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La vita degli altri
di Diana Facile
Pubblicato su SITO


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Marco aprì la porta di casa col cuore gonfio. Non ci sarebbe stato nessuno ad accoglierlo. Varcò la soglia e si ritrovò in anticamera. Si guardò intorno amareggiato. Tutto era rimasto immutato. Lasciò cadere lo zaino e si avviò in cucina. Laura era seduta al tavolo, intenta a sfogliare una rivista. Sul fornello la pentola a pressione iniziava a fischiare. “Ciao” le disse Marco. Lei alzò lo sguardo e lo salutò con un semplice cenno del capo. Poi riprese a sfogliare distrattamente le pagine della rivista. Suonò il telefono e Marco si precipitò a rispondere.
“Ciao papi. Volevo avvisarvi che non tornò per cena. Mi fermo da Elisa e poi andiamo al cinema. Non aspettatemi.”
“Ok, divertiti...” le rispose come sempre. Un pensiero gli attraversò la mente, rapido come una freccia. “Perché non le ho detto di tornare? Sono tre settimane che manco da casa!” Si trascinò pesantemente sulle scale e si diresse nello studio. Monica era lì, imbambolata davanti allo schermo del computer.
“È quasi pronto, che ne diresti di lavarti le mani e apparecchiare la tavola?” le disse con un tono che non ammetteva repliche. Monica obbedì sbuffando annoiata.
Marco entrò in camera da letto, si spogliò lentamente e si buttò sotto la doccia. Voleva liberarsi di quello sguardo. Lo sguardo vivace e profondo di quella ragazza, incrociata appena, che sembrava averlo denudato e che l’aveva accompagnato fin lì, fin dentro casa. Ma ora doveva in qualche modo sbarazzarsene per poter rientrare nella sua vita.
Dopo cena uscì. Il freddo era pungente e penetrava nelle ossa, ma sentiva il bisogno di prendere aria. Si incamminò lungo il viale alberato che conduceva alla casa materna. Si guardava attorno in cerca di punti di riferimento. Invano. Si sentiva uno straniero in quella città, esattamente come si era sentito un ospite in casa sua. Si sedette su una panchina e si accese una sigaretta. Di fronte a lui una coppia discuteva animatamente. Lei piangeva e le sue parole giungevano confuse, ma quelle dell'uomo erano chiare e distinte. “Mi dispiace piccola, non posso farlo. Ci ho provato credimi ma non ce la faccio a mollare tutto per stare con te! Mia moglie me la farà pagare cara, me l'ha detto chiaramente. Se esco da quella porta perderò tutto! Io non ero pronto a questo quando è cominciata questa storia… non sono ancora pronto… Dobbiamo smettere di vederci o continuare così, nascondendoci…”
Marco si sentì uno spettatore indiscreto e si allontanò. Ma le parole dell’uomo continuavano a risuonargli nelle orecchie e si confondevano con quello sguardo che sembrava non volerlo abbandonare.
Giunse dinanzi alla casa della madre e suonò alla porta. Prima ancora di intravederne la sagoma, fu investito dalla voce autoritaria della donna. “Era ora! Hai finito di andare in giro per il mondo a fare il vagabondo? Quando ti deciderai a mettere la testa a posto? Quando ti deciderai a crescere?”
“Ciao mamma” si limitò a replicare Marco. Alla donna bastò una semplice occhiata per capire che la persona che aveva davanti non era il suo Marco. Si limitò a dirgli poche parole che lo travolsero come una valanga.
“Si direbbe tu abbia trovato qualcosa figlio mio. Si direbbe tu abbia trovato ciò che cercavi. Sono tua madre e ti conosco meglio di chiunque altro. So di cos’hai bisogno. E credo di essere nella posizione di poterti dire ciò che è giusto fare. Hai una brava moglie, due splendide figlie, una bella casa e una vita agiata e tranquilla. Hai tutto ciò che un uomo perbene possa desiderare dalla vita. Non ti serve nient’altro… e nessun’altro… Sei sempre stato un bambino difficile e la morte precoce di tuo padre non ha sicuramente giovato alla tua educazione, ma io non ti ho mai fatto mancare nulla. Mi sono sempre sacrificata per te, per crescerti nel migliore dei modi, non dimenticarlo mai. Ora sono anziana e sono io ad aver bisogno di te!” A Marco mancarono le parole. Si limitò ad abbracciarla e riprese la via di casa.
Nel rientrare fece un giro lungo. Il ricordo di quella ragazza così semplice e complicata al tempo stesso lo tormentava. Non era stato niente più di un incontro fugace, giusto la durata della tratta aerea tra Bamako e Casablanca. L’aveva notata nella saletta d’attesa dell’aeroporto. Era sola e la sua aria raggiante e sicura di sé l’aveva impressionato. Avrebbe voluto avvicinarla con una scusa qualunque ma non ne aveva avuto il coraggio. Casualmente, se l’era poi ritrovata seduta accanto sull’aereo. Si nascondeva dietro il giornale aperto e la spiava con la coda dell’occhio. Era stata lei a prendere l’iniziativa. “Sei stato anche tu al Festival del Deserto?” si era limitata a chiedergli. Una semplice domanda che aveva risvegliato tutte le emozioni vissute negli ultimi giorni. Quelle stesse emozioni che si stava psicologicamente preparando a seppellire nei meandri del suo inconscio avevano improvvisamente trovato un interlocutore. Qualcuno con cui poterle condividere.
E così avevano cominciato a chiacchierare, come due vecchi amici che non si vedevano da tempo. Una cascata di parole inarrestabile che sfociò in un pensiero buttato li, estemporaneo. “Beata te che sei libera…” le aveva detto. Lei l’aveva guardato stupita. Non c’era ombra di giudizio nel suo sguardo, ma si era sentito ugualmente in dovere di riscattarsi ai suoi occhi. “Cioè… non fraintendere… io sono felice della mia vita. Ho due splendide figlie che mi danno un sacco di soddisfazioni e una moglie comprensiva che mi permette di concedermi qualche piccolo momento di svago… mi sono sposato giovane, eravamo entrambi giovani, e poi sono arrivate le ragazze e… ogni tanto sento il bisogno di respirare… ma tu non puoi capirmi. Sei così fresca, così intraprendente, così coraggiosa… hai tutta la vita davanti a te…” Lei si era limitata a prendergli la mano e stringergliela tra le sue, trasmettendogli calore umano. Quel gesto era stato sufficiente a non farlo sentire più solo, forse per la prima volta in tanti anni. Nel prepararsi all’atterraggio, Marco aveva colto un velo di tristezza insinuarsi dentro di sé. Ma aveva cercato di non lasciar trapelare il suo stato d’animo e si erano salutati con un abbraccio, ripromettendosi di ritrovarsi un giorno in qualche angolo remoto del pianeta. A Casablanca l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando lei non era scomparsa definitivamente, poi si era incamminato verso il suo gate.
Quante ore erano passate da quell’incontro? Sei? Otto? Dieci? Aveva perso il conto. Lui percepiva la sua presenza come se lei fosse ancora lì, accanto a lui. S’inebriava del suo profumo e la sua risata leggera e genuina continuava a risuonargli nelle orecchie. Come in un film al rallentatore, vide scorrere davanti agli occhi la sua vita. Rivide il bambino che era stato, timido e impacciato, sotto la vigile sorveglianza di una madre autoritaria e austera. Rivide il secchione solitario del liceo rincorrere la sua adolescenza ormai perduta. Rivide Laura a diciannove anni, il giorno in cui l’aveva conosciuta davanti alla segreteria dell’università. Il loro primo appuntamento. Il primo bacio. Lei era sempre stata molto protettiva, molto materna, molto premurosa nei suoi confronti. Era strano ricordarla così. Ora era un’altra donna. O forse era lui ad essere un altro uomo. Rivide il suo primo giorno di lavoro, una settimana dopo la laurea. Non tutti i neolaureati hanno la fortuna di trovare il lavoro che sognano. Ma per lui era stato così. Rivide la madre che scolava la pasta comunicargli che alla Mondadori cercavano un redattore e che la moglie dell’amministratore delegato era una sua vecchia amica. Lui non aveva obiettato. Non aveva nulla da obiettare. Era un’occasione irripetibile. Gli era bastato presentarsi al colloquio per essere assunto, senza dover nemmeno sostenere il periodo di prova. L’anno seguente lui e Laura si erano sposati e avevano chiesto un mutuo per comprare una villetta a schiera, giusto a un chilometro di distanza dalla casa materna. Poi erano arrivate le figlie, a distanza di due anni l’una dall’altra. Cosa poteva desiderare di più dalla vita? Non era questo che tutti inseguivano? Non era questo che lui aveva sempre desiderato? Doveva sgombrare la mente dal ricordo di quella donna così lontana da lui, dal suo mondo e dal suo modo di essere, e riprendere il controllo della sua vita. Ma non era facile. Le parole di sua madre, quelle dell'uomo seduto sulla panchina e la solitudine di casa sua si ammassavano e si sovrapponevano a quello sguardo, il suo sguardo, togliendogli lucidità.
L’abbaiare prolungato di un cane lo riportò alla realtà. Come per incanto, si trovò davanti alla porta di casa. Tutte le luci erano spente ed entrò come un ladro, senza fare rumore. Non voleva rischiare di svegliare Laura. Non era pronto per trovarsi da solo con lei nell’intimità. Non ancora. Prese un sonnifero per addormentarsi. Non voleva pensare a nulla. Aveva bisogno del vuoto assoluto per poter tornare in sé.
Una mattina di maggio il cellulare vibrò nella sua tasca. Era solo in casa. Laura e le ragazze erano uscite con sua madre. “Cos’avranno ancora da rompere?” esclamò stizzito, e per un istante ebbe l’impulso di non leggere. Ma non poteva farlo. Cercò di convincersi che fosse accaduto qualcosa di grave, anche se in cuor suo ne dubitava, e aprì il messaggio. Non appena vide quel numero, il cuore accellerò i suoi battiti. “Ciao. Sono a Milano in partenza per Niamey. Ci vediamo per un caffè?”
Non perse nemmeno un minuto. Si alzò e corse in camera da letto, aprì l’anta dell’armadio e tirò fuori una sacca, vi gettò dentro un paio di jeans, due T-shirt e due cambi intimi. Prese la macchina fotografica e la carta di credito e sbattendosi la porta alle spalle si incamminò verso la metropolitana.

© Diana Facile



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