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Ambrosia per due
di Francesco Nucera
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Riluttante, Max seguì Paolo fino all'ingresso dell'Ade. Dal basso salivano zaffate di fumo acre.

«Dai muoviti, che stanno iniziando a suonare.» Paolo si intrufolò fra due colossi e sparì.

Max si voltò verso la fila ancora interminabile. Non gli andava di vedere i Cerbero, il punk rock non gli piaceva per nulla, ma il suo amico aveva insistito.

«Scusa, hai intenzione di entrare o te ne starai lì tutta notte?» Una voce femminile interruppe i suoi programmi di fuga. Max si girò e rimase impietrito. Davanti si trovò una ragazza sul metro e ottanta, con lunghe trecce nere che le scendevano sulle spalle. Indossava un vestito scuro aderente, che faceva risaltare le curve perfette. Una profonda scollatura copriva a stento i seni.

«Allora, che intenzioni hai?» chiese lei.

«Starmene qui a osservare la più bella dea che abbia mai visto» Le parole gli uscirono di getto, senza che lui le volesse pronunciare.

«Peccato, perché io sto entrando. Senza di me la festa non può iniziare.» La ragazza si infilò giù per la scalinata da cui era scomparso Paolo poco prima.

Ancora frastornato, Max percepì un profumo inebriante di primavera. Non si sarebbe perso il concerto dei Cerbero.

Nella sala di sotto la folla era accalcata. Max cercò un angolo in cui rintanarsi. Svanito il profumo dolce che aveva lasciato quella ragazza, aveva ricominciato a chiedersi cosa ci facesse lì. Si sentiva a disagio, era l'unico a indossare vestiti per cui nessuno ti avrebbe guardato male in strada. Ma in compenso lì l'effetto era contrario.

Un forte colpo alla schiena gli fece fare tre passi in avanti.

«Andiamo a bere qualcosa, magari ti sciogli un po'.» disse Paolo superandolo. Max strabuzzò gli occhi, finalmente aveva capito perché non riusciva a trovarlo. Il suo amico si era cambiato di abito, e ora indossava un paio di pantaloni in pelle che ne lasciavano libere le natiche. Sempre più confuso lo seguì al bancone.

Senza nemmeno accorgersene Max teneva già stretto un bicchiere ricolmo di un liquido giallo.

«Cos'è?» chiese al suo amico che ripose facendo l'occhiolino. Non si fece più domande. Aveva capito che quella era una delle serate strane, in cui Paolo lo trascinava fin da quando erano ragazzi. Sconsolato portò il bicchiere alle labbra. Il primo sorso lo rese arzillo e leggero. “Fanculo a Marica” pensò. Il secondo lo stordì leggermente. “Fanculo al lavoro”. Il terzo gli fece dimenticare tutto.

La musica salì di decibel, la folla si accalcò sotto il palco lasciando finalmente un po' di spazio attorno al banco. Max si guardò attorno. La fauna era mista. Un uomo obeso continuava a mangiare noccioline da una ciotola, un tipo stava litigando con il cassiere per il prezzo esorbitante che pretendeva. Poi comparve lei, regale, altezzosa.

Max fece per scendere dallo sgabello su cui era seduto, ma l'indecisione era tanta. Guardò verso il pavimento e notò che ai piedi aveva una scarpa e una pantofola. Arrossì e provò a nasconderne uno dietro l'altro.

«Devo fare io la prima mossa?»

Il contatto della mano di lei lo fece eccitare.

«No, è che...»

«Sei indeciso vero?» Lei sorrise facendolo barcollare. «Quanto mi piacciono gli ignavi.»

«Veramente io...»

«Shhh.» La ragazza poggiò l'indice sulle labbra di Max. «Stanotte stai con me, almeno mio marito impara a lasciarmi sempre sola.»

Lo prese per mano e insieme andarono nella sala Vip. Il ragazzo si abbandonò su un divanetto, lei si chinò e iniziò a carezzargli il pube.

Fu incredibile, ma l'unica cosa a cui riusciva a pensare Max, era a quanto avrebbe voluto mordere il melograno appoggiato sul tavolo.

La ragazza si sollevò e sorrise maliziosa. «A proposito, io mi chiamo Persefone. E se fossi in te non toccherei la frutta.»

© Francesco Nucera



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