scusa, Libero, è che ti voglio bene!"

Un cuore ferito è sufficiente. Turbarne un altro non avrebbe significato. Meglio lasciare la visione di un nonno che parla e cozza un bicchiere di vino contro quello di angeli che ne elogiano le virtù e i sacrifici. Aiuta anche a costruirmi una menzogna, quella che, con nodi meno stretti, ormeggia un senso che vuole bilanciare una promessa non tenuta. Lo salvo per la tranquillità di mio figlio e soprattutto per la mia....

            Dopo pochi minuti siamo a riva e mettiamo in acqua la barca. Galleggia e si sposta accompagnata dalla canna che spinge. Mio figlio concentra l'attenzione su questa nuova mansione da timoniere. Bizzarro timoniere! Bizzarro al punto tale da sospingere improvvisamente al largo la barchetta e lasciarla senza guida. Libera nella quasi totale immobilità della laguna, quando io la rendevo mia compagna fino all'affondamento completo. La guardiamo mentre staziona come se davvero avesse gettato l'ancora. Approfitto del silenzio.

"Sai- gli dico- quando ero bambino venivo spesso qui a giocare. Ci venivo quando ero contento ed anche quando ero arrabbiato. E tante volte a guardare gli uccelli. Le anatre dalla testa verde.."

"Con il nonno?" mi interrompe.

"Qualche volta, sì, con il nonno." Preciso con freddezza. "E' bello guardare gli uccelli che sopravvivono per vivere..." aggiungo.

"Cosa?" mi chiede di fronte all'enigmatico gioco di parole. Come spiegare ad un bambino faccende da adulto, dovendo riferire del percorso interiore indispensabile all'intelligibilità della frase pronunciata? Non insiste ed io non rispondo, pentito dell'affermazione fuori dalla sua portata.

"Quando arrivano le anatre, pà? Fra poco vero? Ce lo ha detto la maestra..."

"Vuoi vederle?" dico entusiasta.

"Sì, pà, lo sai che gli animali sono la mia passione. Da grande farò il veterinario. E tornerò qui a curare i cavalli e le mucche del signor Toni e le anatre che si feriscono le ali."

            No, non voglio promesse davanti a questa laguna! La laguna le risucchia nella melma del fondo dopo averle fatte tintinnare sull'argento della sua superficie...tintinnarono le parole di mio padre. Si vestirono di luce e di riflessi. Di foglie e di fiori. Di albe. Di albe rosse e vive e nuove...ma l'alba è sempre nuova. Ovunque. Vorrei poterlo dire a mio padre che l'alba è sempre nuova. Da uomo a uomo, adesso che ad essere qui, lo saremmo stati entrambi. Un uomo contro un altro uomo. Anzi un uomo insieme ad un altro uomo. No, nessuna promessa che trapassi il mio timpano per annodarsi al futuro. Molto del tempo usato a pensare il futuro è stato attesa. L'attesa per un ritorno vivisezionato nei minimi particolari. Fisici quanto emotivi. In ogni alba nuova dentro cui ho aperto gli occhi la voce che mi aveva assicurato "Poi torno. Come loro torno..." si è abbassata e da lontano, talvolta, ancora vuole bisbigliare. Severo la zittisco. L'ho fatto innumerevole volte. Ho imparato a farne a meno. Ho imparato che le promesse sono fiori da curare se si vuole che un giorno possano sbocciare. Non semi lanciati e lasciati ad essiccare sotto il fiato del vento o a marcire dentro le lacrime della rugiada o a bruciare dardeggiati dai raggi del sole. Le promesse sono rispetto. Cosa dire allora a mio figlio? Attenzione al fare promesse? Forse che non gli spezzerei un sogno? Mio figlio non è mio padre. Lui è bambino, mio padre era adulto. Mio figlio deve imparare a conoscere quali fiori far sbocciare; mio padre ne conosceva già tanti. Mio figlio delle anatre che vanno e che vengono non ne sa ancora nulla; mio padre me le aveva mostrate come esempio. L'esempio della natura rituale. Certa. Eterna... come doveva essere la sua promessa.

"Non so, Libero, se nella nostra laguna, arrivano anatre con ali ferite. Io le ho viste sempre volare ad ali spiegate. Ma se tu tornerai qui dopo i tuoi studi io ne sarò felice ed anche le mucche e i cavalli del signor Toni..e le anatre si sentiranno più sicure e protette...I ritorni sono bei segni..."

I ritorni sono bei segni. Sono braccia avvinghiate ai propri luoghi. Origini ed affetti tenuti al posto d'onore. Semi curati e fiori sbocciati. Sono la risposta a parole, un giorno, fatte volare e che, non inanellate,  si  seguono a distanza con il solo sentimento, quello che inventa e che sa anche giustificare......Ma tu. Libero, tu che sai leggere e scrivere e che studierai in una grande città da dove non si scorgerà il luccicare della laguna, non avrai bisogno di spiegazioni né di leggere questo sfogo. Da te, comprenderai che tuo padre è uccello stanziale, che ama i migratori. Quelli veri. Quelli che vanno ma che poi tornano.

© Grazia D’Altilia



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(1) Quelli che vanno ma che, poi, tornano di Grazia D’Altilia - RACCONTO



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