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Quasi un preludio
di Franco Favata
Pubblicato su SITO


Anno 2006- Montedit


Una recensione di Giovanni Venezia
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Votanti: 6083
Media 79.24%



 Quasi un preludio

Se non conoscessimo l’Autore, saremmo inclini a pensare che ‘’ l’incipit ’’ del suo nuovo romanzo sia un invito a leggere una favola – di quelle tradizionali: “C’era una volta in un paese lontano…”. Potrebbe esserlo ma il ‘’mistero’’ di un misterioso personaggio introduce verso una vicenda “aggrovigliata” che certo favola non è.
L’ uomo misterioso, di mezza età , sottobraccio una strana “valigia in fibra rigida” , incurante della sua salute, affronta un temporale per raggiungere con piè veloce la Grande Biblioteca .
E’ forse un professore di Lettere antiche e filosofia, un umanista certo, è un soggetto di quelli della tempra di un Poggio Bracciolini, un topo di biblioteca.
Lombrantil –così si chiama il protagonista -, chiede aiuto ad un onesto bibliotecario per trovare un rarissimo o forse inesistente libro del cinquecento di cui si sono perse le tracce.
Siamo dentro le pagine dell’ultima fatica di Franco Favata : “Quasi un preludio” – collana Le schegge d’oro – Montedit editrice di Melegnano pp.76 €.7,50.
Dopo “Bacterium Noctis” il volume con cui il nostro ha esordito, non credevamo di ritrovarci dentro percorsi misteriosi, fitti, spasmodici; a descrizioni fluttuanti in cui la punteggiatura – che è protagonista di lettura , fa da calamita e consente appena una breve pausa per centellinare un caffè.
Il professor Lombrantil è alla ricerca puntigliosa di un vecchio cinquecentino, sicuro di trovarlo in quella Grande Biblioteca rifiutandosi persino di accettare anche soltanto l’idea che potesse essere in altro luogo. Vi si reca e , con la collaborazione del certosino bibliotecario, s’immerge con spasmodica tensione nella ricerca scrutando ogni possibile vuoto tra gli scaffali, fra le polverose copertine di vecchi manuali semi-danneggiati dall’usura del tempo o dall’umidità, con pagine mancanti perché forse qualcuno li ha distrutti.
E’ un dolore per il ricercatore, ma insiste. Non gli sfugge nulla, si piega, sale le scale, s’inoltra in angoli bui…..poi un sospiro di sollievo che sarà immediatamente tradotto in delusione. Di contro la pazienza del bibliotecario che lo affianca nel metodico e laborioso lavoro di ricerca, lo segue con ammirata emozione; vorrebbe convincere, però- egli che conosce bene la biblioteca - il professor Lombrantil a desistere. Si trova di tutto – riflette a voce alta colma di amarezza il novello Bracciolini -“ sono cose dell’altro mondo” , brutte parrucche “schifose”, scarpe, ventagli e financo caffettiere. E’ sfinito. Si arrenderà Lombrantil?
Scrive Giacomo Giannone che il prof. Lombrantil potrebbe decidere per “una sospensione che è solo un “”preludio””, che dovrà esserci un seguito, un epilogo a questo strano viaggio, defatigante ma pieno di suspense, destinato ad approdare in qualche modo ad una conclusione non vana”. Chissà.
Pensiamo – non vorremmo sbagliarci – che il Favata dal contesto dell’evolversi di questa vicenda, voglia estrarre un ammonimento a quanti disattendono e distruggono i valori della cultura, buttandone le pagine al vento per disperderle o bruciarle.
Infatti “Quasi un preludio” è un incredibile viaggio tra storia ed immaginazione. Il tutto si vive interamente dentro la biblioteca identificabile nella foto della copertina: quel bellissimo Collegio dei Gesuiti del XVII secolo di Mazara del Vallo, dal bel portale barocco, sede di Università con facoltà di Filosofia e Teologia, che ha ospitato sia la Biblioteca Comunale che il piccolo Museo Civico.
Infatti, a causa dei locali divenuti pericolanti, sia la biblioteca che il museo vennero trasferiti e non è da aver dubbi che quel rarissimo e prezioso libro del cinquecento sia andato perduto per negligenza o sia stato rubato.
E’ meticoloso l’autore , attento alla scrittura, incalzante fino al punto di diventare carnefice della pazienza del lettore , l’uccide per costringerlo, - riuscendovi - a proseguire sulla via tracciata dal mistero.
Il linguaggio vira anche e accade quello che non si spiega razionalmente, ma accade. C’è una bellezza che ferisce, e si pianta dentro. Il racconto giunge anche a far mordere le labbra per la commozione, l’amarezza per i perduti valori culturali sottratti all’umanità.
Emerge, forte, l’amore per la cultura e l’Autore vuole darci un messaggio rivolto soprattutto ai giovani sui valori positivi ed attuali del passato su cui sempre va costruito il futuro.
Non c’è miglior modo che rendergli omaggio con quanto il patriarca biblico Enoch ebbe a scrivere nel suo libro dei segreti: “…Scrivo non per i miei, ma per le estreme generazioni future, per voi esseri umani che verrete…” Dopo la lettura, una meditazione s’impone.


Una recensione di Giovanni Venezia



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