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Retromania di Simon Reynolds
a cura di Luca Toni
Pubblicato su SITO


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Questo nuovo libro di Simon Reynolds, probabilmente il miglior critico musicale in circolazione, è un libro che parlando di musica ci mostra semplicemente un punto di vista attraverso il quale guardare alla crisi della nostra cultura, dei valori, della società.
Dove sono finiti i giovani? Cosa ne è del loro irrompere sulla scena sociale esplosa a partire dagli anni cinquanta? Sembra che non ne sia rimasto granché. Forse è anche una questione demografica. La demografia è una scienza sottovalutata. Semplicemente nelle nostre società vecchie i giovani non sono più maggioranza ma una trascurabile minoranza. E l’esplosione del rock era stato il potente simbolo del venire alla ribalta dei giovani occidentali. Il rock come arte innovativa, rivoluzionaria, provocatrice, scandalo e avanguardia, addirittura, ritengo, la vera arte definitiva del secondo novecento come il romanzo e le arti figurative lo erano state del primo. Un’arte che si attanagliava perfettamente alla forma del giovane con la sua ricerca del nuovo e del rivoluzionario, dell’epater le bourgeous!
Ebbene è innegabile che oggi, oggi si, il rock, il mainstream, ma anche la musica underground non scioccano e non ricercano più,anzi si limitano a prendere ispirazione dal passato, a indugiare in una rapporto incestuoso con i genitori, e forse i nonni, in un trionfo di quella che appunto Reynolds definisce retromania.
Come siamo giunti a questo? Cosa ci dice  su di noi e sulla nostra società?
Prima di tutto la tecnologia ha avuto ed ha un ruolo importantissimo. Youtube è il luogo virtuale ma reale in cui tutta la nostra esistenza sembra (ri)vivere. You-tube come metafora, ma anche l’ipod, l’accesso infinito, esaltante ma anche debilitante ad un archivio inesauribile che è come una droga, un passato che non passa mai. Inevitabilmente dunque la musica e la cultura attuale hanno preso un aspetto di patchwork, un mosaico di stili e suoni del passato. L’analisi di come le tecnologie stanno modificando la nostra vita quotidiana  è uno dei capitolo più interessanti del saggio. Passiamo letteralmente le nostre vite a rivedere cose successe decine di anni fa ma il discorso vale anche per eventi di pochi giorni prima  che sono rivedibili eternamente. Fino a poco tempo fa un evento era unico o quasi, chi se lo era perso non lo poteva più rivivere.
Inoltre la tecnologia è sempre più il fine in se piuttosto che un mezzo. Oggi non abbiamo più un rapporto ossessivo e totalizzante con un divo (nei primi del novecento e oltre anche il cinema aveva offerto questa relazione salvatrice tra spettatore e divo) bensì con la tecnologia. Non si fa la fila per vedere l’ultimo film del grande attore o acquistare l’ultimo album del proprio cantante preferito. Si fa la fila appunto per l’ipod o l’ipad e lo schermo lcd, tutti mezzi che sono più importanti di ciò che riprodurranno (il romanzo, l’album, la televisione, il  cinema. Tutte arti in crisi!)
Potrebbero però non essere queste le uniche ragioni a spiegare l’attuale stallo. In fondo tutto l’Occidente sembra preso da un senso di estenuazione, di tramonto e non è un caso se Reynolds cita la distinzione tra civiltà e civilizzazione proposta da Spengler nel tramonto dell’occidente: si parla di civiltà per descrivere una cultura nella fase propulsiva, giovanile, creatrice e di civilizzazione per la sua fase ripropositrice, senile, conservatrice.
Dobbiamo rassegnarci allora? Stiamo diventando tutti giapponesi (cfr il capitolo turning japanese?)
La domanda è legittima: esiste ancora qualcuno o qualcosa nel panorama della musica attuale che sfugga alle leggi della riproposizione del passato? Non completamente no, ma ci sono alcuni movimenti che perlomeno cercano di partire dal passato per riproporre qualcosa di nuovo, di elevare la nostalgia a nuova musa ispiratrice. È il fenomeno di ultranicchia ma molto interessante di musica che Reynolds e altri chiamano hauntology (termine coniato da Derrida per unire le parole haunt, aleggiare, infestare, e ontology, ontologia), una musica fatta principalmente in Gran Bretagna che parte dai suoni prodotti dalla BBC per la televisione nel corso degli anni cinquanta sessanta /settanta come colonne sonore o jingle di cartoni animatie sigle dal gruppo interno alla BBC denominato radiophonic workshops, laboratorio radiofonico.
Questi suoni che hanno aleggiato nell’infanzia dei compositori, oggi essi stessi li ripropongono in una nuova veste, come colonna sonora dei tempi odierni, una sorta di manifesto minimalista dell’esser creativi oggi. E’ musica sognante, evanescente, quasi svuotata di forza. Sentire per credere Belbury Poly, Moon Wiring Club, Advisor Circle Mordant Music.










Vorrei concludere con una nota non pienamente negativa. Proprio basandosi sulla definizione di Spengler possiamo dare per certo che le società le epoche, proprio come gli organismi, hanno una storia, un picco, una fase di stallo e una fine. In fondo possiamo quindi guardare con più tenerezza ai giovani che fanno musica oggi. Non possiamo chiedergli di rivoluzionare la musica eternamente, per le molteplici ragioni sovra accennate : perché sono minoranza, perché le tecnologie oggi sono tutto, perché il mezzo trionfa sul fine e ci immerge dolcemente nel passato come un feto nel liquido amniotico, perché le ere finiscono etc etc . Non possiamo pretendere cosi tanto, la musica pop è diventata come la letteratura, come la musica classica, come il jazz. Musica che ha terminato la sua Storia. Continuano molte storie, molte canzoni belle vengono ancora scritte oggi, solo non chiediamogli di essere il Nuovo! Per quello magari ci penserà un'altra Civiltà!

 

NOTE:
L'intero documentario della BBC "The Alchemist of sound" può essere visto su youtube.
Link alla prima parte: http://www.youtube.com/watch?v=cKPGzX5kZd0

Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato
di Reynolds Simon - ISBN Edizioni
ISBN 9788876381706 - Traduttore M.Piumini Anno 2011 471p.
Per acquistarlo su IBS.IT

© Luca Toni




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