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Il soffiatore di vetro
di Carla Montuschi
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La vista è un senso importante, ma da sola non basta a garantire una valutazione oggettiva ed esaustiva della realtà.

A chi non è mai capitato di osservare un oggetto, una situazione, di stimarne “ad occhio” il peso, e poi  accorgersi di essersi sbagliato?

Guardare non basta. Quella del soppesare è un’abilità assai complessa che richiede l’uso di  tutti i nostri sensi e che, nonostante di essi, giunge comunque molto spesso a conclusioni errate. Soppesare un oggetto od un essere vivente, comporta sempre un giudizio che, una volta espresso, è causa di conseguenze difficilmente  revocabili.

Il giorno che ruppi il mio vaso preferito pensai proprio a questo. Pensai che, sebbene conoscessi  quell’oggetto sin nei suoi più insignificanti dettagli, in un attimo di triste distrazione  mi ero dimenticata di quanto esso fosse lieve. Lo sopravvalutai, lo sollevai con enfasi ed esso sfuggì dalle mie mani compiendo una goffa parabola verso l’alto, che si concluse con uno schianto sul pavimento.

Era un vaso di vetro dalle dimensioni poco più  grandi di una mela. Lo avevo acquistato a Murano in un buco che, se non fosse stato per la finezza della merce esposta, non era neppur degno di essere chiamato negozio.

Gli scaffali erano occupati da una miriade di vasi simili al mio, avevano tutti la stessa forma, assomigliavano a tante bolle  di sapone varie solo per colori e misura.

Osservai l’angusta vetrina impietrita, era come se all’improvviso avessi ritrovato lì tutti miei sogni di bambina. Le bolle di sapone con cui amavo tanto giocare, si erano cristallizzate ed avevano trovato finalmente  modo di sopravvivere alla propria fragilità.

Ammirai estasiata la leggerezza di quegli oggetti appoggiati sulle mensole, la loro magia mi aveva incantato. Ad un tratto, sullo sfondo dell’esposizione, vidi  l’artefice della magia… il fuoco!

La bocca di una fornace spalancata riluceva degli stessi colori riflessi dalla trasparenza del vetro.

Non paga della prospettiva minima che si poteva intuire fra gli scaffali entrai nel negozio, volevo osservare più da vicino l’alchimia che trasformava la silice in fuoco, poi in vetro compatto ed incandescente, ed infine in vetro freddo e trasparente.

Un ragazzo dalle fattezze indefinite maneggiava con destrezza e precisione un’asta, ad un estremo della quale c’era una piccola palla che assomigliava al lapillo di un vulcano. Il ragazzo lavorava sul ciglio infernale della fornace e di tanto in tanto intingeva l’oggetto nel fuoco. Lo ruotava, gli soffiava dentro il proprio alito, come se volesse donargli una sorta di anima.

L’oggetto, a sua volta, ricambiava le attenzioni del ragazzo rispondendo alle sue mani come se fosse vivo. Palpitava, attraversato da una miriade di colori che cambiavano a seconda della sua temperatura. Assistetti ad un gioco bilanciato di acqua e fuoco, caldo per fondere e freddo per consolidare. Ammirai una danza composta da gesti attenti e ripetitivi, in cui creatore e creatura dialogavano in segreto. Il silenzio era rotto solo dal crepitio del fuoco e dal frusciare dell’acqua che diveniva vapore.

Scelsi la mia bolla. Non mi domandai neppure per un attimo quanto sarebbe costata. La scelsi e basta.

Richiamai l’attenzione del ragazzo, che nel frattempo aveva concluso la sua opera, e gli domandai, indicandolo, il prezzo del vaso.

La sua risposta mi colse di sorpresa. Egli infatti disse:

«Dipende da quanto Lei reputa importanti i suoi desideri…»

Mi irritai. Con quella risposta bizzarra sembrava che egli volesse impicciarsi di questioni  troppo personali per essere discusse con un estraneo. Mi sembrò una risposta presuntuosa ed impertinente. Ma il vaso mi piaceva troppo e quindi simulando una certa calma risposi:

«A seconda delle priorità del momento, cerco di dare ai miei desideri il giusto peso»

A quel punto il ragazzo, lanciandomi un’occhiata gelida disse:

«Allora faccia finta che il vaso che vuole acquistare da me sia un desiderio, lo prenda in mano e lo esamini. Il costo del vaso, corrisponde esattamente al peso che lei avrà stabilito essere equo.»

Pensai di aver incontrato uno dei tanti malati di mente rimessi in libertà dopo la chiusura dei manicomi, pensai che sicuramente la genialità dell’estro di quel ragazzo dipendesse dalla sua follia, ma feci esattamente come mi aveva chiesto. Sollevai il vaso con una certa cautela e rimasi sbigottita dalla sua leggerezza.

Dissi che il vaso era molto leggero e che la delicatezza della sua manifattura non poteva costare così poco, di sicuro esso doveva avere un valore maggiore.

Il ragazzo, guardando il vaso fra le mie mani disse rudemente:

«Mi dia esattamente quanto le ho chiesto, avrà modo di accorgersi con il tempo se il prezzo da lei stimato sarà stato equo.»

Poi mi conficcò gli occhi in faccia.

Mentre gli porsi il denaro, un brivido percorse languidamente la mia schiena, scosse  in modo così lento e preciso ciascuna vertebra, che mi sembrò di poter contare osso per osso. Quel brivido durò un tempo infinito.

Ero come scissa. Il mio volto avvampava nel calore della fornace, la mia nuca raggelava avvolta dalla paura che lo sguardo diabolico del soffiatore di vetro mi trasmetteva.

Egli avvolse con cura la mia bolla di cristallo in un foglio di giornale. Appoggiò poi il pacchetto sul bancone, ed afferrò il denaro senza neppure contarlo, continuando a fissarmi.

Agguantai il mio acquisto, salutai il ragazzo senza nemmeno guardarlo in faccia ed a passi rapidi mi dileguai. Svoltai l’angolo della strada. Nel mentre di un lungo respiro, atto a riprendermi dall’apnea di un momento precedente, aprii delicatamente il pacchetto ed osservai fiera il mio tesoro.

Nonostante lo avessi regolarmente pagato, mi pareva di averlo rubato.

Scrollai di dosso quella stupida sensazione con un sorriso di circostanza,  e tornai in albergo.

Al ritorno a casa, prima ancora di disfare i bagagli, cercai proprio la mia bolla. Temevo che il viaggio avesse potuto corromperne la fragilità.

Era integra… tirai un sospiro di sollievo!

La sistemai su di una mensola vicino al mio letto. Là sopra tenevo tutti i ninnoli che solevo acquistare durante ogni mia avventura. Erano inutilerie che servivano a rievocare i viaggi con la mente, dettagli di ricordi che mi aiutavano a liberarmi dal senso di soffocamento inflitto dalla quotidianità.

Il vasetto splendeva nella luce della stanza, rifletteva il mio volto e con esso i miei sentimenti.

Decisi che non sarebbe rimasto vuoto. Pensai che fosse adatto a contenere i miei sogni e così decisi che ove i miei piedi avessero calpestato terra importante, terra legata a momenti significativi della mia vita, ne avrei raccolta un poco e l’avrei conservata lì dentro.

Così, a poco a poco, il vaso si riempì di un frammento di mondo. Lo colmai con minuscoli dettagli dei quattro continenti: dalle terre polverose ed arse di Africa sino alle terriccio umido dell’Asia, dalle terre giovani d’America alle terre antiche d’ Europa.

Colmandosi di terra, sabbia e polvere, il vaso acquisì un peso nuovo, assai distante dal suo peso originale, ma comunque ancora incredibilmente lieve.

Ogni volta che, al ritorno da un mio viaggio, aggiungevo un cucchiaino di terra, mi ritornava in mente il negozio di Murano, mi sembrava sempre di averlo pagato troppo poco, tanto più che nel corso degli anni esso si era fatto sempre più pesante. Cercavo di soppesarlo di nuovo ed, in un gioco quasi perverso, tentavo di immaginare quale fosse un prezzo veramente equo….

Non mi sembrava mai abbastanza.

Un giorno pensai persino che l’idea di colmarlo di terra in realtà celasse l’alibi, appesantendolo, di trovare il giusto prezzo. Era come un rompicapo che continuava a rimbalzarmi nella testa, non sapevo rispondere alla domanda del negoziante, non sapevo definire quale potesse essere il costo di un mio desiderio. Sapevo che esistevano desideri per la realizzazione dei quali sarei stata disposta a pagare qualunque prezzo, ma mi riusciva difficile il dover esser io a definire quel prezzo dal momento che esso non poteva essere un “prezzo qualunque” ma un prezzo equo!

Desiderare significa aver a che fare con le proprie pulsioni,  si tratta di un contesto rapido, impulsivo, che è assai distante dal raziocinio.

Compresi il senso della domanda del venditore solo il giorno in cui vidi la terra sparsa sul pavimento. Il vetro era praticamente scomparso. Polverizzato e mescolato insieme alla terra. In quel momento mi sembrò impossibile che un oggetto tanto lieve, tanto fragile avesse avuto in sé la forza di contenere il peso di tanto mondo svanendo poi, come non fosse mai esistito, una volta terminato il suo destino.

Radunai con le mani la terra e quei cocci invisibili. Un minuscolo frammento di vetro si conficcò nella  mia carne.

Bruciava  quasi a ricordarmi che proveniva da un lapillo incandescente.

Il volto del ragazzo che lo aveva plasmato prese forma nella mia mente.

Ora l’oggetto non c’era più. Il desiderio era infranto e l’ansia di trovare un prezzo equo aveva perduto il suo significato.

Forse la risposta giusta era proprio quella.

Un desiderio non possiede di per se stesso un determinato “prezzo equo”. Può valere tutto e niente in quanto esiste solo sino a quando non venga soddisfatto… dopo, diviene solo il ricordo di quanto saresti stato disposto a spendere per realizzarlo. Non vi è modo di definire un prezzo equo, poiché esso può essere sminuito dall’impellenza di dover rispondere ad una pulsione.

Compresi così che, data la leggerezza del mio vaso, forse avrei dovuto chiedere al venditore di regalarmelo…

Talvolta solo la realizzazione gratuita di un desiderio rende realmente onore al suo valore, solo in questo modo un desiderio rimane tale e non rischia di scivolare nel significato banale di un capriccio.

© Carla Montuschi



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