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La gallina volante
di Paola Mastrocola
Pubblicato su SITO


Anno 2000- Guanda
224pp.

ISBN

Una recensione di Carlo Santulli
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La gallina volante

La mia esperienza è che gli insegnanti in sala professori parlano: ed ovviamente parlano degli alunni, che di anno in anno sono sempre peggio. Sarà poi vero? E la qualità della scuola? A forza di degenerare, dovremmo essere arrivati al fondo, o ben oltre... E i ragazzi non capiscono l'ironia, non afferrano l'umorismo (dove siano tutti questi professori umoristi, francamente non lo so). Mi venivano in mente questi pensieri riprendendo in mano il libro d'esordio di Paola Mastrocola, “La gallina volante”, che è peraltro di una freschezza e sincerità disarmante nel disegno dei personaggi: il marito Mario, insegnante di matematica, che capisce fino ad un certo punto, concentrato com'è nell'apprendere Windows (siamo nel '95, o giù di lì), l'alunna Tanni, la gallina che dovrebbe volare, e la gallina stessa, che forse vola, tanto che la protagonista la porta ad un concorso, il professore rivoluzionario con la barba, che piace a molti studenti (chi non ne ha conosciuto uno così?), ed il vecchio contadino piemontese Isidoro. C'è una felicità descrittiva, un amore delle cose, che è molto gentile ed adeguato. Meno convincente è l'altro versante del romanzo, dove si cerca di filosofeggiare, molto moderatamente e con discrezione direi, ma anche con continuità, su dove stia andando la scuola. Sono sicuro che a scuola si parli troppo, ci siano troppe riunioni, non si lasci tempo per pensare, ci siano troppe sovrastrutture pseudo-pedagogiche ed organizzative (manageriali?), però...
Devo confessare il mio fastidio per l'esaltazione della noia di un tempo, quando i ragazzi non avevano la palestra, la piscina, il pianoforte, il flauto o altro ancora. E' una tematica ricorrente, nella quale alcuni parroci di quartieri “bene” danno il meglio: il catechismo viene disertato a favore di un'infinità di altri impegni, quindi sarebbe auspicabile che i ragazzi non avessero altre attività pomeridiane, al limite si annoino pure, che è meglio. E' una conclusione che trovo, da cattolico, francamente imbarazzante, e ha un deciso retrogusto di incapacità di confronto col mondo, che la Chiesa, nonostante tutto, non si merita.
Anche Paola Mastrocola fa un lieve e delicato panegirico della noia dopo-scuola dei suoi tempi: sembra di tornare a Paolo Conte (altro piemontese) e al suo “pomeriggio troppo azzurro” dove non c'è “neanche un prete per chiacchierar”. Ecco, con buona pace della simpatica professoressa, quel che ricordo della mia infanzia è che il tempo vuoto sarà stato pure tempo per pensare, però era anche...noia, e nella noia non c'è nulla di particolarmente esaltante. Certo, eravamo bambini, ed è facile mitizzare i primi anni di vita dei quali si ricorda qualcosa: ho l'impressione che questa “mitologia del passato” sia quello che muove (forse) l'autrice e (certamente) i parroci di cui sopra.
Ecco, nei libri della Mastrocola (questo, come dicevo, è il primo: altri successivi, come “La barca nel bosco” sono, per conto mio, più maturi, e l'autrice vi perfeziona il suo stile elegante e raffinato) c'è il sottofondo di credere che la scuola sia cambiata e peggiorata per effetto del '68, delle decisioni politiche, dei professori che non hanno fatto il concorso, i cosiddetti “diciassettisti” degli anni '70, e dell'università alla deriva, in balia del baronato. Tutte cose giuste, anche se non tanto buone, che personalmente condivido in parte. Però: siamo sicuri che la scuola non sia cambiata (in meglio, in peggio, non so), insieme alla società? Il valore della cultura, secondo la Mastrocola, è ormai riconosciuto soltanto dagli appassionati e da quelle classi che ancora non l'hanno raggiunta. Gaspare, il latinista in erba de “La barca nel bosco”, venuto dal profondo Sud insulare, finisce per trovarsi in una scuola che non lo capisce e che in certo senso lo “usa” nel modo peggiore possibile. Ecco: di quale cultura stiamo parlando? Del solito mondo di Croce e Gentile, italiano, latino, greco e filosofia, il tema di letteratura, matematica poca e solo teoretica, lingue straniere il minimo indispensabile e controvoglia, tecniche (musica e disegno, per esempio) manco a parlarne, almeno al classico (anche se la Mastrocola insegna allo scientifico, e qui ambienta i suoi libri in prevalenza). E, su tutto, un'ansia, vicina al terror panico, per tutto ciò che sia “scientifico” o “tecnologico”, ansia da cui l'autrice, mi dispiace dirlo, non mi sembra immune. La tecnologia, per quanto brutta e cattiva (e non mi sento di negare che a volte lo sia) è insita nel mondo in cui viviamo: capirla, o cercare almeno di utilizzarla, è fare “cultura” (in certo senso, anche avvitare un bullone nel verso giusto e con la chiave adatta, è un piccolo atto “culturale”).
E' chiaro che le difficoltà che l'autrice presenta nel suo rapporto con la scuola di oggi sono molto realistiche. A questo proposito, può essere una soluzione, se non si riesce a superare un pendio, percorrerlo a marcia indietro: così, se i recuperi, debiti/crediti o vattelapesca, non funzionano, si può tornare agli esami di riparazione, idea che la Mastrocola caldeggia, anche nell'abbastanza recente “La scuola raccontata al mio cane”. Perché no? Il fatto è che non riavremo indietro per questo gli anni '60, ed i ragazzi volenterosi (tutti?) e rispettosi (sempre?). Inoltre, questa concezione “alta” ed elitaria di cultura ci ha fatto trascinare fino agli anni '60 dei livelli di analfabetismo da paese sottosviluppato (benché quanto a retorica non ci batta nessuno, come sempre). Don Milani, un nome che non sfugge alle critiche della Mastrocola, cercava prima di tutto, pragmaticamente (come in effetti i migliori maestri fanno), di tirar fuori dall'ignoranza i suoi allievi, un risultato che una semplice bocciatura (o due o tre...) non avrebbe potuto conseguire. L'errore semmai, mi sembra sia stato quello di applicare la lezione di Don Milani non solo ai figli dei contadini del Mugello del 1960, immersi in contesti sociali in cui imparare era difficile (pochi mezzi, pochi stimoli, pochissimo tempo concesso dal lavoro nei campi), ma semplicemente ai tanti ragazzi svogliati (nel 2008 come nel 1960).
Comunque sia, dobbiamo affrontare i problemi della nostra epoca: uno dei quali mi sembra sia il fatto di avere una scuola sempre più carica, forse impropriamente, di responsabilità, ma cui non sono concessi gli strumenti per farvi fronte. Sulla scuola, mi sono scoperto quasi più scettico della Mastrocola: anche a me basterebbe che non facesse danni ai ragazzi, come invece ne fa al povero Gaspare, il latinista pre-scuola. Che la scuola migliori le persone, ci credo poco: e non mi sembra c'entri molto l'avvicendarsi dei ministri; certo, qualcosa si impara, nonostante tutto. Anche perché latinisti fuori dalla scuola ne ho conosciuti pochi (qualche seminarista particolarmente entusiasta, direi): però si impara, e tanto, anche fuori dalla scuola, e non necessariamente in modo più confuso. L'autrice suggerisce poi che si debba leggere in fondo un solo libro per tutta la vita: affermazione che capisco, filosoficamente (c'è per tutti un “libro della vita”, che non lasceremo mai: nel caso della professoressa Carla de “La gallina volante” è il “Wilhelm Meister” di Goethe). Suggerimento però che offerto tal quale nel mondo di oggi, in cui molti leggono libri seriali, scritti da una sola mano (o da molte mani anonime...) mi sembra un po' frutto d'ingenuità, o di leggera incoscienza, ed inquadra molto bene lo scollamento tra gli intellettuali ed il lettore. Sogniamo alunni che leggano Goethe, invece di spiegare che ogni libro letto può aprirci un mondo. Così, aspettando che i giovani (ma anche i meno giovani) facciano le letture “giuste”, dimentichiamo un dato essenziale: che la maggior parte degli Italiani non legge mai un libro.
Mi sembra vero, in ogni modo, che la scuola, come esperienza, tenda a diventare un po' più marginale (almeno educativamente, non direi socialmente) nella vita di tanti ragazzi, che comunque imparano (più o meno) a leggere ed a scrivere (e tante altre cose, anche se magari non contemplate dai programmi) pure in molti altri modi ed ambiti. E' in quel momento che la scuola dovrebbe, con molta serietà e profondità, smettere di chiedere all'universo mondo di fermarsi e di incasellarsi nei suoi programmi, ma fornire ai ragazzi un po' di capacità critica. Perché in effetti il problema non è che i programmi scolastici sono arretrati (a volte, per quel che ne so, lo sono), ma che, finita la scuola, si ha sempre più difficoltà ad aggiornare la propria conoscenza (in un certo senso, a stare appresso a come il mondo evolve), anche se i mezzi non mancano certo (Internet è uno di questi). Aggiornarsi con spirito critico: torniamo, quasi circolarmente, a Croce e Gentile, ma naturalmente accettando la maggiore complessità del mondo attuale. A questo punto, non so più se Paola Mastrocola sarebbe d'accordo con me, o meno (a Roma direbbero che mi sono un po' “incartato”, il che è senza dubbio vero). Al mio “incartamento”, per così dire, contribuisce tuttavia il fatto che l'autrice dispone le sue idee con passione, e con degli andirivieni mentali e temporali che presentano più il processo di tensione verso la verità che una verità ormai acquisita. Ammetto che questo modo di procedere, in cui si vede “il ponteggio” e si intuisce (forse) come verrà la costruzione, se qualcuno non modifica il progetto, mi piace. Sono poi certo di poter consigliare la lettura di una scrittrice che pone argomentazioni così profonde in modo piano e gradevole, prendendosi sul serio, ma senza seriosità.


Una recensione di Carlo Santulli



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