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Sandino Il generale degli uomini liberi
di Maurizio Campisi
PUBBLICATO su SITO



SAGGIO
Fratelli Frilli 2004
Prezzo € 14 - 196 pp.
Collana Controcorrente
ISBN
Una recensione di Carlo Santulli
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Sandino Il generale degli uomini liberi

Abbiamo presentato in un numero precedente la recensione del libro di Sergio Ramirez, che ci mostrava dall’interno la rivoluzione sandinista. Questo libro, che esce sempre presso l’editrice Fratelli Frilli, ci riporta alla figura di Augusto César Sandino (1895-1934), ed in un certo senso finisce dove l’altro inizia. Qui si mostra come il primo Somoza poté porre le basi per la sua dinastia con l’annientamento dell’idealismo sandinista e l’uccisione in un’imboscata dello stesso Sandino, proprio quando, dopo aver deposto le armi, il movimento sembrava avviarsi verso un’originale ed efficace soluzione dei problemi del latifondismo. Nel libro di Ramirez si vedeva invece come successivamente il somozismo recasse in sé i germi della propria sconfitta ad opera del redivivo movimento sandinista, e come trasferire il sandinismo dal campo dell’agricoltura allo sviluppo tecnologico del paese si rivelasse un processo molto difficile ed alla fine fatale per il movimento.
Un’osservazione viene subito in mente, leggendo il libro di Maurizio Campisi: per quanto sia Sandino che i Somoza che il sandinismo stesso siano in senso stretto estinti, nessuno dei problemi che erano sul tappeto negli anni ’20 del secolo scorso può dirsi in alcun modo superato. Questo dà l’idea dell’attualità ed in un certo senso della “dolorosità” di questa, partecipata e quasi commossa, anche se lodevolmente documentata ed obiettiva, biografia di Augusto Sandino.
Quali sono questi elementi? Prima di tutto l’invadente presenza statunitense in Nicaragua, volta in special modo a difendere i propri interessi nella zona; in particolare l’accordo Bryan - Chamorro (5 agosto 1914) concedeva agli americani la base militare di Fonseca, dove arrivarono i marines, e la possibilità di costruire il canale tra i due oceani in Nicaragua, opportunità cui poi gli statunitensi rinunciarono a favore della soluzione di Panama. C’è poi l’obiettiva difficoltà della classe politica nicaraguense a risolvere autonomamente i propri problemi, sicché, in momenti diversi della storia del Nicaragua, l’intervento esterno è stato richiesto sia dai conservatori che dai liberali. Questi due aspetti si fondono a formare quello che si può definire come il “colonialismo culturale” di una nazione come il Nicaragua.
In particolare, il ruolo di Sandino diventa significativo nel caos seguito alle elezioni del 1924, il cui risultato i conservatori di Emiliano Chamorro Vargas cercavano di sovvertire, grazie all’aiuto americano (i marines erano tornati in forze nel 1926). I problemi di Sandino non nascono tuttavia solo dai rapporti con gli uomini al potere, ma anche con gli occasionali compagni di lotta, come Sacasa e Moncada, che sono solo disposti a fare un tratto di strada insieme a lui, ma restano in realtà volti alla difesa di precisi interessi economici. Un notevole supporto viene invece a Sandino, almeno moralmente, se non sempre in senso operativo, dai comunisti internazionali raccolti nella Lega-Imperialista, tanto è vero che la sua popolarità diviene notevole addirittura tra i comunisti cinesi. Anche il sostegno marxista non è tuttavia totale: il Partito Comunista Messicano attacca duramente Sandino come fosse un “revisionista” ante-litteram, accusandolo di aver trattato ed ottenuto favori dagli statunitensi tramite l’inviato del Presidente Coolidge, Henry L. Stimson. Un panorama complesso, che questo libro cerca di districare, offrendo anche una visione più ampia sulla storia degli stati centroamericani susseguente alla rivoluzione messicana di Pancho Villa (1910-1917). Più specificamente, Campisi non tace le atrocità della guerriglia compiuta dai sandinisti, pur cercando di inquadrarle nella realtà del momento e specialmente osservando come la campagna fosse condotta dai singoli comandanti con metodi diversi (e diversa ferocia) ed il libro mostra con sufficiente dettaglio i diversi episodi militari, alcuni piuttosto famosi, come l’Ocotal.
Uscendo dall’ambito strettamente politico e militare, come appropriatamente l’autore fa, la storia della rivoluzione sandinista non può essere spiegata senza il ricorso ad un certo misticismo tipico dell’anima latino-americana. Quest’afflato mistico da un lato si apre alle pratiche esigenze di decomposizione del latifondo e di sviluppo del paese, e dall’altro confina con una certa laica “santità”, specie considerando lo sprezzo della morte e l’assoluto disinteresse, spinto fino all’eroica ingenuità, di Augusto Sandino, caratteristiche che spiegano la durata della leggenda sandinista. Chi però contribuisce nei fatti a creare l’immagine di Sandino comandante carismatico ed esemplare, sono gli intellettuali che si stringono intorno al “generale degli uomini liberi” asserragliato nel Chipote, come per esempio Miguel Angel Asturias e Gabriela Mistral. Alla leggenda contribuiscono altri elementi, solo apparentemente minori, come la figura di sua moglie Blanca, morta in ancor giovane età. Blanca è al fianco del marito nei suoi sforzi diplomatici verso gli altri capi della guerriglia, ma rifiuta di convincerlo alla resa, per quante pressioni il liberale Moncada ed i suoi uomini facessero su di lei e sulla famiglia di Sandino.
Un’opera nel complesso molto interessante ed esauriente, non facilissima a seguirsi (un indice analitico dei nomi non avrebbe guastato), ma piena di significato per la felice riproposizione di un capitolo delle vicende latino-americane che viene frequentemente citato, specie in area marxista, ma, come spesso accade, è realmente conosciuto a fondo da ben pochi studiosi ed appassionati di storia contemporanea.

Recensione di Carlo Santulli






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