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L'altro
di Pamela Serafino
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E’ notte fonda ma Anna, distesa sul letto, non ha sonno. Accanto a lei il marito che dorme, distende le gambe. Sembra un sonno sereno il suo, placido, appagato da un’ora d’amore. Lei avverte con il suo corpo la scompostezza delle lenzuola, il loro odore e tiene gli occhi aperti al buio invasa da un senso di disagio. Le sembrava di non riconoscere il corpo del marito, lo sentiva estraneo, come ogni volta che leggeva nei suoi occhi, attraverso quei segni inconfondibili ai quali ci abitua una lunga conoscenza, il desiderio di fare l’amore e allora lei cominciava ad agitarsi. Era in quel preciso momento, nel momento in cui suo marito la desiderava con la spontaneità e l’insistenza che la natura del loro rapporto giustificava, che lei era sopraffatta dal senso di colpa, un oscuro malessere che sembrava venire da lontano e le esplodeva in petto come se qualcuno le schiacciasse il cuore. Era in quel preciso istante che lei avvertiva tutta la distanza tra di loro, non quando passeggiavano sotto braccio per le vie del centro, non quando lui oltrepassava la porta di casa e la chiamava e neppure mentre erano seduti sul divano, la sera, a guardare la televisione fianco a fianco. Bastava che il marito le cingesse i fianchi più fortemente e nascondesse la testa tra i suoi capelli perché lei sentisse l’amico trasformarsi in uno sconosciuto che aveva voglia di allontanare da sé, con forza. E invece restava immobile e per alcuni istanti cercava di evitare i suoi baci, chiudeva gli occhi impedendosi di fuggire. E si odiava per quel senso di nausea che le invadeva il corpo, che le impediva di desiderare quell’uomo. Poi, lentamente, ricercava in sé il ritmo del suo respiro e si rilassava lentamente, accarezzava il viso del marito, ripercorreva con le mani i suoi contorni come per riconoscerlo, e intanto un altro viso si sovrapponeva a quello e lei stringeva i denti, cercando di annebbiare i suoi pensieri. A volte ci riusciva e le sue mani divenivano avide di toccare, il suo respiro si affannava al pari di quello dell’uomo e lei partecipava allo stesso piacere dei sensi, ma a volte… a volte neppure il suo esercizio mentale bastava per dimenticare che lei non apparteneva più a se stessa, che il suo corpo al pari della sua mente erano stati espropriati da lei e qualcuno li teneva presso di sé. Allora diveniva inerte e priva di vita, un sacco immobile sotto il corpo del marito e nella testa il solo pensiero che lui finisse presto e la lucidità delle sue sensazioni che le scorrevano nel sangue come acqua gelida. Lui, l’altro dov’era allora, mentre lei uccideva il loro appartenersi? Cosa avrebbe provato se l’avesse vista in quel momento?. Ma lui non era suo marito, le sue spalle, le sue braccia, non erano vincolati a lei da alcuna legge umana o divina, anche se, quando erano insieme, il mondo si riduceva ad una pallina che stringevano tra le loro mani, pronta ad esplodere in tutta la sua grandezza e complessità non appena si fosse aperta la porta dell’appartamento in cui si incontravano. Sin da quando, uscendo per la strada, si guardavano attorno come ladri, furtivi, veloci, e non si parlavano quasi più, come se il loro silenzio potesse giustificare a chi li avesse visti il loro stare insieme. “Non posso andare avanti così” si ripeteva Anna mentre scostava le lenzuola da sé e si sedeva all’angolo del letto “devo prendere una decisione, devo dirglielo…” cominciò a guardarlo mentre dormiva e avrebbe voluto svegliarlo gettarsi tra le sue braccia e chiedergli di salvarla, di liberarle la mente “Dio mio- si ripeteva- non credevo che sarebbe stato così terribile, scegliere cosa, scegliere chi…. e l’altro da allontanare, il malvagio, l’errore chi sarebbe, lui? La mia felicità, la mia gioia di vivere, il mio senso ritrovato, non posso” pensava così e si metteva le mani tra i capelli, si stringeva le tempie e cercava di non piangere per evitare che il marito si svegliasse e la sorprendesse in quello stato. Ma era diventato sempre più difficile fingere, solo il lavoro che li teneva separati per lungo tempo durante il giorno le permetteva di non farsi scoprire malata nell’animo. Suo marito la vedeva tranquilla come sempre, solo un po’ più affaticata “avresti bisogno di una vacanza, le ripeteva spesso, molliamo tutto e partiamo una settimana” lei lo guardava sorridendo e intanto pensava che non avrebbe potuto lasciare l’altro da solo ad aspettarla. Ma poi era avvenuto… era avvenuto ciò che lei aveva sempre temuto: l’altro era scomparso per alcuni giorni, il telefonino spento, nessuna risposta a casa, raggiungerlo al lavoro nel suo studio era impossibile, troppa gente che l’avrebbe vista, perché lo cercava? Era stata in quei giorni fuori di sé, come vagando nel vuoto, non seguiva i discorsi, non vedeva la strada, era frenetica, irascibile, svogliata. Un girono intero era rimasta a letto fingendosi malata, e non si era mossa, nascondendo il telefonino sotto le coperte nella speranza che lui la chiamasse e lei sarebbe stata subito pronta a rispondere. Il suo orgoglio le impediva di chiamarlo, ma lo aspettava e i suoi occhi guardavano Enzo con affetto, con riconoscenza, suo marito, il punto stabile della sua vita.
Solo tre giorni dopo lui la chiama ed Anna non riesce ad essere arrabbiata, non gli chiede nulla è solo felice, lo rivedrà. E si rivedono la sera, nel loro appartamento e fanno l’amore senza dirsi nulla… Ma quando escono per strada, circondati dal loro silenzio, lei ha voglia di fuggire e guarda gli occhi di lui solo un momento. Anche quella sera si è sentita amata, ma il desiderio di fuggire l’arranca, le corre dietro, la investe e lei corre davvero via, via dall’auto senza voltarsi. Il marito l’aspetta a casa, ha cominciato a preparare la cena, la vede e le sorride “la settimana prossima partiamo” gli dice lei risoluta in un’unica emissione di fiato.
Mentre prepara le valigie Anna è felice, partirà con suo marito, come è giusto che sia, avvertirà lui la sera prima di prendere l’aereo, gli darà la notizia velocemente e con naturalezza, non vuole ascoltare la sua reazione “no, sarà meglio mandargli un messaggio e poi spegnere il telefono e meglio interrompere tutti i contatti, liberare la mente” pensa e le sue mani sono frenetiche mentre ripone i suoi vestiti nella valigia.
Ecco l’aereo si stacca da terra finalmente è partita, è libera, si volge a guardare il marito, gli stringe la mano “sono libera, non è poi così difficile” pensa “basta lasciarsi andare, non pensare a nulla”. I giorni in vacanza trascorrono velocemente Anna si è divertita ha camminato tanto, ha ballato, è andata a teatro, sente di non aver bisogno di nessun altro all’infuori di suo marito. Finalmente si sente serena. Ma allora perché all’improvviso questa notte ha sentito nostalgia dell’altro? Perché l’ha invasa un senso di tenerezza come una nuvola di profumo, perché la mattina in quel negozio le è sembrato di riconoscere la sua voce e si è voltata a cercarlo? Perché ora, di notte, chiusa nella sua stanza d’albergo ha voglia di prendere il telefonino e inviargli un messaggio… perché è capace di fare del male a suo marito, perché non può fermare le sue gambe che si alzano, le sue mani che frugano nella borsa alla ricerca del telefono per scrivere a lui, al suo amore. Meccanicamente Anna compone il testo del messaggio sulla tastiera “mi manchi da morire, ti chiamo appena torno” e i suoi occhi osservano il letto dove il marito riposa; teme che si svegli e le chieda a chi scrive a quell’ora di notte, ma lui dorme, sereno, e stende il braccio nell’altra metà del letto cercando, nel sonno, la moglie.

© Pamela Serafino





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