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La principessa bambina
di Alessandro Berardelli
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Sono ricercatore al CERN. vivo da solo, adesso.
In questi ultimi anni le nostre ricerche hanno avuto accelerazioni e sviluppi entusiasmanti, che hanno indotto molti di noi a immergersi totalmente nel lavoro sacrificando la vita privata alla sperimentazione.
A conti fatti, ora invidio quelli di noi che, invece, hanno mantenuto una loro vita familiare decente. Con moglie, figli, genitori e amici. Senz’altro sono stati piu’ bravi di me….
Eppure Anna, mia moglie, aveva accettato con gioia e orgoglio il mio trasferimento a Ginevra, chiamato dopo la pubblicazione di alcuni miei studi. Ma dopo un breve periodo di comprensibile eccitazione per l’esplorazione della nuova realta’, ben presto non aveva piu’ sopportato la mia perenne assenza fisica e mentale.
Abbiamo anche provato a fare un figlio, ma non abbiamo avuto fortuna.
Anna aveva trovato un posto d’insegnante di matematica alle scuole medie e certamente non era quanto aveva sperato per se’, quando anche lei si era laureata in fisica. Per cui aveva iniziato ben presto a rimpiangere l’atmosfera stimolante della sua citta’ e, alla fine, costretta a una vita diventata insopportabile routine - lo riconosco, per colpa mia - se ne e’ tornata dai suoi in Italia.
Sono passati poco piu’ di tre anni da quel giorno.
Stavo rientrando a casa per l’ennesima volta fuori tempo massimo.
“Che stai facendo?” le dico, vedendola indaffarata intorno a sacche e valigie che andava riempendo alla rinfusa con le sue cose.
“Me ne vado”. Risponde secca lei.
“Come, te ne vai, che dici?”
“Dico che non ne posso piu’ di questa vita e torno a casa”.
“Ho fatto di nuovo qualcosa di sbagliato? Dai! Lo sai che sei sempre in cima ai miei pensieri”.
“Lascia perdere, per favore. In cima ai tuoi pensieri c’e’ soltanto lavoro e lavoro e lavoro. Mentre io me ne sto sempre sola in questa citta’ di merda, aspettando che tu torni a casa la sera e non so mai a che ora. Basta! Ho deciso e non ci ripenso piu’. Il treno parte tra un’ora e non ho piu’ tempo per discutere con te”.
“Aspetta un attimo, parliamone”.
“Ma che dovremmo dirci di nuovo, dopo tutto quello che ci siamo detti negli ultimi tempi. Se ancora mi chiedi “cosa ho sbagliato” significa che non hai capito un bel niente”.
“Mi avevi detto che mi amavi, che non ci saremmo lasciati mai…”
“Te l’ho gia’ ripetuto un mucchio di volte: io amavo un essere umano con pregi e difetti che ho seguito senza un dubbio quando e’ stato chiamato a lavorare a Ginevra. Ma qui sei diventato subito una specie di automa che ha emozioni soltanto se legate a successi o insuccessi sul lavoro. Non ti interessi d’altro. Non c’e’ piu’ cinema, non c’e’ piu’ teatro. Non facciamo piu’ trekking, che ci divertiva tanto. Non segui piu’ neanche la squadra per cui hai sempre tifato, sottolineo in modo esagerato, e che sembrava l’unica cosa al mondo che non avresti potuto mai abbandonare. Qui non c’e’ rimasto niente, niente, NIENTE! Tra l’altro, tu non te ne accorgi, ma hai da tempo un tic agli occhi che mi sta diventando insopportabile.”
“ E’ che sono stressato…Dai! Promettimi che tornerai”
“Tu devi essere completamente matto! Se proprio vuoi, sai dove trovarmi”.
A questo punto aveva finito di ammucchiare le sue cose e si era incollata , non so come, valigie e sacche stracolme.
Sulla porta avevo tentato goffamente di fermarla, strattonandola, ma lei impaurita aveva mollato le valigie e per divincolarsi mi aveva dato una gomitata sul naso che quasi mi aveva fatto svenire. Con le mani premute sul viso e con il sangue che colava, sentii soltanto la porta sbattere, per l’ultima volta.
…e pensare che ci eravamo conosciuti ancora giovanissimi. Sorella minore di un mio compagno di classe, un giorno che ero stato invitato da lui per studiare insieme, mi era apparsa all’improvviso un po’ in controluce sulla porta della stanza dove eravamo intenti a studiare.
Aveva 12 anni, uno meno di noi, era bellissima nel suo vestito di velluto rosso bordeaux, occhi verdi, gambe lunghe e calze bianche, scarpette di vernice nera, cerchietto con brillantini tra i capelli neri a caschetto. Sembrava una principessa. La Principessa Bambina, come la chiamai tra me e me, da quel momento.
“Vado a una festa di compleanno con le mie amiche. Come sto?”
Il fratello l’aveva liquidata con un grugnito. Io ero rimasto incantato a bocca aperta. Non avrei saputo dire nulla di sensato.
Lei con una mezza giravolta era scomparsa in un attimo, lanciando un ciao ormai da lontano.
Da quella volta non ebbi piu’ occasione di incontrarla da vicino. Ero riuscito soltanto qualche volta all’uscita della scuola a scorgerla al centro di un crocchio di amiche.
Poi cambiai scuola passando al liceo e non ebbi piu’ modo di vederla.
Finche’, ormai all’inizio del secondo anno di Fisica, nei corridoi dell’universita’ incontro il mio vecchio compagno di studi insieme a una splendida ragazza.
Ci abbracciamo e io: “ Che ci fai qui? Non avevi preso giurisprudenza?”
Lui: “Sto accompagnando lei in Segreteria “ indicando la ragazza.
“E quella tua bellissima sorella che fine a fatto?”
“E’ questa qui. Si deve iscrivere a Fisica. Anzi, senti, fammi il piacere accompagnala tu che sicuramente conosci i meandri della facolta’ meglio di me”
“Ciao, - fa lei - ti ricordi di me? A me sembra di non averti mai visto. Come ti chiami?”
“Ciao Anna, vedi, il tuo di nome me lo ricordo! Io mi chiamo Roberto e ci siamo visti una sola volta e per un attimo un bel po’ di anni fa”.
Non l’avevo piu’ mollata. Incontri, fidanzamento, e, alla chiamata a Ginevra, il matrimonio.
Poi quel giorno di tre anni fa se ne e’andata.
Come dice? Si, siamo rimasti in contatto telefonico ma sempre piu’ sporadico, come due vecchi amici, e niente piu’. Ma io sono ancora innamorato, mi creda, e continuo a sognarla spesso, anche ad occhi aperti, e nonostante gli anni poi passati insieme, da quando se ne e’ andata, la mia ossessione e’ che me la rivedo sempre nell’attimo del nostro primo incontro: bambina, con il vestito di velluto, il cerchietto e le lunghe calze bianche.
…Sicuramente lei ora si e’ rifatta una vita, e’ bella e giovane, perche’ non dovrebbe…
Ma si, dopo la sua fuga, per non restare totalmente isolato mi sono fatto qualche amico tra i colleghi di lavoro, anch’essi nelle mie stesse condizioni, scapoli o separati e comunque desolatamente soli anche loro. Abbiamo tutti tra i trenta e i quarant’anni e ogni tanto uscendo la sera dal Centro, ci ritroviamo dopo pochi minuti tutti insieme in una vecchia birreria. Sa una di quelle tradizionali, piena di boiserie e specchi, sempre a parlare soltanto del nostro lavoro, talvolta eccitati - e un po’ invidiosi - per qualche successo realizzato da qualcuno di noi nella giornata.
…Mi piace essere al centro dell’attenzione in quelle occasioni in cui tocca a me esserlo, per poter descrivere una intuizione o un esperimento portato a buon fine, perche’ cosi’ riesco a dimenticare per un po’ Anna e le mie ossessioni notturne. E allora racconto con dovizia di particolari quanto e come e’ accaduto nel laboratorio, mentre i colleghi piu’ giovani mi ascoltano con attenzione…
A tavolo pieno di boccali vuoti di birra, ogni volta il padrone passa con il conto e fa segno che e’ ora di chiudere. Noi dopo qualche minuto usciamo a goderci un po’ d’aria fresca, dopo ore passate a chiaccherare immersi in una nuvola di fumo. Poi, salutandoci in fretta, ognuno riguadagna la via di casa, mentre gli scapoli piu’ giovani se ne tornano insieme al Campus.
Io ho mantenuto la casa che avevo, anche se e’ duro per me tornarci sapendo di trovarla vuota e con la certezza che immancabilmente rifaro’ sempre lo stesso sogno: la Principessa Bambina, in controluce, sulla porta con quel suo vestito di velluto bordeaux. Io che cerco di fermarla e lei che scompare nel buio.
Pero’ nelle sere in cui sono io che racconto dei miei progressi, la mia eccitazione finisce immancabilmente tra le braccia di una prostituta. Da tempo sempre la stessa: bella, giovanissima e lontana mille miglia dagli stereotipi che caratterizzano la professione -.glielo assicuro - L’avevo scelta perche’ era quella che mi ricordava di piu’ Anna.
Fine, mai eccessiva, gentile e paziente nel rimanersene zitta e fintamente interessata, mentre tento , un po’ brillo, di far capire anche a lei i miei successi o le mie delusioni.
Si,si, adesso vengo al punto.
Quella sera, pur non avendo niente da festeggiare, mi sentivo particolarmente su di giri: era sabato quasi tutti i miei amici avevano sfruttato un ponte festivo e se ne erano andati ed io, non avendo molto altro da fare, mi misi a bighellonare sotto i portici di un centro commerciale. Tra i mille negozi di abbigliamento che ormai affollano questi centri, uno in particolare aveva attirato la mia attenzione. Era specializzato in indumenti per bambini.
Lei non ci credera’, ma esposta in vetrina, indossata da un manichino, c’era la copia quasi perfetta di quel vestito di velluto che faceva parte del mio sogno ricorrente.
Entrai, con un minimo di imbarazzo - ero l’unico uomo - e chiesi alla commessa di poter acquistare la taglia piu’ grande che avessero di quel bel vestito esposto in vetrina.
“Forse potrebbe esserci una 36, ma non sono sicura. Vado a controllare.” Torno’ sorridente dal retro:”Lei e’ fortunato, ho trovato addirittura una 38. Le serve altro?” Dopo una leggera esitazione le dissi” Si, credo proprio di si. Aggiunga un paio di calze lunghe bianche, un paio di mocassini neri laccati e uno di quei cerchietti per tenere i capelli, se ce l’ha possibilmente trapuntato di brillantini” La commessa torno’ poco dopo con tutto quanto le avevo richiesto e fece il pacco. Pagai, e me ne uscii dal negozio felice come una pasqua.
Erano gia’ le sette. Dondolando avanti e indietro la busta rossa che conteneva i miei acquisti, mi avviai al Caffe’ sotto i portici. Mi sedetti a un tavolino libero e ordinai un Negroni. Mi fumai due o tre sigarette, mentre mi divertivo a osservare il passeggio. Ogni tanto davo, soddisfatto, una sbirciatina ai miei acquisti.
Quasi alle otto, pagai i due aperitivi – ne avevo preso anche un secondo – e mi avviai dalla solita ragazza che nell’ultimo anno aveva rappresentato il surrogato alla mia vita sessual-sentimentale. L’avevo chiamata nel primo pomeriggio per quel rendez-vous serale.
Non ci misi molto ad arrivare al suo portone.
Citofonai e con un “Ciao sei tu? ” mi fu aperto immediatamente senza aspettare risposta. Due rampe di scale e lei era gia’ ad aspettarmi sulla porta.
” Stasera ho una sorpresa” feci io entrando.
Mi fece accomodare come sempre nel salottino offrendomi un drink. Ero gia’ un po’ brillo ma lo accettai volentieri.
“Qual’e’ la sorpresa?”
“Apri quel pacco”
Lei scarto’ tutto e alla fine sorrise: “Non sapevo che avevi una figlia. Ma guarda che le ragazze di oggi non si mettono questa roba addosso”
“Non ho nessuna figlia, e’ tutto per te. Vai di la’ e cambiati mettendoti questa “roba” che ti ho portato.” Le risposi, un po’ seccato per la critica.
Lei rigiro’ il vestito un paio di volte: “Non ci posso neanche provare, e’ tutto troppo piccolo per me. Non c’entrerei dentro nemmeno lasciando tutta la lampo aperta. E poi le scarpe! No, no non e’ possibile. Mi dispiace che tu abbia comprato tutta questa roba che non mi posso mettere” fece lei con un sorriso.
“Mettiti il vestito e il resto, ti ho detto”
“Dai, lo sai che non faccio mai questioni, ma guarda che non e’ proprio possibile. Se proprio vuoi, ho qualcosa di simile da mettermi, ma questo vestitino non posso proprio infilarmelo. Io porto la 44 e questo sara’ al massimo una 40. Anzi e’ addirittura una 38” Fece lei sbirciando l’etichetta.
Mi alzai e le afferrai il polso strattonandolo.
“Vuoi provare a metterti questo cazzo di vestito, e le calze, e le scarpe e il cerchietto o no! “
Ancora sorridente lei abbozzo’ con aria un po’ canzonatoria “Si,si, il cerchietto posso metterlo! Ma tu devi essere completamente matto!.”
Nel risentire la stessa frase che mi aveva sbattuto in faccia Anna, andandosene tre anni fa, non c’ho visto piu’: l’ho sbattuta sul letto, strappato cio’ che aveva indosso e costretta a un sesso furioso con accanto la roba che le avevo portato. Poi me ne sono andato lasciandola lì.
Come dice, Commissario? Si, certo, le ho infilato le forbici nel cuore: non aveva voluto essere la Principessa Bambina. Meglio così non ne sarebbe stata degna.

© Alessandro Berardelli



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