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La mossa del matto affogato
di Roberto Alajmo
Pubblicato su SITO


Anno 2008- Mondadori
Prezzo € 17- 241pp.
ISBN 9788804568544

Una recensione di Simona Lo Iacono
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La mossa del matto affogato

Si ferma, Giovanni Alagna.Il posto è lo stesso in cui lo portò una volta suo padre. Monte Gallo. Una cima, neanche tanto panoramica, sulla città. Uno sguardo, lungo, posato su di essa.
Giovanni Alagna  aspetta un attimo e osserva:  può ancora intravedere l’ultima possibilità. Forse non è ancora tutto perduto.Forse può fare appello a  quella scusa sempre usata,  ben riuscita. O a quella manovra da prestigiatore che l’ha liberato in un colpo solo – e in più di un’occasione -  da  creditori molesti  e amanti inopportune.
O forse no. E’ meglio prender tempo. Come quella volta in cui usò per mesi   una Porche mai pagata. Ma sì. E’ meglio Alagna, dice a se stesso. Prendi tempo.
Il tempo poi.  Era sempre parso un alleato,a Giovanni Alagna. Un complice affidabile e pietoso che concedeva  tregua. E soldi. Da rimaneggiare e spendere. Da inventare quasi con estro e genialità. Mai da restituire.
Eppure anche il tempo da qualche giorno gli si è messo contro. Lo insegue, gli si avvita a spirale sulla groppa. Anche il tempo gli corre dietro e gli fiata sul collo. Anche il tempo.
E pare quasi uno di quegli ospiti che d’un tratto si fanno troppo molesti, che - accolti sulle prime come una ventata di novità - si trascinino dietro tutto il peso di una presenza inopportuna. Sottrae, invece di dare. Riscuote interessi. Troppi interessi.
E allora cosa. A conti fatti non c’è molto spazio intorno a lui. Neanche un ricordo. Del padre solo due precetti sboffati  quasi come  una rima da imparare a memoria. Della madre  niente più che un‘ombratura. Una  sagoma che si muove  tra gli odori di disinfettante  della casa di riposo.

Si dice, cosa, Alagna , cosa. E soprattutto quando. Quand’è che la corsa ha preso a impazzare. Quando la fortuna a cambiare rotta. Lo ricordi, eh Alagna? No, nemmeno tu lo ricordi. Perché , allora, dovrebbero saperlo gli altri.
Ma è sempre stato convinto  che a furia di ignorarli, gli eventi, si dissolvano. Che non lascino traccia né fumo, neanche uno di quei fastidiosi resti che talvolta la vita si diverte a disseminare per strada dando agli altri l’opportunità di seguirli. Forse chiudendo gli occhi. Ecco, sì, chiudere gli occhi è la soluzione. Non guardare, Alagna, non guardare.
Ma senza guardare non si copre le spalle. Non  scorge l’accerchiamento, non vede – non sa – che a crearlo , tra balzi in  E1 e mosse in F3, è la sua stessa pedina, quella che aveva incoronato con festini e furbizie, quella che s’era assisa sul trono fra le tante con boria di sovrano. Non sa.
Non sa che è lui il re. E che  gli altri  scacchi gli si sono mossi intorno con passo felpato, con astuzia di giocatore, con guizzo d’acrobata.Non sa che tra poco, tra tre o quattro mosse non previste, non anticipate , il re non avrà più scampo.
Quando lo scoprirà -  quando riaprirà gli occhi - la regina, i cavalli, le torri e persino le pedine, gli saranno già intorno. A un passo, solo un passo da lui, prenderanno a osservarlo con indifferenza. Non hanno colore nemico, e non sembrano nemmeno appartenere all’avversario: sono la sua squadra. E ciò nonostante gli marciano contro ondeggiando a ritmo di requiem.
Dopo, molto tempo dopo, saprà che è la mossa del matto affogato. Come dire scacco matto a se stesso. Come dire autogol o giocare contro corrente.
E però che importano le definizioni. Ancora una vola Alagna si contempla e quasi spera in un’altra occasione, in un miracoloso salvataggio o in un’ assoluzione.Ma no. Non stavolta. Stavolta non c’è che da prendere l’ultima boccata d’aria…
Concepito come una sfida su un’immaginaria scacchiera , l’ultimo libro di Roberto Alajmo ( “La mossa del matto affogato”, Mondadori, € 17,00) artiglia  cuore e fiato a ogni movimento delle pedine. Tra rapporti familiari lacerati e affanni di vita corsa verso  una sicura disfatta , il racconto del protagonista si dipana in un serrato  colloquio con se stesso, lucido fino all’ultimo atto.
La  tecnica raffinatissima (un uso disinvolto e felice delle seconda persona singolare portata avanti per tutto il corso della narrazione con una padronanza appartenuta in precedenza solo al migliore Calvino), la magnetica carica  evocativa e un senso dolorante del significato – o della mancanza di significato -  di talune esistenze,  fanno de “La mossa del matto affogato” non solo una vibrantissima voce di  uomo, ma anche di una società vacua e di un tempo.
Se il re è  sovrano  che si arrabatta  tra sotterfugi e pretesti, tra fughe più o meno consapevoli da responsabilità e domande, la scacchiera è regno –  attualissimo regno - di questo monarca.E a fine partita, dopo aver osservato lo schema del  gioco e contato  quadranti bianchi e neri, non ci è poi così estranea come all’inizio. Né ci sottrae l’impressione di averla percorsa – anche noi – come invisibili pedine.


Una recensione di Simona Lo Iacono



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