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Via Po
di Michele Claudio Napolitano
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Nel mezzo del cammin di nostra vita...

Biancastra come latte cagliato scorre la via; la si può bere a piccoli sorsi senza pensare all'amaro che lascia in bocca. Quel che importa è il retrogusto, la saliva che aumenta, le papille gustative che si confondono con gli occhi e lo sguardo che confonde la strada e i palazzi. In un tram a mezzogiorno o a piedi di sera la via scorre comunque lenta, incespicando ad ogni passo, rapprendendosi in un coagulo di pensieri misti a mattoni e a calce.

Certo, occorre non lasciarsi distrarre dallo Spettro dei colori, ineffabile fantasma dalle infinite sfumature,  che aleggia sull'asfalto e sopra di esso: non ha un lenzuolo bianco, tessuto con i fili della somma e dell'assenza cromatica ma più sottilmente veste con cura il bagliore dei neon o l'azzurro del cielo, le carrozzerie delle macchine e la stoffa dei vestiti dei passanti.

L'occhio esperto sa poi ben discernere la concentrazione dello sguardo dai rumori che l'udito fedelmente riproduce, e che si posano come note su di una tromba che suoni non emetterebbe nemmeno se ci soffiasse Satchmo; l'orecchio che distingue i clacson dalle voci per l'occasione deve essere messo da parte.

Il tatto poi, depositato sui gelidi appoggi e frastornato dalla calca dei passeggeri o raggomitolato in fondo alle tasche calde, a giocare con minuscoli gomitoli di cotone non dovrebbe essere ridestato da ciò che avviene come in un film nella cinepresa della retina e nel montaggio del palato.

Sgombrando tutto, dicevamo, si intravede la via biancastra come latte cagliato. Il biancume ha dei contorni; sicuramente. Stretta, diagonale, obliqua, dritta, suicida si getta nel fiume contemplando il suo cadavere passare da un ponte. Nemmeno le esequie ha potuto ricevere, costretta a gettarsi a due passi da una Chiesa che pare il Pantheon, Spettro religioso multiforme, ben più corporeo del suo fratello dalle mille tinte. Nemmeno il conforto di un requiem eternam dona eis.

Va beh, direte voi, il prologo è appena cominciato e siamo già all'epilogo, senza aver capito se si tratta di commedia o di tragedia, ma vi si potrebbe eccepire che nemmeno al peggior regista non si concede un flash-back che scandagli nella memoria della finzione e nella storia del passato a mo di spiegazione. Proviamo a tornare indietro, regista!

Magari non ci sarà nemmeno bisogno di tirare in ballo Proust o chissà chi per sviluppare l'elemento stampato nella pellicola; o  per navigare il flusso costante, coesistente del Tempo (o del tempo). Magari è un dettaglio che vi è sfuggito perché nell'ellissi narrativa i dettagli sono importanti: il non detto è già un racconto, molto più del già detto.

Ripercorriamo a ritroso la bobina della via ancora in vita con una passeggiata attenta al particolare. Se eravamo dentro ad un tranvai l'occhio disattento può essersi lasciato andare al narcisistico gioco della propria immagine appesa al finestrino, la macchina da presa in movimento, mischiando il fuori campo con l'azione, le comparse con i protagonisti.

Se camminiamo adagio corriamo il rischio che l'odorato, senso al quale difficilmente sappiamo porre resistenza, si aggrappi ai polli arrosti e alle pizze dei take-away stimolando l'altra dimensione sensoriale che abbiamo all'inizio chiamata in causa: il gusto.

Astrarsi camminando per una via biancastra come latte cagliato non è poi così semplice ma se alla fine sapremo seguire le indicazioni offuscate dall'imperfezione urbana potremo giungere al verde intenso, speranzoso, vetusto ma ridipinto di fresco dell'oggetto del nostro cortometraggio iniziale.

A metà della via biancastra come latte cagliato mi ritrovai per il verde di una bancarella.

Che la diritta via non era smarrita.

© Michele Claudio Napolitano





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