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La lancita di Regla
di Alejandro Torreguitart Ruiz
Pubblicato su PB6


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All’alba di oggi le condanne sono state eseguite.
Poveri Lorenzo Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodán Sevilla García e Jorge Luis Martínez Isaac. Poveri loro, processati in sette giorni e poi uccisi da un plotone di esecuzione. Martedì condannati e due giorni dopo ricorso respinto dal Tribunale di Appello Popolare, che ormai di popolare gli è rimasto poco. Soltanto una farsa. Un farsa che uccide. Poveri loro, vittime della sentenza più veloce della storia.
“Terroristi al soldo dei capitalisti e della mafia di Miami!” “Capi brutali del sequestro e delinquenti incalliti!” grida Fidel dai microfoni di Tele Rebelde. “Hanno messo in pericolo la vita di donne e bambini…”
Questo è un argomento che fa sempre effetto. E lui lo sa.
“Hanno fatto bene” fa mia madre mentre ascolta il Comandante.
“Mamma, cosa dici? Li hanno fucilati…” replico.
“E con questo? Lo sai quanti innocenti potevano far morire?”
Ci sa fare Fidel con le parole, non c’è che dire. Ci sa fare pure se è invecchiato e non è più lo stesso. Le frasi escono dalle labbra e pesano come macigni. Si fanno largo nella mente di chi ascolta. Convincono. Dopo tre ore di discorsi tre disperati che si gettano in un’impresa folle diventano pericolosi terroristi che vanno giustiziati per il bene di Cuba. Lo fa per noi, Fidel. Dobbiamo essergli grati.
Qui comando io, cari yankees. Pare che dica.
Ergastoli, trent’anni di galera, condanne esemplari, dissidenti alla gogna, scrittori in galera. José Saramago da Lisbona s’indigna. Pure lui. Siamo sempre più soli. Fidel è sempre più solo. Intorno a lui solo squallidi mestatori di regime, gente da poco. Di comunisti neppure l’ombra.
Avevano sequestrato la lancita di Regla, poveri disgraziati, ché chiamarli terroristi adesso fa solo tenerezza. Un sequestro stimolato dal governo statunitense, dice il Granma. Un sequestro finito male perché mancava la benzina, dico io. Un sequestro da disperati. E a me viene a mente una sera dopo una festa sul Malecón, c’era ancora Juliana allora, ridevo, scherzavo, dicevo che un giorno avrei sequestrato la lancita e sarei fuggito a Miami, come una volta qualcuno lo aveva già fatto, non è mica lontana Miami, dicevo. La sera d’estate, quando il rum è finito, mi capita spesso di stare appoggiato a quel muro di vecchio granito a guardare le stelle, forse aspetto un soffio di vento, qualcosa che mi dia una speranza, chissà. Il vento porta sapore di mare ed è già abbastanza. Dài che lo facciamo, diceva Juliana. Un giorno o l’altro. Lei adesso è fuggita, è scappata davvero a Miami. Un uomo, una lancia, una cosa qualunque, fuggire. E io sono qui che rimpiango e magari mi capita spesso di dire domani lo faccio, un giorno di questi che non so proprio trovare un motivo per andare avanti, un giorno lo faccio.
Avevano solo una vecchia pistola e un paio di coltelli.
Avevano solo una dose eccessiva di disperazione.
La Baraguá la guidava un pilota che ha avuto un malore.
C’erano pure stranieri e questa è la cosa peggiore.
Per il resto sì e no cinquanta persone, qualcuna è finita nel mare.
Le giacche azzurre alla fine li hanno arrestati. Fortuna che sono arrivati in tempo, dice lo spiker del telegiornale, fortuna. Chissà cosa poteva accadere. Chissà. Fucilati all’alba. Ecco che cosa è accaduto.
“La vittoria in Iraq è un esempio per Cuba” diceva due giorni fa un fesso di yankee da Santo Domingo.
Fucilati. Fidel non accetta esempi, mio Dio. Però ci si mette d’impegno per darli. E non si accorge che adesso è peggiore di loro. Peggiore degli yankees, mio Dio. In questi tempi così duri, così tristi, tempi di gente che fugge, di guerre preventive, di bombe intelligenti scaricate a tappeto su popoli inermi, tempi di sogni confusi da incubi maledetti, pure Fidel si confonde in quest’alba rosso sangue con il ricordo del passato.
“Alejandro, fai attenzione” dice mio padre.
“Stai tranquillo, papà” rispondo.
Faccio attenzione sì. Scrivere è la sola cosa che so fare e di questi tempi mi sembra così inutile…

© Alejandro Torreguitart Ruiz




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