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Beati gli umani
di Luca Rulvoni
Pubblicato su PB3


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B. Sax era stato chiaro: nessuno avrebbe dovuto sapere mai ciò che era accaduto. Né io, la servomacchina, né tanto meno Klaus, il giullare di corte, avremmo voluto ritrovarci polverizzati perché il segreto era stato violato. Mi fidavo di Sax, tanto da averne paura. Klaus era un’idiota ma ci avrei pensato io a persuaderlo dal parlarne con qualcuno. Sax sapeva essere convincente quando era necessario esserlo. Avevo visto con i miei occhi quanto potesse essere spietato. Parecchi, quella notte, avevano saggiato la sua ira. Io volevo rimanerne fuori il più possibile. Non volevo ritrovarmi con tutti i bulloni a pezzi.
Ci trovavamo in un maledetto food dell’asteroide Kevin 21, fascia esterna di Giove. Una sosta prima del rientro a casa. Avevamo viaggiato in lungo e in largo per la Galassia; non vedevamo l’ora di ritornare tra le vecchie e care mura del palazzo del mio signore. Stavamo pranzando come non mai, tutto a carico delle tasche bucate di Klaus. Ripieni di scrang e salsicce locali. Per me il miglior distillato d’olio per astrocarghi. Ottimo il locale ed il cuoco, un selenita, più vecchio di noi tutti, quasi del doppio degli anni. Enorme come solo i seleniti possono essere ed un vero mago ai fornelli con le sue zampe e i tentacoli aguzzi. E poi quella ragazza, Marine, bellissima anche se sapeva di tutto tranne che di donna, almeno nel senso comune che intendono gli umani. Ma noi che siamo sempre stati gente di spazio ci adattiamo a qualsiasi deformazione. E’ qualcosa che si acquisisce quando si rimane soli nel cuore dell’universo per mesi, se non anni. Qualsiasi cosa che si avvicini anche lontanamente all’idea di donna, ci conquista e non ci fa capire più nulla. I suoi tre occhi, il terzo centrale, non mi suscitavano ripugnanza; sempre meglio che la donna di Klaus: un incrocio tra un daberiano ed una klodni. Due teste per intenderci. Blasfemo! Marine non era proprio da buttar via, invece. L’avrei amata se Sax me ne avesse dato la possibilità: credo che tutto sommato nel breve tempo che il destino ci permise di conoscerci, lei avesse avuto modo di innamorarsi di me. Sono sempre stato affascinante e lo potrebbero testimoniare tutte quelle che hanno avuto la fortuna di conoscermi bene. In ogni modo, Marine era una tripla. Tre occhi ma anche tre seni e tre… bé ci siamo capiti. Si vede che Sax si era arrabbiato per qualcosa, oppure gli era finito qualcosa fuori dalla stomaco… fatto sta che, finito di desinare, usciti dal food, sotto i refoli gelidi delle comete, Sax cominciò ad andare in escandescenza. Gridava e si dimenava. Pensai che non avesse digerito bene per davvero; io non avevo mangiato nulla perché non potevo, ma Klaus mi sembrava in ottima forma. Sax era paonazzo e si teneva l’enorme pancia blu; strano sul serio, visto che si portava dietro un paio di stomaci; eppure sembrava star male. Non riuscii a dir niente e tanto meno a calmarlo. Klaus mi fissava spaventato, perché, essendo tanto idiota, pensò che Sax ce l’avesse con noi. Ma non era così. B. Sax e B. sta per Bastard, fece irruzione nel locale: sbraitò offese ed ingiurie e poi cominciò a picchiare, dimenare gli artigli. Io e Klaus rimanemmo impietriti: non sapevo che fare né che pensare. Sax stava dando di matto e il food stava cadendo letteralmente a pezzi.
Mentre cominciavano ad innervosirsi alcuni ospiti della tavola calda, Sax continuava a trascinare con sé, tavole, sedie e suppellettili. Un inferno davvero. Il finimondo o finiuniverso, se preferite.
<> commentai.
Klaus era tutto intento a fissare la scena disastrosa. All’improvviso, due tipi, due umani, si alzarono e si avventarono su Sax. Uno disse <> e l’altro <>
Sax si fermò, li squadrò, sorrise beffardo e, in men che non si dica, li fece a fette di bistecca con i suoi artigli roventi. Gli altri commensali rimasero impietriti. Ad alcuni mancò il respiro e ci lasciarono la pelle. Infatti, il cuoco selenita se n’era venuto fuori dalla cucina e gli odori malsani di cobalto avevano infestato la sala. Alcuni avventori fuggirono dalle uscite secondarie, altri rimasero a contare i secondi prima di passare a miglior vita.
Le cose si mettevano male sul serio. Il cuoco era alquanto contrariato e prevedevo botte, squarci e litri di sangue. Intanto la ragazza osservava eccitata l’orribile situazione.
<>sbraitò il polipo di selenita.
Sax sorrise per l’ennesima volta e disse <>
Avrei voluto ridere se ne fossi stato capace, ma fissando i resti degli umani, non riuscii a trattenere conati di vomito pastoso. Non per la paura, ma le valvole alle volte fanno i capricci.
Il selenita, nel frattempo, si era decisamente arrabbiato e, constatando che era il doppio del mio padrone, pensai che Sax fosse spacciato. Ma mi sbagliavo. Il cuoco non fece nemmeno un passo, che Sax gli aveva fatto passare da una parte all’altra dello stomaco mezzo bancone del locale. Lo stomaco del selenita era scoppiato in mille pezzi e le vetrate della tavola calda era color rosso vermiglio e verde pianta terrestre.
<> sentii dire dalla ragazza, Marine.
Sax, che ancora non l’aveva notata, le si fece dinanzi e proruppe in una serie di versi indescrivibili ed irriproducibili.
<> disse la ragazza
Sax, che era completamente partito, non riusciva a connettere le parole della ragazza e mi fissò torvo attraverso le finestre melmose in cerca di aiuto. Io tremavo per lei, vedendola già spalmata per terra o sul soffitto. E poi successe l’incredibile.
<> Poi si alzò e se ne uscì. Non so perché, ma Sax non reagì, non si mosse, non parlò.
Marine ci passò dinanzi e soffermandosi un istante, sentenziò <> detto ciò scomparve all’orizzonte. Avrei voluto seguirla, ma come avrei fatto a spiegarle che io, Vil 80, ultimo modello di droide a sei valvole, non avevo niente a che vedere con il mio padrone, il principe del pianeta Nehl, quinta costellazione a destra di Andromeda?
Per una volta soltanto in vita mia, desiderai di essere umano o qualcosa di simile per correrle dietro e travolgerla d’amore.

© Luca Rulvoni



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