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Un Grande Esercito
di Giovanni Pigozzo
Pubblicato su PBSA2021


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Il Sovrano si era alzato di buon mattino quel giorno. Si era lavato e vestito, e aveva fatto colazione mangiucchiando nervosamente: faceva sempre così per stemperare la tensione che sentiva crescere in lui prima di qualche importante impegno ufficiale. Nel pomeriggio, avrebbe dovuto infatti incontrare una delegazione diplomatica del paese confinante con il suo, con il quale non versava in buoni rapporti. Le cose negli ultimi tempi si stavano mettendo male, i contatti erano logorati ed erano entrati nuovi interessi in gioco: a loro interessavano i ricchi giacimenti minerari del suo paese, a lui le abbondanti riserve d’oro chiuse nelle casse dei vicini.

Due interessi così configgenti non potevano rimanere a lungo sopiti, e presto erano volati tra le due nazioni parole grosse, accuse gravi, anche insulti e umiliazioni. L’incontro del pomeriggio doveva servire per cercare una ultima, difficile, rappacificazione. Ecco perché nella mattinata di quel giorno, il sovrano aveva stabilito che in gran segreto fosse fatta una rivista del corpo di fanteria: voleva vedere schierate tutte le truppe di soldati a piedi nel grande cortile interno del palazzo.

Il monarca, pronto, vestito e saziato, discese dunque la maestosa scalinata che lo conduceva nel luogo della grande adunata. Giunto lì, un grandioso spettacolo gli si parò davanti: file e file di soldati, tutti vestiti uguali e perfettamente eleganti erano schierati davanti ai suoi occhi; una macchia verdognola indistinta di entità confuse, che rendevano difficile distinguere al colpo d’occhio una persona da un’altra. Figuriamoci poi a contarli tutti.

A quella vista, un sorriso di soddisfazione varcò il volto del sovrano: quale splendido dispiegamento di forze! C’erano ottime possibilità, in caso di guerra, di portare a casa quell’oro.

Ma non durò poi per molto tempo quel sorriso, si smorzò fino a spegnersi quando cominciò, con a fianco il suo generale, a passare in rassegna i soldati. Vedeva i loro volti impassibili e seri, uno per uno; poteva così da vicino vedere che quella massa indistinta di uomini, quella grande macchia che gli era apparsa era composta da una moltitudine di individui. Alcuni avevano i capelli scuri, altri erano biondicci, taluni avevano occhi azzurri e intensi, altri scuri e profondi, altri ancora verdi riflessivi; alcuni erano bassi, ormai maturi, con il volto rigato da una cicatrice, altri invece giovani e aitanti, qualcuno perfino imberbe.

Continuando a camminare, il re ragionò che quella numerosa e variegata differenza somatica dovesse essere corrispondente a una grande molteplicità di storie personali, di esperienze, di vite, di situazioni familiari. Il soldato che rimirava adesso poteva essere un padre di famiglia, che quella mattina aveva dato un bacio alla sua figlioletta ancora in culla, per lungo tempo desiderata e solo dopo molte difficoltà avuta da una moglie che era morta di parto; quello di fianco a lui invece, era ancora molto giovane, e probabilmente prima di venire all’appuntamento era passato a trovare la sua ragazza, di nascosto per non farsi vedere dal padre di lei; mentre quello subito dietro di lui lo aveva spiato, invidioso, perché il suo naso così sproporzionato gli aveva impedito di dichiarare il suo affetto a quella stessa ragazza, e lo aveva spinto a decidere di limitarsi a rimirarla; e quello dietro ancora, certamente si era abbronzato così lavorando nei campi, sotto il sole, per potere portare a casa qualche guadagno, allo scopo di procurare da mangiare e le cure mediche necessarie per il fratello gravemente malato, con il quale aveva vissuto la tragica morte dei suoi genitori.

Ciascuno con i suoi problemi, ciascuno con i suoi desideri, ciascuno con le sue gioie e i suoi sogni. L’uno diverso dall’altro.

Il generale, che marciava accanto al sovrano, interruppe il filo dei pensieri del suo comandante dicendo, orgoglioso della disciplina insegnata ai suoi sottoposti: - Sono tutti pronti a morire per voi!

Morire? Morire per cosa, per chi? Che ne sapevano quei ragazzi e quegli uomini di crisi diplomatiche, politica estera, bilanci di stato, giacimenti aurei, investimenti? Andavano a morire senza sapere per cosa, solo perché gli avevano insegnato che era giusto, che avrebbero dovuto fare così?

Tornando verso la scalinata da dove era entrato, il sovrano scuoteva la testa. Poteva chiedere a loro di compiere una missione così importante, della quale non comprendevano nemmeno appieno il significato? Solo per la fiducia e la devozione che nutrivano per lui?

Il generale si intromise di nuovo nei suoi pensieri, dal momento che non aveva ricevuto complimenti dopo la prima uscita. Tornò dunque alla carica: - Vedete? Sono disposti a eseguire ogni vostro comando, senza fiatare!

Fu allora che il re comprese appieno. Forse fu il vederli così da lontano di nuovo, unica macchia colorata indistinta; ma comprese che in effetti erano davvero così indistinti, avevano abdicato al loro senso critico per seguire il loro leader. Era più che fiducia, era abbandono.

Non contavano più nulla i loro affetti, i loro sogni, i loro valori, contava solo l’essere ciecamente obbedienti. Questo gli avevano insegnato a fare, questo eseguivano. Senza domande, senza logica, senza ragione. Come erano finiti così? Nessuno poteva dire cosa spingeva quegli uomini a comportarsi in quel modo: d’altro canto, nemmeno loro erano consapevoli di quella loro singolare condizione.

Il re realizzò che avrebbe potuto ordinare loro di volare, e loro si sarebbero buttati dalle mura del palazzo. Il sovrano risalì la splendida scalinata, pensando in cuor suo che gli avrebbe fatto comodo, quella riserva aurea.

© Giovanni Pigozzo





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