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Giovanni Buzi

la lupa di Roma
da PB11


Specchio ovale.
Legno intagliato e dorato.
Un volo d’amorini tra nuvolotti e uno sfolgorio di raggi ondulanti come serpi. Tutt’intorno un tessuto di velluto color crema. Trapunti, minuscoli gigli di Francia in seta carminio, lucenti come piccoli ragni gonfi di sangue.
Un ultimo tocco di cipria e lo sguardo della contessa Maria Letizia di Santafiora, 52 anni portati con gloria, cade distratto sul bouquet di rose in un vaso di Sèvres blu e oro.
Come sempre, rose appassite.
Ne faceva acquistare grandi mazzi color rosso bordeaux, tangente al nero, e dava ordine alla servitù di lasciarle nelle soffitte, finché i petali non avessero assunto quella patina d’antico, prezioso, prossimo alla morte. I suoi bouquet d’agonies, come li chiamava utilizzando un’espressione d’uno degli scrittori a lei più cari, Victor Hugo. E quelle agonies le spargeva in identici vasi per tutto il palazzo, dalla hall alla sala da pranzo, nel salone come nei bagni. Sentire quegli esseri viventi che, muti perdevano colore, appassivano e lasciavano cadere, uno ad uno, ogni petalo le dava una grande gioia. Ogni petalo che moriva era una nuova goccia di sangue vivo che le scorreva nelle vene.
“Toutes les femmes sont teintes du sang des roses...”, le viene in mente ancora una strofa d’Hugo, mentre prendeva una boccetta di cristallo intagliato e vaporizza Amethyst, un’acqua creata appositamente per lei dal più noto profumiere di Roma. Un miscuglio di rose e muschi dal retrogusto di salmastro, cenere e incensi. Un sorriso le sfiora le labbra, quando con gesto lento cala la veletta mouchetée del cappello di raso nero.
Ancora pochi secondi e sarebbe uscita.
Ancora pochi secondi e l’avrebbe raggiunto.
Li avrebbe raggiunti.
- Nannina, vado! Di’ al signor conte che sarò assente per l’intera nottata.
- Le prendo il mantello, contessa?
- Faccio io. Vado di fretta.
L’aria è fresca e umida.
Come sempre, quando esce da sola.
Come sempre, quando esce con quell’elettricità nelle vene. Rivolge uno sguardo distratto al piano nobile del rinascimentale palazzo Santafiora-Ceva che domina la piazzetta delle Tre Spine. Suo marito è in salotto; legge. Sono le 21 e 30, a quell’ora Annina gli porta il cognac. Maria Letizia abbassa lo sguardo, si stringe nello splendido mantello di lontra e s’inoltra nei vicoli della vecchia Roma.
Esce sempre sola in quei momenti.
Lo deve.
Non è il caso di prendere la carrozza, né di scomodare Annina o un’altra domestica; certe cose si devono fare da soli, e con la massima prudenza. Anche il suo adorato marito le sarebbe d’intralcio. Soprattutto lui! Della faccenda devono venirne a conoscenza il minor numero di persone possibile. Che si direbbe in Vaticano, se la cosa arrivasse alle orecchie del Cardinale, fratello di suo marito?...
Un lampo squarcia il cielo!
Maria Letizia solleva il viso; quella scarica blu elettrico sembra chiamarla. Spenta la luminosità, tra gli stracci di nuvole tornano a brillare le stelle.
Deve far presto. Sente che il momento s’avvicina. Passa accanto ad una fontanella, una conchiglia di marmo cementata in una parete. Una faccia d’angelo sputa un cannello d’acqua. Non può resistere; toglie il guanto di pizzo nero e sfiora l’acqua con le punta delle dita. Lo sguardo s’attarda su quel viso di marmo corroso dal tempo.
Non ha avuto la fortuna d’avere figli. Il ramo dei Santafiora-Ceva è destinato ad estinguersi. È rimasta incinta più volte, ma ogni volta ha abortito. Milioni d’anticorpi, succhi acidi distruggono ogni elemento estraneo al suo corpo, dicono i medici. Come fosse veleno, il suo grembo neutralizza il seme che porta la vita. La bellezza straordinaria della contessa, come un poeta l’ha definita “angolosa e cristallina”, sembra avere un prezzo.
Ancora una ferita blu e uno scoppio nel cielo!
Maria Letizia respira a pieni polmoni, e come un gabbiano si sente leggera, come una pianta del deserto, rivive. Odia l’estate, il caldo, l’afa, quel tanfo di sole e polvere.
Alza lo sguardo; le pupille si fanno due opali neri. Non c’è nessuno in quel labirinto di pietre, nient’altro che odor di pioggia, sospiri, fogne e antiche nostalgie.
I rintocchi d’una campana risuonano lenti e lenta l’aria vibra. Il blu elettrico del cielo è striato di viola, come il mare in certe stampe giapponesi. Arriva in una piazza silenziosa. Prosegue rasente le mura di palazzi chiusi come scrigni, svolta nel primo vicolo di sinistra, ancora qualche metro e si ferma di fronte ad un portone in legno con borchie di bronzo. Bussa. S’apre una finestrella nella porta e compare un viso al di là d’una grata. Non c’è bisogno di parole, uno sguardo d’intesa e la suora fa scattare il chiavistello. Ritagliata nello spessore del legno, s’apre una porticina. Dando uno sguardo intorno, Maria Letizia si china ed entra.
- Buonasera, contessa, come sta?
- Bene grazie. È tutto pronto?
- Tutto.
- Quei signori sono arrivati?
La monaca abbassa il capo in segno d’assenso, richiude la porta e fa strada con una lampada a petrolio. Passano in un chiostro. Un improvviso odor d’oleandro. Colonne. Tra le rose, il gocciolio d’una pigra fontana. Mascheroni cementati alle pareti. Terra bagnata, muschi, rancido, mughetti in fiore. Ancora porte, corridoi. Odor di lustro, acqua marcia e cera fusa. La monaca si ferma davanti ad una porta e bussa discretamente. La porta s’apre.
- Buonasera contessa, dice al vederla la Madre Superiora. Tutto è pronto.
- Quei signori..., sospira Maria Letizia.
La Madre Superiora le prende le mani,
- Sono qui. Coraggio, andrà tutto bene, come le altre volte. Trema?
- Un poco.
- È già il momento?...
La contessa annuisce. Alza la veletta e mostra un viso cadaverico, sembra che la sua pelle abbia assorbito cipria e rossetto, come una pietra porosa fa sparire la pioggia.
- Mio Dio, esclama coprendosi il viso con le mani. Perché?...
- Mi dia la pelliccia e si spogli. Quei signori arriveranno a momenti.
Maria Letizia, lo sguardo bruciante, toglie il mantello e inizia a spogliarsi. Nuda, prende a tremare nonostante la stanza fosse riscaldata. La Madre Superiora l’accompagna al tavolo e l’aiuta a stendersi. Schiena contro il legno, la contessa apre gambe e braccia a croce di Sant’Andrea. La Madre Superiora le lega caviglie e polsi con fasce di stoffa ad anelli di ferro infissi nel legno. Maria Letizia, i lunghi capelli neri sciolti, chiude con forza le palpebre e scossa da brividi dice,
- Quando arrivano?
- Eccoli, sussurra la Madre Superiora andando ad aprire la porta.
Entrano due uomini. I brividi che scuotono il corpo della donna s’intensificano. Il pallore della pelle è impressionante; ogni goccia del suo sangue sembra risucchiato da un’invisibile presenza. Le gambe s’aprono ancor di più. Il bacino freme. In uno spasmo di tutte le membra, inarca la schiena. Morde con forza le labbra per non gridare mentre le dita delle mani annaspano nel vuoto come gli artigli di un’aquila. All’istante, il corpo intero si copre di migliaia di gocce di sudore.
La monaca rivolge uno sguardo ai due uomini. Mentre si tolgono i mantelli, uno dei due dice:
- Esegua pure.
La Madre Superiora immerge una pezza bianca in una bacinella d’acqua e ghiaccio e la passa sulla fronte bruciante, sul collo, il petto, l’intero corpo di Maria Letizia.
I due uomini indossano un camice bianco. Uno dice all’altro sottovoce,
- Caro collega, che pena mi fa questa povera donna. Quanto pensa che potrà andare avanti così?
- Le confesso: nessuna idea.
- Eppure noi, senza vantarci, siamo i più rinomati medici della capitale.
- Esistono fenomeni che sfuggono a chiunque.
Il corpo della donna assumeva il colore del metallo rovente. Ad un cenno d’uno dei medici, la monaca smette di passare la pezza bagnata. Come un fine vapore inizia a sprigionarsi dalle membra, una vibrazione che sembra condensarsi nell’aria come un effetto miraggio.
Che fenomeno era quello? Nessun medico, uomo di scienza consultato era stato capace di rispondere. Ciò che i due dottori potevano fare, era sorvegliare quel corpo e, nel caso, tentare un qualche soccorso. È solo da cinque anni che il fenomeno si manifesta alla contessa di Santafiora. Inspiegabilmente.
Al momento cruciale, i medici e la Madre Superiora, come ogni volta, stentano a credere ai loro occhi!
Un’energia sembra sprigionarsi da quel corpo. All’improvviso, uno sciame impalpabile, appena luminescente si condensa nell’aria, attraversa le mura e vola via. La donna resta come morta distesa sul tavolo. Si potesse seguire quello sciame, s’avrebbe la sorpresa di vedere Roma dall’alto; i colli, gli alberi, i giardini, le costruzioni... e il Tevere strisciare laggiù come una serpe bronzo oro a tratti luminescente che esplora cumuli di palazzi, grandiose macerie, frammenti di marmi immersi in strati d’ombre d’antichi verdi e viola.
Lo sciame impalpabile, quasi invisibile s’alza nel cielo tra i brandelli rosso sangue delle nuvole. Per pochi istanti, s’arresta in alto e come un gabbiano plana. Sembra attendere. Esplode un nuovo lampo che l’attira, l’assorbe, l’incorpora nella sua pura energia! Lo sciame emanato, quasi per dissoluzione, dal corpo della contessa è catapultato dalla folgore verso colei che la chiama: la Lupa di Roma. La statua di bronzo della vera Lupa conservata in una sala del Campidoglio.
E la magia si ripete! L’essenza vitale di Maria Letizia di Santafiora penetra le mura, si getta sulla statua e l’irriga d’una luce bluastra, d’un formicolio elettrico che la percorre dalla zampe alle pupille!
Il bronzo risplende, si fa malleabile; un guizzo e la statua rivive! La Lupa scioglie muscoli e tendini e con un salto lascia Romolo e Remo, mani in alto, a poppare l’aria. Il bronzo non è che una massa fluida, vibrante. Luminescente come un fantasma, la Lupa attraversa mattoni e cemento e si ritrova all’aria fresca della notte.
Ma quell’animale che attraversa Piazza del Campidoglio e scende la scalinata rasente la balaustra non è più un fantasma, è la Lupa, la vera Lupa di Roma! Carne e sangue, muscoli, pelliccia grigio scuro e zanne. Attraversa veloce la strada e si dirige verso i ruderi del Teatro Marcello. Là si ferma, respira. S’accovaccia tra blocchi di marmo caduti.
Solleva poi il muso. Fiuta il vento. Un lampo nelle pupille grigie a pagliuzze oro. S’alza. Annusa a terra. Sembra alla ricerca d’antiche piste, di tracce d’invisibile.
Nel frattempo, la contessa è senza conoscenza sul tavolo all’interno della cella. I medici possono solo costatare che il battito cardiaco e il respiro sono debolissimi, la temperatura corporea di molto inferiore alla normale. La monaca non ha potuto far altro che inginocchiarsi e pregare, come le altre suore riunite in chiesa.
La Lupa si dirige verso il lungotevere. S’accovaccia nell’ombra tiepida d’un oleandro mentre nel cielo s’agitano le masse violacee delle nuvole. Rimbombi lontani, bagliori silenziosi, brillare di stelle.
Passi. Un movimento. La Lupa s’alza. Un balzo e azzanna alla gola. Un grido soffocato. Zanne e sangue. La lotta è breve. Le pupille della bestia brillano mentre si dirige verso il Tevere con un giovane corpo stretto tra le fauci. Scende per le scale di travertino e trovato nella muraglia un crepaccio v’entra. Tepore, palpiti di carne viva. È quello che voleva, quello che ogni sera aspetta sperando che nel cielo s’addensino nuvole e nell’aria risuonino le vibrazioni dei tuoni e dei lampi che rendono possibile il miracolo. Una sola condizione per la vittima, poco importa il sesso, che nelle sue vene scorri sangue giovane, profumato, inebriante come vino novello.
Sazia, la Lupa s’addormenta sui resti della vittima. Prima del sorgere del sole, si sveglia. Abbandona il corpo dilaniato e risale in superficie. Mentre furtiva s’avvicina al Campidoglio il suo corpo si fa traslucido, impalpabile; riesce ancora ad attraversare i muri. Nel raggiungere la sua stanza, i passi si fanno pesanti, carne e muscoli tornano metallo. Un balzo ed è di nuovo sul piedistallo statua di bronzo.
In quel preciso istante, lo sciame vibrante si stacca dal metallo, si rialza in volo e ritorna nel corpo della contessa, che come le altre volte riprende conoscenza senza aver nessun ricordo. Solo quella piacevole sensazione di sazietà, aria, volo e rinnovato vigore. La Madre Superiore la slega, lei le rivolge uno sguardo di gratitudine, si veste e torna a casa.

*

Qualche giorno dopo, nelle sale del Museo del Campidoglio, tra un gruppo d’una decina di persone è presente anche la contessa di Santafiora.
Una guida spiega:
- Ed eccoci di fronte alla famosa Lupa Capitolina, somma opera etrusca risalente, con tutta probabilità, al IV° o V° secolo avanti Cristo. Le statue dei lattanti Romolo e Remo sono un’aggiunta di fine Quattrocento del celebre scultore Antonio del Pollaiolo.
Il gruppo si dispone a cerchio ad ammirare la statua.
- Vi invito a notare qui, sulle zampe posteriori della statua, questa sorta di taglio, di ferita rimarginata. Ebbene, è l’effetto di un fulmine che colpì la Sacra Belva già all’epoca romana, quand’era custodita nel Tempio di Giove, sul luogo del quale ora sorge la vicina Santa Maria in Aracoeli. Una leggenda dice che, curiosamente, questa statua attiri i fulmini. Ed ora vi prego di porre attenzione a...
Mentre il gruppo seguiva la guida nella sala successiva, per una frazione di secondo, lo sguardo della contessa incontrò quello della Lupa e le loro pupille brillarono d’una debole fluorescenza.
Seguendo poi il gruppo, Maria Letizia non resiste alla tentazione di scorrere con lo sguardo la “Tribuna” di quel giorno, 11 dicembre 1884. Un articolo che le stava particolarmente a cuore firmato dal giovane Happemouche dal titolo “Cronachetta delle pellicce”:
“Nulla è più signorilmente voluttuoso che una pelliccia di lontra già da qualche tempo usata. Allora le pelli consentono a tutte le pieghevolezze del corpo femminile; ma non con la leggera aderenza della seta e del raso, sì bene con una certa gravità non priva di grazie e di quelle dolci grazie che li animali forniti di ricco pelame hanno nei loro movimenti furtivi. Sempre una specie di lampo, una specie di lucidità repentini precede o accompagna il movimento, e dà al movimento una strana bellezza...".
- Ma cosa fai?, l’interrompe l’amica con la quale era venuta in visita, la piccola e magra duchessa d’Artalia. Perché non ascolti la guida?
Maria Letizia le sfiora il gomito e con animazione contenuta dice:
- Senti qua... “Anche, un altro mantello celebre è quello della contessa di Santafiora...”.
S’arresta un momento e fissa l’amica negli occhi turchini. Poi riprende a leggere scandendo sottovoce ogni parola:
“Quella strana figura di gentildonna s’incontra talvolta improvvisamente, nella mattina, allo svolto d’una qualche via urbana, su ‘l marciapiede. È una di quelle visioni che turbano un poco. A traverso il velo molto rado, quella faccia pallida, irregolarmente bella, con la bocca rossa e certe volte quasi dolorosa...”.

(Happemouche è uno degli pseudonimi di Gabriele D’Annunzio)


Giovanni Buzi
giovannibuzi@hotmail.com


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