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Centro Commerciale
di Paolo Durando
Pubblicato su PBSA2008


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Potrei dire di essere quasi solo, adesso. Mi sono discostato dal flusso caotico di umanità ciondolante. Mi sono imboscato in questo settore relativamente poco frequentato, di libri e prodotti di cancelleria. E’ solo a circa cento metri da qui che alcune persone bivaccano. Le vedo come stessero fluttuando. Mi aggiro cercando di pensare con precisione qualcosa, ma non ci riesco. Qui le luci sono attenuate, pare quasi che ci sia un guasto all’impianto. Laggiù, dov’è quella combriccola che ride e fa girotondi, c’è invece tanta luce. Si sente qualcuno chiamare. Una donna gli fa eco. E continua a succedere che se parlano non capisco cosa dicono. E’ lo stesso anche quando mi avvicino. In taluni casi mi paiono persino suoni inarticolati, rutti, bestemmie.
Da quanto tempo, insomma, mi trovo in questo Centro Commerciale? Non saprei dirlo. Non distinguo più le ore. Non è mai veramente giorno, non è mai veramente notte. Prima era tutto normale, ricordo. Eravamo qui al Superclanx. Ed una catena vale l’altra. Gente che entra, che esce. Gente che compra. Carrelli sovraccarichi. Commesse ipercinetiche, bambini capricciosi, mariti annoiati. Come si potrebbe fare a meno di questo, dell’ adrenalina quotidiana dell’acquisto, del contatto inebriante con l’apoteosi del prodotto interno lordo? La mattina mi ero svegliato intorpidito; il cielo era opaco, uniformemente latteo, l’aria ferma. Non faceva né caldo né freddo. Ero uscito e andato a fare colazione al bar. La cassiera, come al solito, mi aveva sorriso, intuendo la mia ammirazione fisica, che ogni giorno diveniva qualcosa di più che un leggero solleticamento. Avevo sfogliato il giornale locale a disposizione e dopo ero venuto direttamente qui. Anche la mia vicina di casa, la signora Carlenghi, aveva deciso la stessa cosa. Ci eravamo incrociati nel parcheggio e salutati con aria complice, sottintendendo la condivisione della medesima necessità. Poi ci eravamo subito persi di vista, lei col suo carrello, io col mio cesto di plastica, per prevenire acquisti inutili. Pareva dovesse piovere, ed infatti molti avevano portato gli ombrelli. Io andai diritto dritto al settore dei salumi, tirai la linguetta col numero 36 e si era appena al numero 15. Non sarei rimasto lì impalato ad aspettare, mi sarei aggirato nei dintorni, cercando di farmi distrarre dalla biancheria intima o dal bricolage. L’altoparlante diffondeva una musica che non conoscevo. Mi intendo poco di musica, io. Avevo girato qua e là senza sapermi orientare e poi ero tornato a fare la fila al banco. Intorno a me la folla vociava, alcuni bambini rompevano il cazzo con le loro voci petulanti. Dopo gli affettati ero passato alle altre compere: minestre in scatola, un pacchetto di patatine, una bottiglia di vino. Cos’altro mi sarebbe venuto in mente? Era meglio tagliare la corda, prima di ogni ulteriore cedimento. Sono un contabile, io, e a malapena mi posso permettere i modellini di treno e di navi che sono la mia unica, paziente passione. Il fatto è che non avevo davvero nessuna voglia di uscire. Andavo a zonzo per godermi ancora quell’abbondanza, quel calore di luci, la compagnia anonima di tanta gente. I colori che mi circondavano mi attiravano più che mai. Mi ero soffermato sulle ragazze sorridenti che correvano sui pattini, con la loro divisa blu e rossa, e giravano la manovella di una sorta di estrazione per avere super sconti. Bastava aver superato una certa somma di acquisti, ma io non l’avevo superata. Osservavo una grassa signora barcollante che contava con pignoleria i punti ottenuti e si apprestava a chiedere il dovuto. La musica di sottofondo continuava confusa. E proprio non mi piaceva l’idea di andarmene. Il fatto è che più mi guardavo intorno, più dovevo notare che anche altri si avvicinavano all’uscita ma tornavano indietro. Poco a poco avevo preso atto che veramente qualcosa non tornava. Non potevo negarlo, ma ancora non intendevo soffermarmi sul bizzarro pensiero che mi si era affacciato. Molta gente, sempre di più, continuava ad entrare. Donne discinte, signore eleganti, mariti abbottonati, mocciosi intriganti, anziani sbilenchi. Un fiume umano inesauribile, variopinto, concitato. Entravano convinti che quello fosse l’ultimo posto accessibile. Il posto necessario. Quello dove, irrevocabilmente, dovevano posare il piede. Sui loro volti gli imminenti acquisti assumevano la sacralità dell’impegno totale. Addirittura avevo visto una vecchia che si faceva, entrando, il segno della croce. Avevo pensato che fosse un po’ svitata. Cercavo di fare il vuoto dentro di me, di rilassarmi ancora un poco vagando tra gli scaffali, perdendomi nel labirinto di merci. Le voci delle commesse al microfono mi rintronavano con la storia dell’estrazione e degli sconti in base ai punti accumulati. Ad un tratto mi ero trovato davanti ad una signora segaligna, che mi proponeva l’assaggio del caffè Brazil Irruente. Era naturalmente in divisa, accanto ad una invitante distributrice, tutta costruita con false e maggiorate confezioni di quel caffè. Avevo accettato con una certa gratitudine la tazzina fumante che mi veniva porta. Ed intorno la me la gente era sempre più numerosa e vagolante, gesticolante. Finché un brivido mi aveva percorso la schiena, nel prendere definitivamente coscienza. Ero lì ormai da parecchio tempo, forse tre ore e nessuno stava più uscendo dal Centro Commerciale. Le porte si aprivano e rovesciavano dentro camionisti sbracciati, ragazzi in skate-board, bellissime fighe con la minigonna e i capelli fin sotto la schiena, culturisti abbronzati. Ma nessuno usciva. E poco a poco notavo nelle persone un puntiglio ed una propensione esagerata nei confronti delle merci esposte. I carrelli si riempivano in modo abnorme. Vedevo due ragazze in contemplazione di una confezione di lacca per capelli. Erano quasi immobili e si scambiavano con mani attente quel cilindro di latta come se fosse stato un cazzo. In tutto questo c’era indubbiamente molto di strano. Con tutto ciò non presumevo che stesse per accadere qualcosa di terribile. Anzi, mi ero diretto convinto verso la prima uscita a disposizione. Mi ero avvicinato alla porta fin quasi ad oltrepassare il limite oltre il quale questa si sarebbe aperta. Ma in effetti, giunto a quel limite, avevo cambiato idea. Così, semplicemente, mi sembrava che avrei potuto benissimo non uscire, per restare solo un poco. Dopo qualche minuto avevo riprovato ad un’altra uscita e di nuovo mi ero dovuto arrestare a due passi dal confine. Non si trattava di nulla di particolarmente violento, coatto. Mi ritrovavo a cambiare idea, senza nessun senso di costrizione.
E il tempo passava. Adesso che mi sono appartato li vedo, come in sogno. Gli altri. Vedo dei ragazzi sugli skateboards, con il cappello schiacciato sulla testa e la visiera indietro, i pantaloni larghi dal cavallo bassissimo. Vedo donne col passeggino, un gruppo di suore che avanzano lentamente, come in processione. Forse sto sognando davvero. Mi riscuoto, raggiungo di nuovo le zone più frequentate del Centro. Invidio i ventri piatti di altri giovani indisponenti, la magrezza dei loro corpi. I loro denti sani che scintillano nelle risate. Poi non posso fare a meno di osservare due ragazzine che si tengono per mano, dall’ombelico scoperto, scarpe da ginnastica bianche immacolate, gonnelline a fiori. Non hanno però una bella pelle, nonostante il fondo tinta si vedono efelidi e secchezze indebite. Io sono attento a certe cose. Resisto alla tentazione di provare ad abbordarle. Sbuco infine in un settore del Centro Commerciale dove si è creato un folto assembramento. Al centro c’è una donna alta, dagli abbondanti capelli rossi, che si sta spogliando. E’ un po’ ubriaca, e le sue mosse hanno il potere di eccitare certi uomini presenti. C’è chi mangia, chi dorme. Qualcuno comincia a mettersi una mano sul pacco. Io riesco a guadagnare una postazione da cui posso vedere abbastanza bene. La donna è molto abbronzata, sotto i fuseaux e la maglietta corta porta un bikini a specchio, un su cui si riflettono, allungati e deformi, frammenti dei visi circostanti. Muove le anche, barcolla leggermente. “E tant’è…” biascica “ in un sostenere d’alba che si può…” Non capisco affatto il senso di quello che dice, ma il suo corpo mi affascina. Non è chiaro quello che può succedere. Qualcuno dovrebbe intervenire, il personale, oppure i carabinieri, non so… La ressa è sempre più caotica, la donna si piega su se stessa e lancia grida come se chiamasse gioiosamente degli invisibili cani o gatti, i palmi appoggiati sulle ginocchia. Dopo ogni grido è come se rinculasse, cedendo alcuni passi indietro, rischiando di cadere ma ritrovando sempre il suo equilibrio precario. Ad un certo punto una signora dall’aria materna dice “Ma poverina, si sente male, andiamo a chiamare un addetto, non c’è nessuno da queste parti?” Condotto per mano da una ragazzina solerte, arriva un guardiano, che si avvicina alla signora, inducendola a stare eretta e accompagnandola verso qualche ufficio interno. In breve la folla va ridistribuendosi.
Altro tempo è passato.
Ora quando mi avvicino alle uscite non mi viene neppure in mente che potrei desiderare di uscire, mi limito a dare un’occhiata fuori e non riesco mai a distinguere nulla di preciso, come se tutto fosse coperto da una nebbia fuori stagione. Quasi mi scontro con alcune signore di mezza età, che si appoggiano al loro corpo con esuberanza affettata, strette nei jeans. Sorridono ammiccando, parlando tra loro come vecchie ragazze.
“Perché l’ardito ritrarsi dell’ocra sul verdetto” Dice una.
“Fuoco fatuo restringente sui restanti codici” Risponde un’altra.
Non mi soffermo a cercare di capire il senso di quelle frasi. Comincio ad essere troppo stanco e non so che decisione prendere.
Prendo una fetta di pizza al taglio e una confezione di patatine, mi siedo su una panchina vicino alla fontana di cartongesso, nei pressi della gabbia dei bambini. Ce ne sono molti, in questo momento, sui quattro-cinque anni che si rotolano tra le palle di plastica colorata, che salgono sullo scivolo. Una bimbetta paffuta guida con convinzione ed efficienza un’automobilina a pedali e mi passa sopra i piedi, noncurante. I loro genitori stanno davanti alle vetrine, oppure passeggiano indolenti, chiamandoli di tanto in tanto, distratti. Alcuni commentano prodotti di erboristeria, oggetti per la casa. Ne sento uno dire “ … destata in sciolta fortuna alfine” .
Mi sento quanto mai confuso e mi alzo dalla panchina e cammino senza sosta, ossessivamente circondato da un turbinio di gente, merci, luci.
Sono trascorse ormai molte ore dall’inizio di tutto questo.
Annaspo tra giacche e pantaloni nel settore abbigliamento. Senza pensare a nulla entro in un camerino e scosto la tenda; mi trovo in un altro mondo. Una stanzetta preservata, quasi buia. Finalmente c’è silenzio. Non so cosa pensare. E’ un silenzio illusorio, ma mi accoglie come un porto fermo. Seduta su una seggiola, con l’aria stanca, i gomiti appoggiati alle ginocchia, le mani ciondoloni tra i jeans sdruciti, sta una donna quasi giovane.
Solleva il viso e mi guarda come per dire “Hai visto in che situazione ci troviamo” E’ stato un attimo, ma ho capito di trovarmi finalmente davanti ad una persona, un’amica a cui potrei parlare.
Mi precipito ai suoi piedi, in ginocchio “Non so cosa succede” ansimo “… non possiamo uscire, non capisco quello che dicono gli altri”
Lei mi guarda ancora. Non ha bisogno di rispondere. E’ evidente che condividiamo una situazione oscura ed inesplicabile. Si siede allora a terra vicino a me, mi prende le mani, me le stringe. I lunghi capelli lisci castani fanno molte onde attorno al suo viso. Ha una bella pelle, con un neo proprio vicino alla bocca. Abbassa la testa sulle mie spalle, come se cercasse rifugio.
“Come ti chiami?” Chiedo.
“Alba. Tu?”
“Franco”
Istintivamente l’attiro al mio petto.
“Quando mi ero alzata, la mattina in cui è cominciato tutto questo” mi dice, sussurrando “ pensavo ai colori del silenzio”
Attendo il resto. Non so rispondere.
“Hai mai pensato che il silenzio avesse dei colori? Fino a quel momento erano i suoni ad avere dei colori, per te non era così?”
“Sinceramente per me i suoni non hanno colore”
Lei mi guarda e mi pare che provi pietà. Forse ha ragione.
“Il suono del flauto, ad esempio, è rosso chiaro”
Arrendendomi, aspetto ulteriori dettagli.
“E quello dell’oboe è un marrone-diarrea. Che schifo eh?” Ridacchia, strofinando la fronte sotto la mia spalla.
“E il suono del vento?” Chiedo io, senza calcolo.
“E’ grigio, ma non un grigio uniforme, a volte è praticamente bianco. E’ una massa che ha una consistenza irregolare. Assomiglia al ghiaccio, ma molto più movimentata”
Mi concentro, poi chiedo:
“ E il rumore del traffico?”
“Il rumore delle automobili è rosso, un rosso scuro, sangue, quello dei motorini è un grigio compatto che tende al nero, quello degli autocarri è più sgranato e tende a un color terra.”
Non capisco dove ci possa portare questa specie di gioco, ma ho comunque chiaro il punto di arrivo.
“E il silenzio?” Domando, infatti.
“Il silenzio…” La sua voce è bella. Di che colore può essere la sua voce? Forse rosa, rosa-cipria, ecco.
“Il silenzio è il bianco trasparente. E da quel bianco trasparente possono emergere tutti i colori. Nella loro qualità più pura, più evidente. E’ lo schermo sul quale i colori hanno ritrovato la loro radice. La loro consistenza prima di volontà”
Sorrido. Sono sempre stato imbarazzato di fronte a tutto ciò che sappia sia pur vagamente di poesia, fantasticheria. Per un contabile come me le cose sono quello che sono, che si rivelano al tocco, al peso. Ma stavolta qualcosa è cambiato.
“Cosa sta succedendo là fuori?” Chiedo.
“Non lo so, forse è arrivato un momento importante, molto importante…”
Si rialza in piedi, vincendo la stanchezza.
Mi afferra entrambe le mani.
“Dai, usciamo” Mi dice.
Io la guardo dal basso all’alto, titubante, poi mi rialzo anch’io.
Ci ritroviamo tra la gente. Ormai ogni decoro è scomparso e tutti stanno appropriandosi delle merci. Scartano scatoloni, tagliano involucri. I bambini se la spassano con i giocattoli, precipitati in modo inaspettato e pazzesco nel mondo delle loro fiabe più inconfessate. Le signore provano ogni sorta di creme costose, i mariti crapuloni mangiano intere confezioni di chips e bevono da bottiglie di lambrusco, limoncelli, birre.
Vedo un uomo che spalma una crema sul corpo nudo di una donna attempata ma molto bella e poi si mette a leccarla tra le cosce. Lei geme a lungo, aprendo la bocca, il viso roseo solcato da rughe che ne rendono dolcissima l’espressione, i capelli bianchi sciolti sulle spalle.
In un angolo ci imbattiamo in due ragazzi che si stanno inculando, grondanti di sudore.
Le commesse cercano invano di ristabilire l’ordine. Alcune di esse però si sono tolte la divisa mischiandosi alla folla, condividendo lo sbraco di tutti.
Ci ritroviamo come per miracolo nei pressi di un’uscita. Pur sapendo di non poter aver ragione di alcunché, osserviamo spasmodicamente gli spazi tra la nebbia che là fuori pare inghiottire ogni cosa. Non si capisce se è giorno o notte. Ci pare di distinguere delle braccia che si agitano, ed anche… sì, delle telecamere.
“Forse stanno cercando di liberarci” dico.
“Dev’essere la televisione”
“Non ti sembra anche di vedere delle ambulanze?”
Può essere vero, come può essere un’illusione. Si vede molto poco, i vapori si addensano quasi dappertutto, lasciando alcune zone appena velate, ma troppo limitate per capire cosa c’è in quei paraggi..
Da almeno due giorni ormai siamo chiusi qua dentro. Lo posso dedurre dal mio orologio, ma non ho nessuna percezione reale del tempo che scorre e ci trascina.
Io ed Alba vaghiamo senza sosta, poi, in un negozio di articoli sportivi, spargiamo sul pavimento numerose tute da palestra e dopo, gettatici lì sopra, ci spogliamo. Io sono un po’ feticista e voglio provarle delle scarpe da ginnastica, per avere il gusto di togliergliele. Ci avvinghiamo e facciamo l’amore. Vengo copiosamente dentro di lei, con la certezza che è l’unica donna a cui posso avvicinarmi ed affidarmi.
“Non è questo il nostro posto” le dico con convinzione.
Lei mi guarda attendendo qualcosa in lei, per lei.
“Non è questa la felicità. Non per noi due…”
“E cosa abbiamo di speciale?” Mi domanda, con un pizzico di ironia.
“Non lo so” le rispondo “non lo so, forse un’inezia… ”
Alba si ravvia i capelli, stancamente.
“Proviamo” dice in un soffio.
Attraversiamo di nuovo settori di gente incallita, ammassata a brancicare, soppesare, scartare. E ci imbattiamo in almeno venti ragazzi che cantano in coro, seduti a terra, gli occhi vitrei. Non distinguo le parole del loro canto cadenzato, quasi minaccioso.
Mi accorgo che ci sono feci in giro, stronzi allineati lungo le pareti, a mucchi negli angoli, rivoli di piscio ovunque. Ci sono anche tracce di vomito.
Imbocchiamo quindi il passaggio per il parcheggio sotterraneo. Scendiamo facendo appello a tutte le nostre estreme forze. Ci troviamo in una glaciale vastità. Automobili su automobili in file spettrali. Le gigantesche lettere dell’alfabeto che contrassegnano i vari settori baluginano in una vaga fosforescenza. Poca gente sgattaiola lì in mezzo, come ombre disperse che camminano a stento, si piegano sfinite. Uomini in giacca e cravatta che rantolano, gattonando da una vettura all’altra, ragazze incinte con le mani premute sul ventre, che strisciano per terra in fin di vita. Altri, sempre più numerosi, perdono conoscenza.
E’ intenso l’odore delle automobili, di pneumatici, ma anche di sudore e di corpi in decomposizione. Raggiungiamo la salita verso l’uscita. In fondo mulinelli di nebbia salgono verso l’alto. Non si vede assolutamente nulla, non è possibile neppure immaginare cosa possa esserci là sopra.
Per la prima volta sento che è possibile fare questo sforzo. Guardo Alba con gratitudine. Lei risponde al mio sguardo accennando un sorriso. La sua stanchezza è mortale ed anche la mia. Ci sorreggiamo a vicenda, procedendo a piccoli passi. Molto piccoli. Ci pensiamo come formiche paralizzate. Iniziamo per davvero a salire. Un passo, ancora un passo.
Dall’alto scende aria fresca, mentre si fa strada la paura, l’irrazionale paura, ma siamo in grado di vincerla. Siamo totalmente concentrati sulla luce.
E infine ridiamo insieme, procedendo ancora. Un passo dopo l’altro, i corpi uniti. Perché siano possibili gli ultimi sforzi, i nostri aneliti gioiosi, increduli, diffidenti. Le nostre forze chiamate a raccolta.
Verso il silenzio.

© Paolo Durando



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