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Il palcoscenico del secondo ottocento italiano - La signora delle camelie
di Simona Brunetti
Pubblicato su PB14


Anno 2004- Esedra
Prezzo € 18- 211pp.
Collana Saggi e mat. universitari. Storia teatro
ISBN 8886413688

Una recensione di Carlo Santulli
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Uno dei più grandi successi teatrali dell’Ottocento fu la Dame aux Camélias di Alexandre Dumas fils (1824-1895), figlio naturale dell’autore di tantissimi romanzi d’avventura, tra cui i Tre Moschettieri.
Non fu l’unico successo di Dumas figlio, che per la vastità e la popolarità della sua produzione si può facilmente paragonare ad un altro famoso drammaturgo francese di fine ottocento, quel Victorien Sardou, autore tra l’altro di Tosca e di Fedora. Per dare un’idea della sua produzione, il “Teatro completo” di Dumas fils comprende dieci volumi, ai quali l’autore consacrò la sua cura amorosa in vecchiaia, rivedendo, correggendo e tagliando dove necessario, un’edizione che uscirà anche in Italia negli anni ’20, tradotta da Massimo Bontempelli. Il suo più grande successo rimane tuttavia quella Dame aux Camélias, scritta d’impeto da una vicenda autobiografica a ventiquattro anni, sotto forma di romanzo, e trasposta come dramma qualche anno dopo. La misura dell’immediata popolarità di questo dramma in Italia può venir offerta da alcuni dati cronologici: la prima della Dame aux Camélias fu il 2 febbraio 1852, la prima traduzione italiana, di Luigi Enrico Tettoni, fu portata sulle scene a Venezia durante l’aprile dello stesso anno 1852, e la prima del notissimo dramma musicale tratto dalla vicenda, la Traviata di Francesco Maria Piave per la musica di Giuseppe Verdi fu, sempre a Venezia al Teatro della Fenice, il 6 marzo 1853. E la popolarità non svanì col tempo, tutt’altro: anche a prescindere dall’immenso successo dell’opera verdiana, il dramma di Alexandre Dumas fils ebbe una serie di trasposizioni, sia per esempio cinematografiche, di cui una notissima interpretata da Francesca Bertini, che teatrali, dialettali e parodistiche, e rimase nel repertorio della maggior parte delle primedonne teatrali fino all’ultimo dopoguerra.
Questi pochi dati vogliono dare la misura della complessità e della molteplicità di aspetti che questo saggio si trova a dover affrontare. Un punto di partenza è la scabrosità del soggetto, la storia dell’amore corrisposto di un giovane, Armande Duval (l’Alfredo Germont della Traviata), per una mantenuta, Marguerite Gauthier (la Violetta verdiana), osteggiato dal padre di lui e reso infelice dalle incomprensioni prima, e dalla malattia e morte di lei per quella tisi, a cui tanto deve, in modo se vogliamo un po’ macabro, la letteratura ed il teatro nell’ottocento. Mantenuta è un modo più elegante di intendere e di vivere la prostituzione della donna, quindi il soggetto era tale da far rizzare sulle sedie i censori dell’epoca, meno agguerriti solo nella (relativamente) più liberale Venezia governata dall’impero asburgico. Sulla scabrosità ed inadeguatezza del soggetto alle scene si appuntano infatti le prime critiche, e su una certa castigatezza, quasi spaventata, da “angelo caduto”, si costruiscono le prime interpretazioni, come quella di Mme Doche fino all’espansione sensuale ottenuta da Sarah Bernhard intorno agli anni ’80 dell’Ottocento, quando già il soggetto diviene più accettabile in società, come nelle stagioni teatrali.
Tra i due estremi angelo caduto-redenzione e peccatrice consapevole-sensualità è facile capire dove fosse il referente letterario della Dame aux Camélias: in quella Manon Lescaut dell’abate Prévost, scritta come tipico romanzo educativo ottocentesco, e divenuta un cavallo di battaglia teatrale ed operistico, fino ai giorni nostri. Poi c’è il rapporto, non meno interessante, tra il romanzo stesso ed il dramma di Dumas fils, con la trasposizione teatrale che avvicina la protagonista, Marguerite Gauthier, ed il suo peccato, al pubblico, con l’autore che deve giocoforza inventarsi altre forme di distanziamento che non siano il narratore del romanzo, ma personaggi estranei alla vicenda, anche una coppia di innamorati, Gustave e Nichette, musica ed inevitabilmente, la stessa meditazione profonda e sofferta di Marguerite sul suo dramma.
In Italia, la meditazione e la sofferenza prese presto il posto della sensualità nell’interpretazione teatrale, pur con qualche significativo sussulto di improvviso calore, memore più che altro del finale del primo atto della Traviata (ah, già, perché in Italia l’opera divenne presto più nota del dramma che l’aveva ispirata) fino alle interpretazioni di Eleonora Duse, che asciugavano la declamazione della protagonista in una progressiva sottrazione di effetti, fino ad un efficace, ed allusivo, spegnimento sentimentale e corporeo sulla scena. Siamo all’epoca del teatro musicale pucciniano, e le parole che appaiono meno significative nel testo sono nello stile della Duse, come nella musica di Puccini, chiamate a rappresentare il tedio, il disagio, in una parola i sentimenti di Marguerite Gauthier, tra i quali non può nascondersi un reale e cocente pentimento, che la morte può solo suggellare.
Un saggio di notevole interesse, quello di Simona Brunetti, che si può leggere sia come un romanzo, specie la prima parte, che procedendo a salti, e tornando volta per volta ad approfondire alcuni parti (e mi sembra di aver chiarito che i piani di lettura sono vari, e profondamente interconnessi). Volevo solo menzionare le splendide foto d’epoca intercalate al testo: personalmente resto con la forte sensazione visiva di Eleonora Duse assorta nella lettura della lettera di Monsieur Duval, che le annuncia che, rinunciando all’amore di Armando, ella ha salvato l’onore di una famiglia, un’immagine molto moderna, con quegli occhi aperti e fissati nel ricordo, in un volto senza sorriso, nello stesso tempo sofferente e meditabondo.


Una recensione di Carlo Santulli



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