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Mia moglie ti dirà che è tutta colpa della pandemia
di Giuseppe Crispino
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Mia moglie ti dirà che è tutta colpa della pandemia. Della crisi. Prima le chiusure forzate. E gli ingressi scaglionati. Poi il rincaro delle bollette. Era ovvio, secondo lei, che prima o poi sarei stato costretto a chiuderlo, il bar. Era successo a tanti altri. Perché a me non doveva succedere? Non c’era proprio niente di cui meravigliarsi. Anzi mi diceva:

- Sono orgogliosa che tu abbia resistito per tutto questo tempo. Sul serio. Ma non ha più senso. Ormai è solo una spesa. Lo sai anche tu.

E aveva ragione. Non dico di no. Però non le va proprio giù quando le ripeto che io, di chiudere il bar, avevo già cominciato a pensarci sopra, dopo quel che era successo a Lucio. Da quel giorno è cambiato qualcosa. Non so spiegarlo bene. Sarà stato il fatto di essere lì, mentre succedeva? Non lo so. Insomma, non era più la stessa cosa. Andare al lavoro intendo. Anche solo tirare su la saracinesca, la mattina, mi metteva a disagio.

Tu al bar non ci sei mai venuto. Comunque, non era qui in paese. Qui ce n’erano già fin troppi. Troppa concorrenza. Sono andato ad aprirlo su in montagna, lungo la strada che porta alla centrale. Anche se lì ancora non si può chiamare davvero montagna. Ma è una bella strada. Larga. C’è un bel via vai. E ho pensato che con tutta la gente che passava di lì, per andare alla centrale, qualcuno si doveva pur fermare per un caffè. All’andata o al ritorno, sai. E infatti. Tempo qualche mese e mi ero già fatto la mia bella clientela fissa. Quelli della centrale in pratica li conoscevo tutti. Venivano tutti da me. C’era perfino qualche dirigente. Perché vedi, non era solo questione di essere sulla strada. Era il panorama, il segreto. Il fatto era che il versante proprio di fronte al bar, dall’altra parte della strada, oltre il parapetto di mattoni, scendeva giù a strapiombo. Quasi trenta metri in verticale. Una roba da brividi. E perciò dal bar potevi godere di una vista panoramica, che arrivava ad abbracciare tutta la vallata. E insomma, io davanti al bar avevo fatto fare uno spiazzo, no? Ci avevo sistemato un po’ di tavolini. E la sera dovevi vedere la fila che facevano, per potersi sedere su uno di quei tavolini. Alcuni clienti non lavoravano nemmeno alla centrale. C’era gente che veniva su dal paese apposta, per ammirare il tramonto da là sopra, mentre si faceva un bicchiere dopo il lavoro.

Lo devo ammettere. Non ce n’erano tanti qui intorno, di posti del genere. Però non chiedermi che fine abbia fatto adesso. Non lo so davvero. Dopo averlo chiuso non ci sono mai voluto nemmeno passare davanti.

Quando sono arrivato, quella mattina, Lucio era già lì. Lucio era uno di quelli che saliva fin lì apposta per la colazione, e poi tornava a lavorare giù in paese, o da qualche altra parte. Stava appoggiato coi gomiti al parapetto in mattoni, dando le spalle al bar.

- Ehi Lucio! dissi.

Ma lui non si voltò. Pensai che non aveva sentito. Sembrava del tutto assorto nell’ammirare il panorama. Era ancora presto. C’era quella luce quasi azzurra, delle prime ore dell’alba. Una vista magnifica. Te lo giuro. Non ti stancavi a guardarla, nemmeno se ce l’avevi davanti agli occhi per quattordici ore al giorno come me.

Davanti alla saracinesca ricordo che trovai un pulcino spiaccicato al suolo. Succedeva ogni tanto. Perché alle spalle del bar cresceva un piccolo boschetto di faggi. Era un mucchietto di ossa, quel pulcino. Un mucchietto d’ossa tenute a malapena insieme da una pelle che sembrava sottile come carta velina. Aveva giusto qualche piuma qua e là. Accanto al becco c’era una macchiolina quasi invisibile di sangue. Dopo aver aperto il bar lo raccolsi con la scopa e lo gettai tra le radici degli alberi.

Tornai nel bar. Diedi una spolverata ai tavoli. Lucio era ancora là, appoggiato al parapetto. Non si era voltato nemmeno una volta. Come se non si fosse neanche accorto che il bar era aperto. Dopo un poco cominciarono ad arrivare i primi clienti, e devo aver smesso di pensarci.

Vedi, le otto erano l’orario di punta per me. Dalle otto alle otto e mezza del mattino e alle sei del pomeriggio. Per il resto della giornata non succedeva granché. A ripensarci mi sorprende, come riuscissi a passarmi tutto quel tempo, là da solo. È vero, c’era una tv. Leggevo qualche giornale. E c’era sempre qualcosa da pulire. O la macchina del caffè che andava riparata. Eppure, anche così, c’era tanto di quel tempo in cui non facevo altro che aspettare il passare delle ore. Forse ho mollato il bar, dopo la storia di Lucio, perché mi sono accorto di quanto tempo buttavo via, lì a non far niente? Non lo so.

Insomma, poco dopo le otto il bar è pieno di gente. Tutti i tavolini fuori sono occupati. Ci sono macchine parcheggiate su entrambi i lati della strada, e altre che ne arrivano. Devo stare dietro ad un sacco di cose, quindi non ci faccio subito caso. Ma mentre esco per portare una colazione ad un tavolo, noto che davanti allo spiazzo s’è formato un capannello di cinque o sei persone. In mezzo c’è Benedetto, Benny. Un ragazzino sì e no maggiorenne, che fa i turni alla centrale per le pulizie. Lo prendiamo in giro, perché quando viene al bar con gli amici, non vuole che loro scoprano che lavoro fa. Gli altri nel gruppo mi sembrano addetti alla manutenzione. Mi avvicino per chiedere se uno di loro vuole ordinare qualcosa, piuttosto che stare lì a bloccarmi il passaggio, ma sulle prime nessuno mi risponde. Fissano tutti l’altro lato della strada.

È allora che mi accorgo che Lucio è salito in piedi sul parapetto. Continua a darci le spalle. La testa china in avanti, guarda il baratro sotto di lui, come se gli sia caduto qualcosa, là sotto.

- Secondo voi che fa? dice qualcuno.

- Per me si butta. fa Benny.

- Ma figurati! dico allora io. Mi sembra un’idea assurda.

- Anche secondo me si vuole buttare. fa il primo

- E perché non si butta allora?! gli faccio.

- Vaglielo a chiedere, se ci tieni! mi risponde.

Però non mi muovo. Scrollo le spalle. Chiedo di nuovo se qualcuno vuole ordinare. Uno prende un caffè. Un altro ordina un cappuccino.

- Io ho un bar a cui star dietro. dico.

Me ne torno dentro. Servo un cliente al bancone. Faccio il conto ad un altro, che sta lasciando il locale. Poi preparo il caffè ed il cappuccino per quelli là fuori.

Il traffico intanto ha cominciato ad intensificarsi. Molti autisti rallentano, incuriositi dalla scena. Un paio si fermano del tutto, e parcheggiano in doppia fila. E dietro di questi se ne fermano altri. Alcuni scendono dall’auto, e vanno ad unirsi al gruppetto davanti allo spiazzo. Ormai saranno una dozzina di persone. Senza contare quelli ai tavolini. Tutti a guardare Lucio. Uno si appoggia alla portiera e si accende una sigaretta. Nel giro di qualche minuto il traffico si blocca completamente.

Felice lo vedo arrivare su a piedi da oltre la curva. La sua macchina deve essere ferma nell’ingorgo, qualche centinaio di metri più giù. È uno dei tecnici, su alla centrale. Un lavoro che, più che aver cercato, gli era capitato, mi diceva ai tempi. Una volta mi raccontò che avrebbe dovuto farlo solo per qualche anno. Giusto il tempo di mettere da parte i soldi sufficienti per aprire un maneggio. Ma ormai era alla centrale da quasi vent’anni. E mi sa che il maneggio non l’ha mai aperto. Si avvicina al gruppo mentre io sono lì che distribuisco le ordinazioni.

- Che succede? dice.

A quel punto devono essersi tutti abbastanza convinti che Lucio si voglia buttare di sotto, e glielo dicono.

- E perché si vuole buttare?

- E chi lo sa?

Benny si stringe nelle spalle.

- Felice, ordini qualcosa? gli chiedo.

Felice scuote la testa. Poi porta le mani a coppa intorno alla bocca.

- Ehi! Ti vuoi ammazzare?

Lucio si volta. Deve essere la prima volta che lo fa, quella mattina. Ha lo sguardo perso. Sembra confuso.

- Allora vedi di darti una mossa! Qui c’è gente che deve andare al lavoro! O ti butti o scendi!

Parte una risata.

- E dai buttati! dice quello che si era appoggiato alla portiera dell’auto. Se non ti butti che figura ci fai!

Sembra più rivolto a noi, che a Lucio. Altra risata. Parte un clacson da una delle auto in coda, seguito a ruota da un altro, e un altro ancora.

Il peggio però arriva quando Benedetto tira fuori il cellulare e comincia a filmare la scena.

Oh ragazzi! C’è Spiderman! Vai Spiderman! dice tutto esuberante rivolto al telefono.

Ho scoperto due giorni dopo che quel video aveva fatto il giro del mondo. Migliaia di visualizzazioni. L’avevano visto tutti. La gente lo cercava su internet, faceva commenti, se lo rigirava tra amici e colleghi.

Nel frattempo diverse altre persone seguono l’esempio di Benedetto e si mettono a riprendere Lucio coi loro telefoni. Ad ogni minuto che passa, sono sempre di più le voci che lo incitano a farla finita. E in mezzo a quelle, sono sempre di più le risate. Dicono:

Ti vuoi muovere? Non abbiamo mica tutto il giorno!

Oppure:

E dai buttati! Non mi rovinare il video proprio sul finale.

O anche:

Dopo tutto sto tempo, se non ti butti ci deludi!

Cose di questo tipo.

Non so che mi è preso. Te lo giuro, non lo so. Avrei dovuto mettermi a gridare. Dire a tutti che la piantassero. Almeno quello. Non che io e Lucio fossimo amici.

Non so. Ancora oggi non saprei dirti per quale ragione lo abbia fatto.

Dopo quel giorno mi è scattato qualcosa, dentro. Ho resistito finché ho potuto. Davvero. Ma era inutile. Era tutto finito già allora, mi sa.

Non che mia moglie ci creda più di tanto, comunque. Secondo lei il problema è che sono troppo orgoglioso. Dice che è tutta una storia che mi racconto da solo. Che cerco di convincermi che ho chiuso il bar perché lo volevo. Per non ammettere con me stesso che sono una vittima della crisi come tanti altri. Questo dice mia moglie. E magari ha ragione lei.

Però secondo me c’è dell’altro. Non credi? Insomma, vado in giro a raccontare che ho chiuso il bar per non rivedere le facce di tutta quella gente. Ma mi sa che, in fondo, non mi va neppure di rivedere la mia. Capisci?

Poi, certo, anche la pandemia e il rincaro delle bollette non hanno mica aiutato. Non ne discuto.

© Giuseppe Crispino





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